Anche oggi converseremo con Paolo De Cesare.
Per chi non avesse letto la puntata precedente, informo che De Cesare vive in Puglia, pur sentendosi cittadino del mondo, e che, a mio parere, è un intellettuale visionario e interessante da ascoltare con attenzione, non tanto per la sua intensa esperienza di vita (quanti intellettuali, specie quelli “accademici”, sono invece così lontani dagli odori “reali”)  e del mondo culturale, ma perché animato da una effettiva tensione etica, da una antica voglia di cambiare il mondo.

Questa “cosa” De Cesare l’ha sicuramente introiettata nel novecento, nel clima degli anni settanta, quando a Milano passava da Radio Popolare alle fabbriche, dai cabaret ai cinema remoti, in cerca non solo della sua anima ma anche di un mondo che lo contenesse e se lo portasse via, verso la meraviglia del futuro. E questa “cosa” lo ha subito levato dal provincialismo e dall’indifferenza, dall’abulia di una terra meridionale che se pure, in quegli anni era ancora magica e ingenua, certo, per un’anima inquieta e assetata come la sua, era una scena impossibile da gestire, interiormente ed esteriormente.
Bisognerà raccontare, un giorno, aldilà dei filmetti e romanzetti di questi ultimi anni, cosa è stata l’emigrazione intellettuale che ha portato tante anime a lasciare il sud. Cosa è stata per l’intero paese e come essa abbia contrastato l’individualismo e il regionalsmo italiano, mischiando le carte, sotto il tavolo. Anzi, sotto lo stivale. Come se la “mescla” degli italiani dovesse avvenire di nascosto, barando, dovesse avvenire, cioè, come un gioco pericoloso e adrenalico da relegare all’inconscio, al segreto, nonostante (o proprio perché) rispondeva al grande bisogno degli italiani di… giocarsi la vita.
Ci sono popoli che amano mischiarsi, noi forse siamo stati un popolo (anche) di viaggiatori assetati che avevano voglia di scoprire e fare l’amore ma che si vergognavano di farlo. Finché abbiamo vinto questa vergogna con… la depressione.
Oggi diversi tornano al Sud. Il mondo si è ristretto con il villaggio globale e dunque non importa più molto dove abiti. E anche il Sud, per certi aspetti, è cambiato. Ha perso l’ingenuità o meglio l’ha sostituita con una forma di stupidità cronica: non si può più, infatti, far finta di non sapere, rimuovere i blocchi e i rimorsi e continuare a far finta di credere in sé. Si crede in sé, a mio parere, se si affrontano le “cose” e poi le si lasciano andare nel mondo, loro che non ci appartengono del tutto, se si ha la responsabilità di comprendere che noi siamo solo dei viandanti di passaggio che devono soffrire e gioire perché la ruota giri, perché il mondo possa continuare il suo gioco.
Ma intanto l’enfasi regna qui, specie al Sud. E la leggerezza con cui si vive oggi, con cui, per esempio si abita il sud, con cui si ritorna, è una leggerezza (o una pesantezza) inutile. Del resto se, come si dice, il sud è crocevia, se è immensità, bisognerà prima o poi imparare a “tagliare lo filo” con noi. A radicarci nell’infinita possibilità. Solo così si ribalterà il mondo. Ma forse… esagero pure io.

Allora De Cesare, partiamo da dove abbiamo lasciato: nell’ultimo tuo contributo hai sollevato un tema che di solito gli “intellettuali” dimenticano, ovvero l’assenza di un ruolo “sociale” del servizio pubblico radiotelevisivo a livello locale e regionale, ma è davvero così importante?

