Una scena di parto rappresentata nel luogo sacro per eccellenza, la Basilica di San Pietro, sotto lo sguardo ignaro di milioni di fedeli. La scena è da considerarsi unica nel panorama scultoreo sacro. In sequenza sono scolpite le diverse fasi della gravidanza, dal concepimento alla nascita di un neonato. Una scena dall’alta valenza simbolica, non a caso scolpita sui basamenti del baldacchino del Bernini, esattamene sopra la tomba dell’apostolo Pietro. Un simbolismo tanto colto da non essere capito già dagli stessi contemporanei del Bernini che passarono sotto silenzio la scena considerandola scandalosa e scurrile. Quale mecenate avrebbe mai potuto avere l’ardire di commissionare una simile opera nella Chiesa per eccellenza?

Entrando nella Basilica di S. Pietro l’attenzione viene subito catturata da quel meraviglioso insieme costituito da cupola di Michelangelo, baldacchino di Bernini e tomba di S. Pietro. Le tre strutture sono allineate una sopra l’altra sottintendendo una valenza ideologica senza eguali. La tomba di San Pietro costituisce da sempre il perno della Basilica. Intorno ad essa Costantino decise di innalzare la prima Basilica e su di essa, durante i lavori per la nuova basilica, fu costruita la volta più imponente, perché imponente era ciò che doveva proteggere. Fu sicuramente l’alta significatività del luogo a spingere Urbano VIII alla costruzione del maestoso baldacchino, commissionato ad un giovane Gian Lorenzo Bernini.

 

Il sodalizio tra Urbano VIII e Bernini
Maffeo Barberini (1568-1644) fu eletto papa nel 1623 con il nome di Urbano VIII. Oltre ad essere un diplomatico di livello ed un attivo sostenitore dell’autorità della Chiesa, fu un grande mecenate, amante dell’arte e colto umanista, tanto da essere soprannominato l’ape attica. Sotto il suo pontificato Roma fu abbellita da numerose opere in stile barocco, oggi patrimonio dell’umanità, affidate agli artisti più eccelsi dell’epoca. L’artista da lui prediletto fu Gian Lorenzo Bernini, in quanto considerato l’artista ideale sia per realizzare i suoi progetti urbanistici e architettonici, sia per dare forma ed espressione alla volontà della Chiesa di rappresentarsi come forza trionfante, attraverso delle opere spettacolari con uno spiccato carattere comunicativo, persuasivo e celebrativo. Si trattava di un’arte che fondeva diverse tipologie: l’architettura, la scultura e l’urbanistica. Bernini nelle sue opere utilizzava ogni espediente possibile per stupire il pubblico, anche effetti illusionistici. La prima commissione barberiniana fu, nel 1623, la statua di Santa Bibiana, nell’omonima chiesa, che comprendeva anche il progetto della facciata.
Il sodalizio artistico di Urbano VIII col suo artista prediletto, troverà in San Pietro il suo luogo ideale: la basilica, sorta sul luogo del martirio dell’apostolo Pietro, doveva rappresentare la rinascita della Chiesa stessa e la sua rivincita morale e spirituale dopo la crisi del secolo precedente. Fu per questo che decise di affidare al Bernini la costruzione di un enorme baldacchino che sormontasse il nuovo altare situato sopra la confessione. La zona circostante, formata dai quattro piloni che sorreggono la cupola, fu dedicata al culto delle reliquie con nicchie contenenti statue monumentali di santi, animate da panneggi mossi, che sembrano dialogare con l’ambiente circostante.
Il Bernini, nel 1627, ebbe l’onore di eseguire anche il monumento sepolcrale di Urbano VIII. Fu collocato in posizione simmetrica rispetto a quello cinquecentesco di Paolo III Farnese, il Papa del concilio di Trento, cioè colui che aveva iniziato la riforma della chiesa conclusa proprio dal Barberini. La statua del papa nell’atto di benedire è posta tra le figure allegoriche della Carità e della Giustizia. Al centro sta uno scheletro, in luogo della consueta statua allegorica della Fama che scrive l’epitaffio. L’innovazione iconografica sta a significare che anche la morte, rappresentata dallo scheletro, rende omaggio alla gloria del papa. Al 1640 risale la bellissima Fontana del Tritone, la prima delle sue fontane: un insieme di motivi classici e secenteschi in una fantasia del tutto barocca. Ciò che emerge dall’analisi delle commissioni di Urbano VIII al Bernini è il messaggio sotteso a tutte le sue opere: quello di celebrare il suo pontificato quale inizio della nuova era della Chiesa.

