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24 ore al pronto soccorso

Il reality… very real

29 Marzo 2013 di  Andalù

Le telecamere nascoste per 28 giorni al King’s College Hospital di Londra sono il programma di Real Time che sostituisce gazzelle e leoni dei vecchi documentari con pazienti e infermieri. Sempre di vita o di morte si tratta ma in Italia il format dovrebbe cambiare nome in “24 ore ad attendere il proprio turno”.

Il reality… very real
La realtà supera ogni fantasia. Forse è per questo che la tv osserva la realtà così da vicino e ne è così affascinata. C'era una volta il documentario insomma e per anni ci siamo nutriti delle avventure delle gazzelle del Serengeti nella quotidiana lotta per la sopravvivenza o dell'incredibile potenza della migrazione di una mandria di elefanti per non parlare della bellezza del parto di una balena (forse l'immagine più incredibile mai vista in vita mia).

Ma si sa, non esiste animale più incredibile su questa terra dell'uomo e infatti il documentario sin dai suoi esordi lo ha seguito nei suoi più intimi dettagli. Agli inizi erano le immagini degli uomini delle tribù di qualche sperduto e incontaminato villaggio africano o australiano ma la nuova frontiera del documentario è molto più vicina a noi di quanto si possa immaginare. Perché oggi passeremo (si fa per dire) 24 ore al pronto soccorso. L'ultima frontiera è qui, all’interno del King’s College Hospital di Londra dove sono state piazzate ben 70 telecamere che hanno filmato 24 ore su 24 e per 28 giorni di fila tutto quello che è accaduto. Impressionante.

Ci avrò pensato tutte le volte che mi è capitata la disgrazia di dover andare al Pronto Soccorso: certo che qui se si mettesse anche solo una telecamera verrebbe fuori un programma spettacolare. Perché quello che la vita mette in scena non potrà mai scriverlo nessuno, nemmeno un genio e il Pronto Soccorso è il luogo dove la vita e tutta la sua energia arrivano per essere soccorse, per giunta velocemente, e dove la morte attende paziente che arrivi il suo turno. Emozioni forti anche di fronte a traumi apparentemente banali.

Nell'episodio che ho appena visto un mix davvero letale: sabato sera e alcool... a Londra. Un uomo sulla quarantina, ubriaco, era caduto dalle scale di casa sua e si era fratturato il collo: immobilizzato, giaceva sulla barella e guardava il soffitto con occhi annacquati dalla sbronza e chiamava la madre maledicendola e piangendo come un bambino perché la voleva accanto . Il dramma dell'alcool passa anche attraverso la testimonianza del personale medico di turno in un montaggio che alterna i piani temporali mostrando il presente ripreso con le dichiarazioni post-evento da parte degli stessi protagonisti. Spaccati di umanità che lasciano spazio anche ad un po' di umorismo quando l'infermiera di turno non riesce a fare a meno di notare che uno dei due poliziotti di scorta all'ubriaco molesto appena portato in manette “è davvero carino” e che se ne sarebbe occupata lei con una vezzosa mano passata tra i capelli.

Un reparto sotto pressione dove i pazienti (con poca pazienza direbbe Totò) urlano un po' per il dolore un po' per l'elevato numero di birre bevute, tutto sotto l'occhio discreto delle telecamere che non sono minimamente percepite ed è quasi incredibile constatare che ciò possa accadere. In quel momento siamo lì come osservatori invisibili e fa uno strano effetto dopo anni di reality nei quali abbiamo visto di tutto tranne che la realtà dei fatti o la presunta spontaneità di chi veniva ripreso. Non più uno specchio deformante per aspiranti attori, aspiranti ballerine, aspiranti qualcosa che man mano che le edizioni andavano avanti diventavano sempre più autoreferenziali aspiranti concorrenti del Grande Fratello da inserire nel circuito sempre più veloce e meno redditizio delle ospitate tv e serate in discoteca. Qui abbiamo a che fare con la realtà vera non quella urlata in confessionale per avere un paio di sigarette.