Non è importante quello in sé, ma l’investimento nella “prevenzione”. C’è in questi giorni una sorprendente coincidenza di “eventi” e “comportamenti” che convergono, loro malgrado, verso la spiegazione definitiva delle “Patologie Italiane”. Credo che l’Italia e la Puglia, che ne è un perfetto “sedicesimo”, abbiano un problema storico con la capacità di “pensare con filosofia preventiva”. La Prevenzione era un cavallo di battaglia della “sinistra degli anni ‘70”, sconfitta culturalmente quella Sinistra, non c’è stato un pensiero “critico” capace di sostituirla  e di farlo con un più adatto impianto fatto di “meritocrazia regolata”, basato anch’esso sull’investimento in “prevenzione sociale”. E sbaglia l’idea che la prevenzione sociale è una questione dei “comunisti”. Certo se la malattia è la febbre da costipazione e la prevenzione è la vitamina C, è facile. Ma se la febbre è la Mafia, qual è la costipazione? Qual è la prevenzione? Tutti i temi più importati dell’attuale agenda politica italiana giocano sulla questione “repressione o prevenzione”: Papa Bergoglio a Lampedusa, la questione del Giustizialismo e la raccolta di firma contro gli F35, la bocciatura della Corte Costituzionale dell’abolizione delle Province. Soffermiamoci un attimo sulle cose dette da Giuliano Ferrara circa Bergoglio. Secondo Ferrara gli africani soffrono molto, e vengono in Europa dove si soffre di meno. Per lui l’emigrazione è un’opportunità della “Globalizzazione”. Il capitalismo europeo non li chiede e non li vuole come schiavi, e non ha colpe sulla condizione che loro soffrono. E’ mortificante se il dibattito palleggia tra chi dice che lo Stato non deve abbassare la guardia, e chi dice che bisogna fare accordi con gli Stati Costieri, per non far partire le barche. Forse bisognerebbe fare in modo che sempre molti di più siano demotivati a partire dal centro dell’Africa perché aumentano le opportunità nei loro Paesi. E’ una cosa molto diversa dalla classica frase razzista “E’ meglio che stanno a casa loro”. Le più sane piccole e medie imprese italiane, che non hanno un’efficace guida politica e culturale, sanno però che migliaia di persone legalmente ed economicamente fragili rischiano di diventare serbatoio per criminalità organizzata, illegalità e disperazione. E questo li puo’ molto danneggiare. Questo vale per gli africani, o per gli italiani della periferia di Palermo, di Scampia o di Duisburg. Quindi, anche per le Mafie e la Corruzione tra italiani, il problema è lo stesso: il deficit di “creatività” e di “brevetti” circa la prevenzione sociale.
Il deficit di alternative alla repressione, ovvero al giustizialismo, che non siano classiche, ideologiche e moraliste! Molta dell’incazzatura verso gli immigrati è, in realtà, la deviazione della rabbia, e del senso di impotenza, verso uno Stato che chiede alte tasse, e da bassi servizi.
Gli F35, come tutta l’industria delle armi, sono la dimostrazione che intorno alle “non-prevenzioni” ci sono business di portata mondiale. A tal punto da far nascere apposta, qualcuno lo sospetta, le patologie sociali del Pianeta. Davanti ad un così forte deficit di prevenzione sociale era sbagliato illudersi che, sopprimendo uno dei 4 livelli istituzionali della Repubblica, si risparmiasse chi sa che cosa. E’ meglio che sprechino meno TUTTI! E visto che le Province avevano avuto la deleghe esclusive alla Formazione, forse che ci siano degli enti radicati e capillari che si specializzano in Formazione, intesa come Prevenzione Sociale, sarebbe cosa ottima!

E in che modo la Cultura puo’ aiutare quella che tu chiami “Prevenzione Sociale” ?

Non ho ancora le idee chiarissime circa la nuova stagione della Chiesa Cattolica in Italia. Ma forse un “compromesso storico” che storicizza, va tentato. Esattamente l’11 luglio 1974 Pasolini scriveva l’Ampliamento del Bozzetto sulla Rivoluzione Antropologica in Italia. Ci separano da quella data molti eventi epocali: la stagione tra Solidarnosc e la caduta del Muro, Tangentopoli, il boom di Internet e dei Gay Pride, la fine della dittature in America Latina, le due Torri,  fino alle controverse rivoluzioni arabe alle quali ha contribuito la massiccia democratizzazione del comunicare tecnologicamente, un ragazzo nero nella nazionale Italiana, uno quasi nero alla Casa Bianca e la Cina capofila del Capitalismo aggressivo. Eppure a rileggere “Scritti Corsari”, oggi, certe cose italiane sono ancora tutte lì. Gli Scritti Corsari anticipavano solo di un anno la Riforma della RAI. Ma i “riformatori” tennero poco conto di cosa Pasolini scrisse sulla Televisione, le reti vennero divise per Partiti, ma a riunificare gli Italiani ci pensava la Pubblicità, la Reclame non aveva il “controllo editoriale” dei direttori di Rete. Certo la riforma ebbe buoni effetti, una RAI 3 al PCI quale partito che difendeva la cultura, una RAI 2 brillante, laica e innovativa, una RAI 1 costretta a migliorarsi con più concorrenza interna. Ma nei Partiti chi voleva una RAI con più efficacia “Sociale, Comunitaria e Riaggregante” restava in estrema minoranza. La pigra equazione tra le parole “Pubblico” – “Stato” – “Partiti” rese più fragili i cittadini, e gli stessi partiti tradizionali, davanti all’esplosione del combinato tra TV a Colori e TV Commerciali. E non tutta la Società italiana accettava i Partiti della RAI. Le BR erano tali perché c’era un “brodo di coltura”, possibile o reale,  di malessere ed estremismo politico, e che coinvolgeva settori importanti della gioventù. Avere nelle Regioni una TV Pubblica che narrava i Territori, e le loro Persone, solo con i Telegiornali ha aperto le porte alla domanda di auto-narrazione che ha poi raccolto la Lega Nord. Nasceva la Padania, ma il “narratore”dell’anima più profonda della Padania, Dario Fo, rientrava solo nella RAI nazionale perché c’erano “i Comunisti”. Ecco, lì non si è fatta prevenzione!

E al Sud invece?

