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C’è un italiano, un francese e un tedesco…

I furbetti del quartierino

24 Maggio 2013 di 

Nel suo dizionario della lingua italiana, uscito nella seconda metà dell’800, Niccolò Tommaseo definiva furbo “chi tira a ingannare altrui con astuzie, per propria vile utilità”. In Italia i furbi li ammiriamo.

I furbetti del quartierino
“C’è un italiano, un francese e un tedesco che muoiono e vanno dal diavolo e il diavolo dice:
- se voi mi dite una cosa che io non so fare, vi lascio un giorno di vita!! Il tedesco interviene: - costruiscimi 1.000 muri di Berlino! Il diavolo li costruisce e il tedesco muore.

Tocca al francese, che dice: - costruiscimi 1.000 torre Eiffel! Il diavolo le costruisce e il francese muore. Arriva l'italiano, lancia una scoreggia e dice: - prendila, prendila! Il diavolo non ci riesce e gli lascia il giorno di vita. Il giorno dopo, l'italiano torna dal diavolo e il diavolo dice: - se tu mi dici una cosa che io non so fare ti lascio una settimana di vita! L'italiano scoreggia di nuovo, e dice: - disegnala, disegnala! Il diavolo non ci riesce e gli lascia una settimana di vita. La settimana successiva, l'italiano ritorna dal diavolo, e il diavolo gli dice: -se mi dici una cosa che io non so fare ti ridò eternamente la vita! l'italiano dice: -dammi una sedia con tre buchi. si siede e lancia una scoreggia e dice: -da che buco è uscita? il diavolo risponde: -dal buco di sinistra! l'italiano ribatte: - cuccù… dal buco del culo!!!”

In questa barzelletta, tra le più gettonate in rete, i perché della crisi economica italiana. Innanzitutto la volgarità. Chi non ricorda il “cuccù” e la “culona” alla Merkel dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Non certo gesti di alto profilo istituzionale. Insomma niente per cui essere presi sul serio. Ma soprattutto è un problema di valori. Le barzellette, che sono saggezza popolare, attribuiscono all’italiano, come valore supremo, la furbizia. Agli altri, invece, si riconoscono qualità come l’impegno, il rigore, la lealtà, l’onestà e perfino lo charme.

Nel suo dizionario della lingua italiana, uscito nella seconda metà dell’800, Niccolò Tommaseo definiva furbo “chi tira a ingannare altrui con astuzie, per propria vile utilità”. E tutti in Europa pensano questo del furbo. Che sia un delinquente, un truffatore, un evasore, un puttaniere, uno colluso con la criminalità. Tutto tranne che uno statista. Tutto tranne che uno di cui fidarsi.

In Italia, invece, i furbi li ammiriamo. I furbi li votiamo. Li eleggiamo in Parlamento. Li facciamo senatori a vita, Premier, Presidenti della Repubblica, li commemoriamo da vivi e da morti. Anche se ci “ingannano con astuzie per propria vile utilità” che chiamano “governo di  larghe intese” e di “salvezza nazionale” O forse, proprio per questo. Perché siamo furbi ma, soprattutto, scorreggioni.
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