Ciampino è un territorio ricco di storia e di testimonianze archeologiche. Oggi 118.000 metri cubi di edifici residenziali rischiano di seppellire ville, ambienti termali, casali storici medievali e rinascimentali. Le Soprintendenze competenti sembrano incapaci di opporsi in maniera rapida ad un’urbanizzazione sempre più selvaggia. Nell’estate del 2012 viene scoperta una villa consolare con sette preziose sculture in marmo raffiguranti i Niobidi, figli della mitologica Niobe. A scoprirla è l’archeologa Aurelia Lupi durante i lavori di scavo preventivi propedeutici alla costruzione di alcune palazzine rientranti in un progetto di edilizia convenzionata del Comune di Ciampino (piano di zona 167).

Lo scavo a questo punto viene proseguito dalla Soprintendenza del Lazio. La notizia è inizialmente tenuta sotto silenzio, tanto che a dicembre dello stesso anno il Comitato Ciampino Bene Comune emette un duro comunicato in cui si domanda il perché Comune e Soprintendenza ai beni archeologici non abbiano ancora divulgato la notizia del ritrovamento e perché la Soprintendenza al paesaggio non abbia vincolato l’area in questione. Il Comitato si chiede se ci siano interessi comuni dietro questa scelta. A gennaio la notizia del ritrovamento della villa trapela e fa il giro del mondo. Il clamore è grande così come gli entusiasmi. A Ciampino arrivano giornalisti da tutto il mondo. Si tratta della villa di Valerio Messalla Corvino, uno dei grandi protagonisti dell’età augustea. Proprio con Ottaviano fu console nel 31 a.C., anno della celebre battaglia Azio che segnò la sconfitta di Cleopatra. E’ noto anche per essere stato il protettore di Tibullo e di Ovidio. E guarda caso, proprio nelle Metamorfosi ovidiane è raccontato il mito di Niobe, donna costretta ad assistere all’uccisione dei suoi figli per aver sfidato Giunone e poi trasformata in marmo.

Un ampio progetto immobiliare vista archeologica
Le statue vengono subito portate al sicuro e restaurate. A non essere messo subito in sicurezza è inspiegabilmente il lembo di terra dove giace la villa romana e sui cui insiste un progetto immobiliare di 55 mila metri cubi, un vero e proprio quartiere. Per salvare questo sito archeologi e intellettuali di tutto il mondo si sono rivolti alle autorità competenti inviando loro un appello, sottoscritto anche da Salvatore Settis, Filippo Coarelli, Adriano  La Regina e Henner von Hesberg. Subito Alessandro Betori, il funzionario della Soprintendenza che ha seguito lo scavo, ha precisato che “la zona deve essere integralmente dichiarata inedificabile dal Comune o dalla Soprintendenza paesaggistica. La Soprintendenza archeologica può solo imporre che le palazzine sorgano a 5/10 metri dalla villa”. E pensare che risale al 1998 un documento inviato dagli uffici periferici del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo al Comune di Ciampino in cui si raccomandava di prestare attenzione nel costruire in questa zona e si specificava che “la tutela del patrimonio storico, archeologico e monumentale deve mirare a ricostruire il tessuto connettivo tra il singolo edificio/struttura e il territorio circostante”. Per avere la corretta percezione di un reperto bisogna conservare il paesaggio in cui esso è stato originariamente inserito. Detto questo, si tenga presente che la villa era già stata localizzata alla fine dell’Ottocento in un’area vicina alla Via dei Laghi, nota con il nome di Muri dei francesi, ma non era mai stata oggetto di una campagna di scavo scientifica. La villa ricade in un terreno di proprietà privata, in origine dei Colonna, circondato da un muro risalente agli inizi del Seicento (da qui il nome dell’area). All’interno un giardino baroccheggiante al quale si accedeva da un portale eseguito dal famoso architetto Girolamo Rainaldi e dichiarato nel 1935 di importante interesse e quindi sottoposto a tutela ai sensi della legge n.364/1909. L’area fu teatro della celebre battaglia di Marino.


