Dal punto di vista finanziario, si definisce “liquido” qualunque asset patrimoniale che possa trasformarsi in denaro in tempi brevi e con costi molto ridotti. Il denaro contante, al pari dei cosiddetti “titoli di pagamento“, rappresenta dunque il massimo grado di liquidità. Per quanto riguarda altre tipologie patrimoniali, come ad esempio le obbligazioni, la capacità di conversione in denaro può essere più o meno elevata, a seconda delle condizioni di mercato sui quali questi beni vengono scambiati.

Un ruolo chiave è svolto dal grado di rischiosità di un investimento: un BTP italiano acquistato nel 2005, caratterizzato da rischio (e quindi interesse) molto basso, era facilmente “vendibile” sul mercato, mentre oggi si incontrano maggiori difficoltà. A fronte di questo meccanismo, un’economia può entrare in crisi di liquidità nel momento in cui vi sia oggettiva carenza di mezzi di pagamento, necessari per garantire la continuità degli scambi. Se le banche sono in possesso di molti titoli “tossici“, ovvero difficilmente convertibili in denaro contante a causa dell’alta rischiosità, possono verificarsi problemi di rifinanziamento. Gli istituti di credito, infatti, si scambiano continuamente prestiti sul mercato interbancario, con l’obiettivo di coprire quotidianamente la domanda di liquidità, anche perché quando i correntisti ritirano i soldi, la banca non può essere scoperta. Il patrimonio garantisce tali prestiti: la presenza di troppi titoli “tossici” provoca una crisi di fiducia che si traduce in premi per il rischio più elevati e dunque costi maggiori per le banche.

La prima conseguenza di una crisi di liquidità nel sistema bancario è la restrizione del credito (cosiddetto “credit crunch“). Gli istituti cercano di limitare la fuoriuscita di denaro contante, che avviene attraverso l’erogazione di mutui e prestiti alle imprese, attraverso l’inasprimento delle garanzie richieste. Contestualmente aumentano i tassi d’interesse sulle erogazioni, nel tentativo di assicurarsi contro eventuali rischi di fallimento. L’estendersi della crisi finisce per paralizzare il sistema produttivo: il taglio delle linee di credito alle imprese, in costante fabbisogno di denaro liquido, impedisce gli scambi, nonostante l’attività continua di impianti, tecnologia e risorse umane.

La banca centrale può rispondere a tale tipologia di crisi assumendo il ruolo di “prestatore di ultima istanza“, finanziando le banche in carenza di liquidità senza tenere conto del rischio di credito, ovvero a tassi agevolati. Un intervento simile, avviato in modo massiccio dalla BCE a fine 2011, rischia tuttavia di diventare “patologico“, generando una sorta di dipendenza da prestiti nel sistema bancario. (luigi borrelli)

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