 bernini_2Il simbolismo del baldacchino di San Pietro
Era ancora venticinquenne Bernini quando ricevette la commissione del baldacchino di S. Pietro. Era il 7 giugno 1624. La costruzione durò nove anni. Per reperire il bronzo necessario Urbano diede ordine di asportare le grandi travi bronzee del portico del Pantheon, le stesse che si erano salvate dai numerosi saccheggi degli imperatori d’Oriente, definite dal pontefice “decora inutilia”. Questo gesto fu condannato dalla celebre frase “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, ormai rimasta alla storia quale giudizio dell’attività edilizia del papa. L’importanza simbolica del monumento è evidentissima. Le colonne vitinee richiamano l’antichissima tradizione del tempio di Salomone a Gerusalemme, il cui dettame sarebbe stato dettato dall’Onnipotente ai sommi sacerdoti. I serti di alloro alludono alla poesia, le api alla laboriosità dei Barberini, i sauri alla rinascita dell’uomo vivificato dal messaggio cristiano. L’opera in bronzo culmina, con un vorticoso moto ascensionale, in una croce posta a 30 metri dal piano di calpestio. La sua forma rettangolare si discosta sia alla pianta quadrata della cupola michelangiolesca, sia dallo spazio circolare della confessione. Il baldacchino rappresenta il coronamento dell’altare per eccellenza, ossia quello eretto sul più sacro luogo di culto simbolo della maternità della Chiesa. L’ideatore del baldacchino fu Urbano VIII. Esistono due testimonianza a riguardo. Andrea Nicoletti, biografo del papa, scrive “l’artefice fu il Cavalier Gio. Lorenzo Bernini che in tal lavoro acquistassi grande applauso e maggior fama, ma il pensiero e l’idea fu di Urbano stesso”. Lo stesso Bernini in un discorso con Lelio Guidiccioni dice che l’idea del monumento fu di Sua Santità in persona. Sicuramente al genio del Bernini sta il merito di aver tradotto pure idee, seppur sublimi, in un’opera d’arte. Ma il programma alla base del baldacchino appartiene alla cultura, alla mentalità, alla sensibilità raffinata e all’autorità del pontefice.