Il Piano regolatore

Eppure nel 2006 il Comune di Ciampino nel piano regolatore indica proprio in Muri dei francesi l’area ideale per ospitare un nuovo quartiere residenziale. Nel 2008 la Soprintendenza ai beni paesaggistici fa sapere che la zona in questione è troppo importante per potervi costruire ma il Comune si oppone. Nel 2009 Luciano Marchetti, allora direttore regionale per i beni culturali, invece di vincolare tutta l’area decide di tutelare solo la cinta muraria. Quest’atto apre la strada alla costruzione delle palazzine. Nel 2011, quasi segno premonitore, crolla il portale di Rainaldi, nonostante da tempo i cittadini segnalassero allarmati alla Soprintendenza lo stato pericolante del monumento. A giugno 2012 partono i sondaggi necessari per dare il via libera al progetto comunale. Un mese dopo avviene il ritrovamento della villa. In base alle prescrizioni del documento del 1998, si sarebbe dovuto subito vincolare il  terreno del ritrovamento e magari un’area di rispetto tutto intorno. Non è così. La proposta di Federica Galloni, direttrice regionale del Mibact, di “ampliare di 10 metri la fascia del vincolo 1089/39 già esistente sull’area di Ciampino, in modo da arrivare a 50 metri lineari dai futuri 65 mila metri cubi di palazzi”, fa infuriare Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio, in quanto “la direttrice pensa di salvare così la villa, ma sembra dimenticare il vincolo del 1998 quando era lo stesso Mibac a sottolineare la rilevanza del ‘pregevole territorio che ne costruisce il contesto di giacenza’ e che in quanto tale, questo contesto andava salvaguardato. La tutela non si esercita sulla semplice esistenza del bene archeologico materialmente inteso, ma sull’intero contesto territoriale nel quale quel bene insiste, e che ne costituisce, quindi, l’ineliminabile corollario.” Legambiente chiede invece che venga imposto il vincolo sui ritrovamenti archeologici e sull’intero contesto territoriale. Finalmente il 13 giugno 2013 la Soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio per le Province di Roma, Frosinone, Latina e Viterbo ha comunicato l’avvio del procedimento di ampliamento del vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.). Non si è fatta aspettare la dura reazione dell’amministrazione comunale di Ciampino, affidata al vice sindaco, Carlo Verini il quale ha spiegato che “il vincolo che la Soprintendenza intende porre non esplicita legami con i ritrovamenti archeologici che si sono rivelati in questa zona, infatti la Soprintendenza per il beni archeologici ha rilasciato il proprio nulla osta poche settimane fa, accogliendo il riposizionamento delle sagome degli edifici, in un contesto di rispetto e valorizzazione. I pregevoli ritrovamenti fatti, sono stati resi possibili proprio dai sondaggi archeologici pagati dai soci delle cooperative, che ci hanno permesso di rinvenire testimonianze della nostra storia, che altrimenti sarebbero rimaste sepolte per sempre. Il Comune peraltro ha intrapreso un progetto di conservazione e musealizzazione dei reperti che in parte vanno a collocarsi nel parco archeologico che si intenderebbe realizzare all’interno dell’area, in parte in un zona museale che troverà spazio nei locali adiacenti al comune nella ex cantina sociale ed in fase di ristrutturazione”.  Secondo Verini il nuovo vincolo di fatto bloccherebbe l’insediamento abitativo con conseguenze sociali ed economiche “imprevedibili”. “Per queste motivazioni non è possibile per me gioire di questo risultato” continua Verini “la delocalizzazione della zona 167 come alcuni in modo quantomeno prematuro paventano, richiederebbe un tempo di almeno 2 anni, ammesso che la zona che si andrebbe ad individuare non incontri nessun tipo di vincolo dal punto di vista archeologico, paesaggistico e soprattutto geologico”. Il caso non è ancora chiuso.


Genzano, la villa degli Antonini in area edificabile

Genzano è un centro famoso per un tipo caratteristico di pane. E pensare che qui si trova la Villa degli Antonini, una delle residenze più importanti rinvenute nei dintorni di Roma. Qui nacquero Antonino Pio e Commodo, e da qui provengono i busti omonimi esposti ai Musei Capitolini. L’edificio, simbolo della grandezza raggiunta dai romani, anticamente era servito da un grande acquedotto ad arcate. Eppure purtroppo sono pochi a sapere della sua esistenza. Una volta arrivati a Genzano è difficile anche capire dove sia il sito, dato che manca una segnaletica. Non è nemmeno indicata la deviazione da prendere lungo la strada principale. Il terreno su cui giace la villa non ha una vera recinzione, l’ingresso è agevole. I resti sono resi quasi invisibili dalla folta vegetazione cresciuta intorno e dall’immondizia. Un cartello informa che su quell’area è stata condotta una campagna di scavo. I resti si trovano in un’area un tempo a destinazione agricola ma divenuta edificabile per una variante del Prg approvata dalla Regione nel 2004. Le costruzioni si sono quindi moltiplicate e si continua a costruire. Ora, dato che gli studiosi sono concordi nel ritenere che la villa fosse in origine molto più estesa, è possibile che parti di essa siano state distrutte per costruire nei terreni vicini. A nord dei resti, ad esempio, durante lavori per la costruzione di un quartiere popolare, sono stati rinvenuti due tratti della via basolata che dall’Appia antica conduceva alla villa. Il potenziale archeologico della zona è molto alto ma anche qui rischia di essere fagocitato da un’urbanizzazione selvaggia. Sorte peggiore è spettata alle straordinarie ville rinvenute a Nemi, Albano, Lanuvio, Castel Gandolfo, la cui conservazione è nelle mani dei proprietari dei terreni in cui si trovano. Queste ville giacciono in un deplorevole stato di abbandono.


Ariccia, gli attrezzi agricoli nell’Orto di mezzo

Anche Aricia è stata dimenticata. Oggi nota con il nome di Ariccia e famosa per la porchetta, un tempo centro romano servito dall’Appia antica. Vicino all’attuale Municipio si erge un imponente struttura in opera quadrata, identificata come il capitolium cittadino, colma di immondizia. Nella zona detta Orto di mezzo si trovano resti di un edificio termale e un tempio oggi usato come deposito di attrezzi agricoli. I sepolcri sono desolati e coperti dalla vegetazione, il Basto del Diavolo, antica porta urbica, è usata come rotonda spartitraffico. A nord est di Ariccia si trova la villa di Vitellio le cui strutture murarie e pavimenti termali si sono deteriorati nel tempo a causa dell’assenza di un’appropriata manutenzione. Anche qui molte testimonianze antiche sembrerebbero essere state distrutte negli ultimi trent’anni in maniera illegale per far posto a costruzioni moderne.

(25./Continua. Gli altri articoli sono leggibili nella sezione Archeologia abbandonata)

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