Die Liebe Der Danae
di Richard Strauss
direttore: Andrew Litton
Orchestra e coro della Deutsche Oper di Berlino
regia: Kirsten Harms
scene: Bernd Damovsky
costumi: Dorothea Katzer
interpreti: Manuela Uhl, Mark Delavian, Matthias Klink, Thomas Blondelle
Blu-ray Disc Arthaus 108 032

Penultima opera di Strauss, scritta nel 1940, inserita nel cartellone del Festival di Salisburgo del 1944 e poi soppressa in seguito al fallito attentato a Hitler, Die Liebe Der Danae fu rappresentata solo postuma, nel 1952. Nata su un’idea di Hugo von Hofmannstal, ma su libretto di Joseph Gregor, mescola diversi miti in forma di commedia narrando l’ultima avventura amorosa del vecchio Giove, invaghitosi di Danae, figlia del re di Eos, Pollux, un re così spiantato che gli vengono pignorati tutti i beni. Ma al dio, Danae preferisce il giovane asinaio Mida, di cui è innamorata, rinunciando lei al sogno di una pioggia d’oro e all’immortalità, lui al potere di trasformare in oro tutto ciò che tocca. Nonostante il tono leggero, e il testo un po’ disorganico, quest’opera denuncia anche la perdita di valori generata dalla brama di denaro, contrapposta a un mondo di verità e sincerità dove regna l’amore. In questo spettacolo messo in scena alla Deutsche Oper nel marzo 2011, la regia di Kristen Harms gioca proprio significati simbolici e allegorici dell’opera, a partire da un pianoforte che viene issato in alto e incombe, capovolto, sul palcoscenico, facendo cadere non una pioggia d’oro, ma di pagine di musica (simbolo dell’unica, autentica bellezza). L’ambientazione, un po’ Jugendstil, gioca su costumi moderni con venature grecizzanti, e scene immerse in una magica luce blu, o illuminate dal colore dell’oro. Opera complessa e di difficile esecuzione (anche per questo è una delle opere di Strauss meno rappresentate, tanto che si contano solo 16 produzioni in 60 anni) è qui diretta con intelligenza da Andrew Litton, che mette in risalto la brillante scrittura orchestrale, cogliendone non solo gli aspetti fiammeggianti, ma anche i risvolti sensuali, quelli malinconici e contemplativi, i tocchi wagneriani, i giochi arguiti e gli arabeschi sonori. Ottimo il cast, dominato dal soprano Manuella Uhl, nei panni di Danae, appena un po’ appannata vocalmente rispetto a una precedente incisione del 2003 (CPO 999 967-2). Se la cavano con buon mestiere anche Mark Delavan nel difficile ruolo di Giove e Thomas Blondelle in quello di Mercurio. Delizioso il quartetto delle parenti di Pollux, amate da Giove (Hila Fahima, Martina Welschenbach, Julia Benzinger, Katarina Bradic).


dvd_NinAnaïs Nin
di Louis Andriessen
Nieuw Amsterdam Peil
regia: Jeroen de Man
soprano: Cristina Zavalloni
dvd Attacca ATT 2011127

