Ore 1.10 del 21 giugno 2012: Sole in Cancro. Brevissimum tenet coeli spatium, occupa una piccola parte del cielo. Così dice Vitruvio a proposito della costellazione del Cancro che, in effetti, occupa non più di quattordici gradi della fascia zodiacale. Né le sue stelle sono particolarmente brillanti. La loro disposizione, peraltro, ha potuto suggerire all’immaginazione degli antichi la forma di un crostaceo.

I Babilonesi, per verità, sembrano aver esitato sulla sua rappresentazione. Uno dei nomi con cui lo chiamavano era peraltro Nagar, cioè falegname, lavoratore del legno. Il termine è poco chiaro, ma non manca chi vi ha visto il soprannome di un animaletto, una specie di granchio terrestre, il che ci riaccosterebbe alla concezione classica la quale, appunto, individua nella costellazione un granchio.

Volgendoci all’Egitto, poi, il Cancro potrebbe derivare dalla trasformazione di due tartarughe che individuavano il decano Sit, localizzato appunto nel Cancro. Un possibile modello è forse anche lo scarabeo egizio. In Grecia il Cancro è Karkìnos (granchio, gambero) e comincia ad essere menzionato verso il 430 a.C. Nel mondo latino si usava il termine Cancer, con lo stesso significato.

Ma procediamo, ora, lungo i sentieri, del mito; scendiamo nell’acqua di palude…
Pensa lentamente Karkinos, il granchio, il crostaceo. La grande Era, la dea, la sposa del sommo Zeus, gli ha parlato. – Ti ho allevato, Karkinos – gli ha detto. – Ti ho nutrito in questa palude di Lerna. Siimi riconoscente. Va’ e colpisci Eracle. Aiuta l’idra! – . L’idra, quell’immondo essere che così spesso aveva disturbato i suoi sonni nell’acqua misteriosa della palude. L’idra, quella bestiaccia non si capiva bene se con corpo di cane o di serpente, con tutte quelle teste, sette, nove, cinquanta o quante fossero; con quel fiato velenoso e puzzolente che faceva strage di persone e di armenti, che mandava in malora fin le messi della vicina città di Argo. Ma la dea ha parlato: lui, Karkìnos, deve aiutare il mostro. E si avvia, Karkìnos, lentamente.

Già avverte, lontano, un trambusto. E’ Eracle che lotta selvaggiamente con l’Idra. E’ la seconda delle imprese impostegli da Euristeo, la seconda “fatica”. Taglia col suo aureo falcetto, le teste di quell’incubo vivente. L’ha stanato con frecce infuocate dal suo rifugio in un bosco di platani. Taglia le teste. E quelle – maledette – ricrescono. Né cade quella centrale, che in parte è d’oro, immortale. Ispira l’eroe la saggia Athena. – Iolao, dà fuoco al bosco! – grida Eracle al fido nipote che l’accompagna nell’impresa. Ecco le prime fiamme. Ecco, pian piano, gli arbusti si arroventano, si mutano in ardenti tizzoni. E allora via. Giù una testa e subito, sulla ferita, la punta infuocata d’un tronco. Miracolosa cauterizzazione! Più non ricrescono le orride appendici. Ed ecco Karkìnos che scorge l’eroe affannato. – Ancora uno sforzo; ancora qualche passo avanti. Eccolo, eccolo; ecco il suo piede. Obbediamo alla dea -. E si attacca con le chele potenti al tallone dell’eroe. Mugghia, Eracle, per il dolore. Ma non più di tanto. Si scrolla dal piede l’animale e, preciso, lo schiaccia. Cade l’ultima testa dell’idra, l’immortale, e vien posta sotto una enorme roccia. Si asciuga il sudore, Eracle e si accinge a intingere la punta delle sue frecce nelle tossiche secrezioni del mostro ucciso.

E intanto muore Karkìnos: i frammenti del suo guscio infranto hanno fatto strazio delle sue molli e bianche carni. – Madre Era, ho fatto quanto ho potuto – pensa spegnendosi. – Hai fatto quanto hai potuto – conferma la dea e pone la sua figura in cielo, come Cancro, nello Zodiaco.

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