I quattro basamenti
bernini_3Per capire il significato del monumento dobbiamo analizzare gli stemmi scolpiti sui basamenti delle quattro colonne. Ciò che subito colpisce l’attenzione è il fatto che i basamenti e gli stemmi siano in marmo mentre il resto del monumento in bronzo. Ogni basamento ha due stemmi scolpiti sui lati esterni. Ogni stemma presenta uno scudo araldico con tre api, simbolo dei Barberini; sopra lo scudo sta la tiara sotto la quale sono scolpite le chiavi incrociate. Sotto le chiavi si affaccia una piccola testa. Sotto lo scudo invece si trova un mascherone. Ciò che cambia tra uno stemma e l’altro è la testa e il mascherone. Sette teste sono di donna, mentre una è di un ridente bambino riccioluto. Analizziamo gli stemmi, partendo dal basamento anteriore sinistro fino ad arrivare, procedendo in senso orario, a quello anteriore destro. Osservando le teste femminili ci si accorge che le espressioni che assumono di volta in volta negli stemmi intendono rappresentare le contrazioni del volto di una partoriente. Nel primo stemma il volto (sono tutti visibili nella galleria fotografica, in fondo) ha un’espressione rilassata in quanto rappresenterebbe l’atto del concepimento, confermato dalla presenza del cherubino scolpito sulla tiara e dei due maliziosi musetti sotto l’impugnatura delle chiavi. Il mascherone, una bocca spalancata quasi infernale, è considerato da Cesare D’Onofrio uno dei capolavoro dell’arte barocca proprio per la sua alta valenza simbolica. La seconda testa ha un forte spasimo (periodo dilatante) che diventa urlo nella terza testa (momento espulsivo); la quarta ha un espressione un po’ meno contratta (momento del secondamento); la quinta testa ha un’espressione sfinita. La sesta testa, artisticamente la più bella per la composta e intensa drammaticità, è densa di dolore e di stanchezza. La settima ha un’espressone disfatta, i capelli schiacciati sulla fronte, le labbra riarse per il travaglio ora finito e concluso con la nascita del bambino, raffigurato nell’ottavo e ultimo stemma. Anche gli stemmi, visti di profilo, rilevano un progressivo rigonfiamento delle curve quasi a richiamare il dilatarsi del ventre materno durante il periodo della gravidanza. Secondo il professore Roberto Russo, il mascherone sottostante lo scudo potrebbe rappresentare i genitali esterni femminili, raffigurato nelle sue modificazioni nelle diverse fasi del parto (vedi galleria fotografica, in fondo).
bernini_4È sicuramente una di quelle scene che non ci aspetteremmo di trovare sopra la tomba dell’apostolo Pietro e nella Chiesa per eccellenza. Fu forse per questo motivo che già i contemporanei di Urbano VIII nel descrivere il baldacchino ne ignorarono gli stemmi; così come autorevoli storici dell’arte li hanno per lungo tempo definiti “scurrili”. Furono tenuti sotto silenzio anche nei secoli successivi. Solo nel 1883 Augustus Hare, nello scrivere la seconda edizione del suo Walks in Rome, parlò di un ex voto fatto da Urbano VIII, il quale avrebbe promesso di innalzare un baldacchino scolpito con quel ciclo se una sua nipote fosse riuscita a portare a termine un parto difficile. Secondo un’altra versione l’idea sarebbe stata dello stesso Bernini per vendicarsi del fatto che il papa gli aveva proibito di sposare una sua nipote. Per altri rappresenterebbe la lunga gestazione nella realizzazione del baldacchino durata non nove mesi ma nove anni.
Per Cesare D’Onofrio ci fu un preciso programma dietro il ciclo scolpito sul baldacchino. E questo programma fu deciso dall’alto. Non è possibile pensare che Bernini, insieme ai suoi collaboratori Radi e Borromini, prendesse l’iniziativa di scolpire un ciclo così insolito in un locus sacerrimus centro dell’universo cattolico. Tanto meno che facesse uno sgarbo al suo potente protettore. Solo una persona aveva il potere di farlo e questa persona era Urbano VIII. Il papa possedeva infatti quell’audacia intellettuale che sta alla base della sottile simbologia del ciclo scolpito. Il ciclo doveva alludere a qualcosa di particolare, a qualcosa che lo rendesse degno di essere rappresentato sopra la tomba di Pietro e sotto l’iscrizione della cupola: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam.
Qual è il messaggio sotteso alla rappresentazione del parto? Urbano VIII con il suo ciclo allude al concetto di Mater Ecclesia che assicura la propria rigenerazione e la propria perpetuità tramite il nuovo successore di Pietro, ossia tramite Urbano VIII. Lo stesso concetto che era alla base della cerimonia lateranense, che prevedeva al momento barberina_stemma_1dell’elezione del nuovo papa che il candidato si sedesse sulla sedia da parto, simboleggiante la rifondazione della Chiesa sub specie matris, ossia sotto l’aspetto di madre. Urbano VIII conosceva bene la storia della papessa Giovanna e di conseguenza sapeva che non esisteva nessun legame tra la papessa e l’introduzione di simili sedie e, di conseguenza, tra la papessa ed il concetto di Mater Ecclesia.
Così come le sedie da parto dovevano rimanere nude nella loro pietra mentre il neo eletto vi si sedeva, allo stesso modo i basamenti delle colonne bronzee furono scolpiti nel marmo affinché rappresentassero concretamente il senso delle parole di Cristo correnti lungo la volta: et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam.
Ben presto si smarrì il significato del ciclo “materno” scolpito sui basamento così come del rito “materno” delle sedie da parto. Quest’ultimo fu collegato alla leggenda della papessa Giovanna: sarebbe stata la paura di incorrere in un simile errore, ossia l’elezione a pontefice di una donna, a suggerire l’uso di sedie atte a testare la presenza degli attributi maschili dei candidati al soglio pontificio. Di conseguenza è da escludere che la scena scolpita sui basamenti alluda alla storia della papessa Giovanna, morta di parto.