Messo in scena a Siena nel luglio del 2010, Anaïs Nin è un monodramma per voce ed ensemble, tratto dagli scandalosi diari della scrittrice americana, che fu anche pioniera del femminismo moderno. Prima di leggere questi diari, Andriessen conosceva già la musica del padre della scritture, Joaquín Nin, compositore e pianista cubano di origine catalana che intrecciò con la figlia una relazione incestuosa. Il ricordo di questo incesto costituisce una sorta di climax all’interno dell’opera che rievoca altri tre amanti della Nin, Antonin Artaud, Henry Miller e lo psicoanalista René Allendy, in un collage di scritti, di lettere, di finti filmati d’epoca (in bianco e nero) nei quali emerge la personalità sfaccettata della scrittrice, l’ironia, la disperazione, la passione, ma anche il suo lato tenero e nostalgico. L’intensità drammatica di questo racconto ha però come controparte una musica molto cool, tipica di Andriessen, quasi imperturbabile nella sua trama raffinata e un po’ meccanica, semmai mirata a ricreare un’atmosfera anni Trenta. È lo stesso compositore a dirsi disinteressato agli aspetti psicologici o letterari della vicenda, così come alla verità storica della narrazione: «La realtà non è rilevante. La forza di Anaïs Nin sta nel creare la vita attraverso la scrittura. Lei è come il compositori che amo, capaci di fare allusioni alla storia e di lavorare con musica preesistente […] questo dialogo creativo col passato non è un istanza di conservatorismo, è proprio l’opposto». Anche la scelta dei nove strumenti dell’ensemble rievoca a un “sound” anni Trenta, con sassofoni, clarinetti e percussioni, che suonano come una piccola “circus band”, intessendo un ordito pieno di ritmo, di energia, di echi jazz (ottimo il Nieuw Amsterdam Peil che suona sulla scena e senza direttore). Anche la scrittura vocale non è pensata in termini lirici, ma concepita come un declamato asciutto, una presenza teatrale con una pura funzione narrativa (il monodramma è stato scritto per Cristina Zavalloni, musa di Andriessen, che dà del suo personaggio un’interpretazione scenicamente assai credibile). La regia, essenziale, di Jeroen de Man ruota intorno a una chaise longue rossa sulla quale Anaïs Nin rivive il suo passato. Completa il dvd un bel documentario-intervista su Andriessen e sulla composizione di quest’opera.

 

dvd_TraviataLa Traviata
di Giuseppe Verdi
direttore: Tecwyn Evans
Grazer Philharmonisches Orchester
regia: Peter Konwitschny
scene e costumi: Johannes Leiacker
interpreti: Marlis Petersen, Giuseppe Varano, Kristina Antonie Fehrs, James Rutherford, Fran Lubahn
Blu-ray Disc Arthaus 108 036

Si può mettere in scena La Traviata solo con una sedia? Senza salotti riccamente arredati e fiorite scenografie agresti? Peter Konwitschny ha dimostrato che è possibile farlo, imprimendo anche al suo allestimento (presentato lo scorso giugno all’Opera di Graz) una straordinaria forza drammatica, attraverso una lettura concettuale, di matrice brechtiana, priva di ogni sentimentalismo, ma insieme intelligente e commovente. E solo questo può giustificare i numerosi tagli. La scena è dunque spoglia, ma carica di tensione, divisa da un grande sipario (che richiama l’abito di Violetta) concepito come un diaframma che separa la vita borghese, festosa e frenetica, dall’anima della protagonista. Ma quando nel secondo atto, alla festa di Flora, Alfredo affranto dal dolore, la accusa pubblicamente («Or testimon vi chiamo che qui pagata io l’ho»), questo sipario cade, e stramazzano al suolo anche tutti i gaudenti ospiti, lasciando sulla scena un vuoto che rimanda alla distruzione del mondo interiore di Violetta. È un break improvviso che mostra tutta l’ipocrisia della morale borghese. È come se – scrive Konwitschny nel programma di sala – «attraverso la sua musica Verdi ci mostrasse le forze davvero apocalittiche della cosiddetta società civilizzata». Intorno a Violetta (interpretata da una superlativa Marlis Petersen, «Singer of the Year» in Germania nel 2010, una Violetta in stile Lulu, di grandi doti vocali e dal grande talento di attrice) ruotano ospiti cinici e ubriachi, pronti a deridere il goffo Alfredo, visto da tutti come un idealista, un poeta sempre con un libro sottobraccio, insomma un corpo estraneo in quella congrega (lo interpreta Giuseppe Varano, con una voce sforzata, non sempre intonata, anche impacciato scenicamente). Una massa festante che Konwitschny muove meccanicamente, accentuandone la disumanità, come dei burattini intenti più a marciare che a danzare, e pronti ad accasciarsi esanimi dopo la baldoria. Violetta appare come l’unico essere veramente umano, anche abbigliata in modo dimesso, domestico (con camiciona a quadri) nella dimora di campagna, capace di intenerirsi di fronte alla figlia di Germont (interpretato da James Rutherford, baritono wagneriano, privo di slanci lirici, ma bravo nel tratteggiare il suo personaggio odioso e brutale), figlia che il regista fa entrare in scena insieme al padre, mostrandola come una ragazzina timida e terrorizzata. E nella scena finale Violetta appare sempre più lontana dagli altri, sola sul palcoscenico, gli altri personaggi in platea, e alla fine scompare nel cono d’ombra in fondo alla scena.

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