Provo ad immaginare lo stesso programma in Italia basandomi su esperienze personali: notte, arrivi al Pronto Soccorso, fai l'accettazione Triage, prima attesa, venti minuti, poi arrivi al banco e qui mettiamo subito le cose in chiaro perché se non hai uno squarcio molto serio e ben visibile da codice rosso conclamato in ambulanza e hai la malaugurata idea di arrivare in ospedale da solo (ma anche accompagnato), affronterai nel 95% dei casi un'attesa di 4-6 ore che comincerà con lo sguardo annoiato e per nulla empatico dell'infermiere di turno che ti chiede due cose due, ti prende il battito cardiaco e la pressione con un apparecchietto portatile e poi ti abbandona al tuo tragico destino di “codice verde” perché anche se hai una caviglia fratturata e il piede come una zampogna abruzzese in Italia sarai sempre un “codice verde”.

In realtà infatti nel nostro belpaese di programmi se ne potrebbero fare ben due, uno sarebbe uno spin-off altrettanto interessante e potrebbe chiamarsi “24 ore ad attendere il tuo turno” dove, comunque, può accadere di tutto. Magari anche morire. Ho visto figlie parlare con madri anziane dalla testa fasciata alla meno peggio per un (presumo) trauma cranico che snocciolavano tutta la propria esistenza sentimentale travagliata e ho visto le madri desiderare ardentemente l'invenzione immediata del teletrasporto senza preoccuparsi di eventuali mosche e contaminazioni genetiche. Ho visto ragazze sballate da pasticche che, dopo un iniziale svenimento, riprendevano progressivamente conoscenza fino a riassumere vigore e spasmodica impazienza e fidanzati tatuati e depilati con le sopracciglia disegnate che condividevano su facebook le foto dell'accaduto, il tutto condito con un utilizzo multiplo dell'avverbio “cioè”, che incrociavano il mio sguardo per dirmi “cioè ma come si fa a non capire che ho collassato e adesso cioè stobbene e posso andare a casa.. cioè... allucinante... e ci hai pure studiato per diventare medico”.

Ma ho visto anche un uomo uscire con le proprie gambe da una macchina sorretto dalla figlia e dal genero per essere accolto dall'infermiere annoiato ed essere messo subito su di una sedia a rotelle per entrare immediatamente al di la della porta scorrevole dove il Soccorso è davvero Pronto; ho visto l'infermiere annoiato fare un inequivocabile gesto rotatorio con la mano come a dire “questo è andato, forse mi sbaglio ma ne dubito” e poi dire 10 minuti dopo alla figlia piangente che aveva appena ricevuto da un dottore la notizia del decesso del padre: “signò ma voi ce lo avete portato già morto, io l'ho detto subito”.
Perché la vita racconta storie che nessuno scrittore sarebbe in grado di mettere su carta per capacità e coraggio.
E con questo Andalù vi saluta portandosi via uno di quei programmi che rinnovano il suo amore folle per la tv: “24 ore al Pronto Soccorso”.
Andalù
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Andalù
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Informazioni sull'autore
Nato a Napoli negli anni ’70  impara a parlare tardi e davanti alla televisione suscitando preoccupazione nei genitori quando sulle note della sigla dello sceneggiato “I promessi sposi” quello di Sandro Bolchi snocciolava a memoria tutto l'incipit manzoniano.
A vent’anni crede di poter fare il regista e rimedia una denuncia per “rappresentazione teatrale in luogo pubblico senza autorizzazione” mentre gira un cortometraggio/parodia sui contrabbandieri di sigarette. Verso i  25 anni pensa sia giunto il momento di mettere la testa a posto e diventa uno dei primi frequentanti di scienze della comunicazione dell'università di Fisciano. Si laurea con una tesi sull'archiviazione audiovisiva per ottenere la quale comincia a lavorare come “rematore schiavo” alla Rai di Napoli.  Dopo varie esperienze “Ai confini della realtà” nei programmi di metà mattinata sulla rete ammiraglia di mamma rai riesce, complice un allineamento dei pianeti, a diventare autore televisivo  senza nemmeno essere nipote di un cardinale. Tuttora crede di essere uno degli autori di un programma televisivo di successo.
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