A Bruxelles, nelle ultime ore, i ministri delle finanze stanno cercando di chiudere l’anno in grande stile, discutendo senza sosta in merito alla supervisione bancaria unica.
Alla luce delle condizioni economiche e delle divergenze tra fazioni, non si tratta certamente di un negoziato semplice, anche se un certo grado di convergenza è stato già raggiunto.
Questo nuovo strumento comunitario pone una serie di quesiti, di natura tecnica ma anche politica, soprattutto riguardo la reale capacità di limitare il più possibile i rischi di eventuali crisi di liquidità nel sistema creditizio. Il punto è particolarmente delicato, poiché l’inevitabile compromesso tra le varie posizioni in campo rischia minare l’efficacia del meccanismo, rendendo vani gli sforzi, anche economici, che i paesi si stanno sobbarcando per mettere in piedi una struttura complessa.
Proprio questa complessità rappresenta il nodo della discussione: se i mercati nutrono dubbi sulla reale possibilità di attivazione dello strumento si perdono tutti i benefici dello stesso, prima ancora che si manifesti la necessità di metterlo in pratica.

L’obiettivo primario della Banking Union è la separazione tra l’eventuale fallimento di una banca ed il coinvolgimento finanziario dello Stato di appartenenza, che sobbarcandosi le spese di salvataggio si espone ad un peggioramento del debito pubblico. Si tratta, in buona sostanza, di evitare una nuova Lehman Brothers in Europa, attraverso un meccanismo d’intervento coordinato e tempestivo.
La vera innovazione riguarda il finanziamento da parte privata del fondo di garanzia, composto da versamenti annuali forniti dalle banche stesse secondo una quota fissa, per cui i contribuenti europei non dovrebbero più pagare il conto di un fallimento dettato dal mercato. La dimensione comunitaria della funzione di vigilanza dovrebbe inoltre consentire un miglioramento del controllo preventivo sullo stato di salute del sistema bancario, grazie alla standardizzazione delle procedure ed alla condivisione di informazioni sensibili. Il passo, come sottolineato dai capi di governo, è estremamente significativo, poiché implica un’ulteriore cessione di sovranità verso un’istituzione internazionale.

L’accordo raggiunto in settimana in sede Ecofin, figlio delle esigenze messe sul piatto da tutti i Paesi, ha tradotto gli obiettivi descritti in misure tecniche, destando qualche preoccupazione sul piano della complessità del meccanismo. Il nuovo Fondo Unico di Risoluzione (SRF) è il principale strumento istituito per fronteggiare gli eventuali fallimenti bancari in Europa.
Questo sarà costituito da 28 fondi nazionali, finanziati dai privati stessi, che interverranno in prima battuta quando si manifesta un problema di liquidità. La governance del Fondo, ovvero il potere decisionale d’intervento, sarà affidato ad un nuovo organismo, il Meccanismo Unico di Risoluzione (SRM), sul quale si sono riscontrate le divergenze più accese in sede di Consiglio, soprattutto riguardo il sistema di votazione.
Nel periodo transitorio di 10 anni, necessario per consentire la costituzione del Fondo, le banche in crisi potranno beneficiare di prestiti-ponte da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità, ovvero il fondo salva-Stati, oppure dai governi nazionali. Questi finanziamento dovranno tuttavia essere rimborsati attraverso prelievi ex-post.

Il disegno complessivo presenta diversi punti deboli, limati nel corso della trattativa ma non del tutto eliminati. In primis, restano moti dubbi sull’effettiva “potenza di fuoco” del Fondo, la cui entità finale non è stata ancora definita. Per essere credibile, infatti, le garanzie di liquidità devono essere composte da somme ingenti, sufficienti a fronteggiare anche forti shock. Per questo motivo l’Italia ha spinto per l’introduzione del supporto da parte dell’ESM, entità che dispone di circa 700 miliardi di Euro e che, si spera, non dovrà finanziare ulteriori acquisti di titoli di debito, una volta che l’Europa sia uscita dalla crisi debitoria.
La Germania, dal canto suo, ha opposto una notevole resistenza all’erogazione illimitata di fondi in assenza di adeguati vincoli per i governi, i quali dovrebbero impegnarsi ad applicare diverse riforme strutturali. Si tratta delle posizioni solite, che hanno già dimostrato il loro fallimento, come evidenziato in una lettera del Ministro Saccomanni: gli strumenti di salvataggio funzionano come deterrente solo se la loro disponibilità è immediata, per cui l’imposizioni di condizioni preventive ne blocca di fatto l’efficacia.

L’accordo finale segna dunque un punto a favore del nostro Paese, che ha ottenuto l’applicazione di buona parte delle istanze promosse, anche se l’automatismo perfetto del meccanismo non è stato raggiunto. Il sistema di votazione, infatti, rimane ancora farraginoso, per cui l’ultima parola spetterà sempre ai governi, attraverso le loro rappresentanze presso la nuova istituzione.
Ad ogni modo, il meccanismo di “backstop”, ovvero l’esistenza di prestiti-ponte, insieme alla possibilità dopo il primo anno di accedere ai fondi comuni, rappresenta una prima esperienza di condivisione del rischio in Europa. A Bruxelles l’importanza di questo passaggio è stata vista come lo sviluppo più importante per l’Europa dopo l’introduzione della moneta unica, non senza ragioni: il fatto che il fallimento di una banca sia affrontato in modo collegiale e con fondi comuni, anche se privati, rappresenta senza dubbio fenomeno fortemente aggregante.
La decisione stessa di attivare la procedura di fallimento controllato per un istituto sarà presa in seno alla BCE, quindi in base ad un parere condiviso.

Il ruolo giocato dal nostro paese in questa partita è stato molto più importante di quanto non si possa pensare. L’idea originaria, soprattutto in merito alla creazione di un Fondo ed all’utilizzo dell’ESM per finanziare direttamente le banche, fu proposta in un Consiglio di giugno 2012 dal premier Monti e da quel momento la discussione si è evoluta fino alla definizione del meccanismo avvenuta in questi giorni. Alla luce della condizione economica italiana, è dunque legittimo chiedersi cosa abbia spinto paesi di gran lunga più stabili e competitivi del nostro, in primis la locomotiva tedesca, ad accettare questo tipo di compromesso.
La risposta, tutto sommato semplice, va cercata nei benefici dell’Europa unita, che nonostante le difficoltà economiche rimane ancora un progetto in cui conviene investire. Quella tedesca, infatti, non è altro che una solidarietà “interessata”.
La Germania, partecipando ad un meccanismo di garanzia collettiva, si accolla un rischio che viene ampiamente ripagato dalla capacità di esportare nel resto d’Europa, grazie ad un enorme vantaggio produttivo, all’inflazione bassa, all’assenza di rischio di cambio. Quando l’interesse nazionale di tutti viene a combaciare con la messa in pratica di uno strumento utile ed aggregante, gli effetti non possono essere che positivi: è solo in questo modo, infatti, che il progetto comunitario può progredire.

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