Ideologia e propaganda
Il rilancio dell’antico concetto di Mater Ecclesia aveva per Urbano VIII un forte intento politico. Egli si rivolgeva all’Europa. Erano gli anni della guerra dei Trent’anni, iniziata cinque anni prima della sua elezione, una feroce guerra religiosa che vedeva opposti cristiani a protestanti. Gli anni del pontificato di Urbano VIII furono quindi contraddistinti dalla veemente replica alle teorie luterane. Cipriano, vescovo di Cartagine (III d. C.), affermava “Habere non potest Dum Patrem qui Ecclesiam non habet Matrem, ossia non si può concepire Dio come Padre se non si berberini_stemma_2riconosce la Chiesa come Madre. I protestanti avevano invece proclamato l’inutilità di qualsiasi intermediario tra Dio e l’uomo. Riecheggiavano i moniti dell’Apocalisse di S. Giovanni. Era necessaria una Controriforma che ribadisse tanto il significato della Basilica di S. Pietro quale centro della cristianità, quanto i dogmi della fede, primo tra tutti il mistero del Verbo incarnato: attraverso la maternità di Maria si realizzava il progetto salvifico dell’Onnipotente, che aveva donato al mondo il proprio figlio. Urbano VIII ebbe il compito di ristabilire l’arcaico concetto di Chiesa-Madre: c’era in gioco l’autorità della Chiesa. La riforma luterana aveva rappresentato il momento in cui le forze del male avevano avuto il sopravvento, ma la ricostruita Chiesa aveva restituito al genere umano la corretta via della salvezza indicata dal Cristo. Il papa aveva quindi voluto, nel luogo più sacro della madre di tutte le chiese, ricordare il monito di S. Giovanni attraverso le maschere infernali inserite nel fondo degli stemmi e ribadire, mediante la costruzione del baldacchino sopra la tomba di S. Pietro, che la Mater Ecclesia era rinata dopo aver sconfitto ogni sofferenza e travaglio. Urbano VIII, sedati i grandi conflitti religiosi, poteva finalmente celebrare nella Basilica di S. Pietro, ormai centro assoluto della cristianità, il suo trionfale programma di rinnovamento ponendo la vittoria della Chiesa, rappresentata dalla scena di parto, all’interno del suo stesso stemma.
È meravigliosa la lettura in chiave moderna che Sergei Michailovich Ejzenstejn, regista di memorabili capolavori, ha dato del ciclo scultoreo ideato da Urbano VIII: “Questi otto stemmi non solo non sono identici, ma neppure autonomi l’uno dall’altro. Sono otto inquadrature, gli otto pezzi del montaggio di una completa sceneggiatura. Presi insieme svolgono progressivamente un intero dramma”.

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