Bè, il successo del libro “Terroni” di Pino Aprile senza mai una “ospitata” nei Talk Show, come molto prima il successo dei Sud Sound System, dimostra che notte-della-taranta-danzatricianche al Sud si è progressivamente gonfiata una “domanda di narrazione regionale” che i Partiti della RAI non sapevano dove mettere. Hanno gestito le Sedi Regionali come se in quei luoghi non vi fossero Conservatori, Festival, negozi di strumenti Musicali, Bande, Compagnie Teatrali e di Danza. E per i video la scusa che produrre  “qualità broadcast” era costoso è durata fino al 1995. Nelle Regioni gli eletti dei Partiti della RAI, con le dovute differenze, trovarono poi più facile ottenere visibilità sulle TV Locali Private perché era più semplice il “regime di scambio”. Concedere redazionali Istituzionali a pagamento faceva ottenere in cambio miglior trattamento nei TG. Chi meglio della TV Pubblica Regionale aveva il dovere di seguire, con attenzione quotidianamente, l’orgogliosa e sana rinascita di una autonarrazione indentitaria? Eppure “La Notte della Taranta” nonostante i compromessi con la “spettacolarità industriale” ha dovuto faticare anni per farsi legittimare dal Servizio Pubblico, che ha solo “preso atto”, quando invece doveva coprodurre. Di cosa avevano paura? Che moltiplicandosi le scuole di Pizzica si vedeva meno TV? O che il Salento chiedesse l’Autonomia? Adesso lo Stato ha il problema che si moltiplicano le scuole coraniche. Per ritornare al caso Scazzi, c’è una antica canzone di pizzica dell’Alto salento brindisino che recita: “Li femmene a sedeci anni so tutte de li mammi (le mamme), dalle sedici alli vintuni (21), so delli vuagnuni ( ragazzi)”. Forse se Sara stessa e Sabrina fossero diventate delle brave maestre di Pizzica o delle “Tanghere” di Avetrana, avrebbero elaborato emotivamente che la seduzione è anche Cultura, forse le cose sarebbero andate diversamente.  Immaginate Sabrina con i capelli lunghi, neri e ricci che il pomeriggio suona nella Banda e la sera da lezioni di Pizzica. E che comprende che la competitività è anche sulla bravura artistica e non solo sulla bellezza di corpi o oggetti status symbol e non sono indispensabili le brutte lezioni di “tronisti” e “troniste” in TV.

Allora cosa si può fare?

Innanzitutto togliersi dalla testa l’idea che quelli di oggi siano tempi normali. Dire semplicemente “bisogna finanziare la Cultura”, rischia di diventare un “bisogna finanziare le caste della Cultura”. Il discorso va rovesciato: “Bisogna salvare l’Italia da se stessa!” Bisogna salvare la Cultura Italiana dalla “pericolosità” dell’essere gestita da italiani. Una viola da gamba, che il Conservatorio di Chicago avrebbe pagato 7 milioni di euro, è stata lasciata marcire al Museo degli Strumenti Musicali di Roma. Di che stiamo parlando? Oggi si riapre il mercato dei Classici del Cinema in HD-Bluray. Gli anglosassoni, che conservano i negativi, trasferiscono in HD la pura perfezione, restituendo una qualità mai vista prima. In Italia, pur con lo Stato che finanziava, i negativi sono persi, bisogna aggiustare i graffi fotogramma per fotogramma. E costa troppo! Forse ci rimetteranno nel Mondo solo con l’intervento delle truppe dell’ONU.
Eppure eravamo i primi al Mondo. Lo Statalismo puro in Italia ha fallito.
Abbiamo responsabilità enormi di manutenzione di un Patrimonio Storico dalla vastità scoraggiante e livelli di inoccupazione intellettuale giovanile spaventosi. La UE continua a privilegiare gli Enti Locali nella gestione dei Fondi, ma spesso sono stati occupati da persone che non fanno l’interesse pubblico. Occorrerebbe più controllo reciproco tra “portatori di interesse”. Dare priorità alla Formazione dei Talenti ed alla Formazione degli Spettatori, che oggi sono spettatori-produttori. Superare la diarchia tra Produttori di Cultura e Utenti/Fruitori. L’artista deve mettersi in gioco come “operatore sociale” e tutor della rieducazione alla Bellezza. Azzerare ogni finanziamento a fondi perduto. Con la RAI che smette di essere solo Broadcaster e diventa un Consorizio Media-Group di Consorzi regionali Media-Group, dove i canonisti diventano azionisti e convergono tutti i soggetti che offrono cultura, conoscenza e comunicazione di utilità sociale. Le Università che diventano Fondazioni Miste e vendono i prototipi e i brevetti che realizzano. Con Tax Shelter e Tax Credit con forti automatismi e estesi a tutti i comparti della Cultura, della Conoscenza e della Tutela.
La Bellezza salverà il Mondo, se salviamo la Bellezza Italiana siamo già a metà del lavoro.

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