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I martiri del 43

Nola, la vita oltre l’eccidio

18 Settembre 2013 di  Golem

Il libro di Alberto Liguoro (Nola, cronaca dall’eccidio) in questi giorni viene presentato in varie città italiane. L’autore racconta il suo viaggio nella memoria verso i genitori perduti nel cimitero della ragione.

Nola, la vita oltre l’eccidio
Settant’anni fa, a Nola, in Campania, un tenente italiano trentenne e nove altri ufficiali italiani venivano buttati contro il muro della loro stessa caserma dai reparti della Wermacht nazista di stanza nella zona e venivano fucilati davanti ai loro commilitoni attoniti, disarmati e inginocchiati a terra e davanti a tutta la popolazione civile.

Dieci a uno era il rapporto stabilito dai Nazisti: per ogni tedesco ucciso, andavano ammazzati dieci italiani. Fu, quella di Nola, la prima strage, il primo eccidio consumatosi in Italia ad opera dei tedeschi non più alleati ma invasori, all’indomani dall’armistizio dell’8 settembre 1943 e di una scaramuccia costata la vita a un ufficiale degli ex alleati di Berlino. Alberto Pesce, tenente dell’esercito italiano, e i suoi nove colleghi furono assassinati a sangue freddo l’11 settembre, giorno che poi la storia avrebbe immortalato, pietrificato, come data tremenda tra le più terribili, basti pensare al golpe in Cile del 1973 e all’attentato alle Torri Gemelle di New York del 2001.

Il tenente Alberto Pesce, architetto torinese, era il padre di Alberto Liguoro, autore del bellissimo “Nola, cronaca dall’eccidio” (Infinito edizioni, 2013, 160 pagine, € 14.00). L’Alberto scrittore nacque pochi mesi dopo la morte del padre e rimase poco dopo orfano anche della mamma, spentasi a causa di complicazioni post-parto in quell’Italia squassata dai bombardamenti e abbandonata dalla fuga vergognosa dei Reali. In questa intervista Alberto Liguoro ci racconta la sua vicenda umana, la scoperta del suo essere involontariamente figlio di un Eroe della Patria (o, forse meglio, di una vittima della Patria e per la Patria), il difficile percorso personale che l’ha portato, ormai grande d’età, a confrontarsi con la sua storia e il suo passato, che sono la nostra storia, il nostro passato, di cui siamo troppo spesso ignari e disinteressati. Mentre è proprio negli Alberto Pesce e negli Alberto Liguoro che dovremmo trovare la forza per guardare con rinnovata fiducia e ottimismo al futuro che ci aspetta, alla vita che abbiamo ancora da vivere e da spendere per buone cause che lo meritino.

Alberto, che cosa provi dentro di te quando, magari in televisione, senti parlare con tanta semplicità, magari persino banalità, di eccidi e stragi?
Istintivamente, un senso di angoscia e di pietà, soprattutto per i bambini, sia per quelli che ascoltano certi discorsi sia per coloro che invece subiscono la violenza. Meditatamente, provo frustrazione e rabbia, perché fatti di questo genere fanno ritornare indietro, fanno regredire, e più ce ne sono, più si torna indietro, altro che futuro!

E la parola Nola, il luogo stesso, quali sentimenti evocano in te?
Nola? Nola non è stata niente per me, per tanti anni, anzi un luogo da tenere lontano dalla mente il più possibile; una specie di noia, una seccatura in definitiva da dimenticare per sempre, magari con un colpo di bacchetta magica. Oggi è un luogo della memoria e di persone dotate di misericordia e di dedizione più di quanto io abbia mai avuto; in mezzo, un vuoto pneumatico riempito di cose vaghe. Ma soprattutto, ora la sento come la terra di mio padre; dove mio padre se ne è andato, ma non mi ha lasciato. Anzi ha lasciato a me il compito di continuare la nostra vita, un briciolo di vita, ma pur sempre la nostra vita, su questa Terra.

Come e quando scopristi d’essere figlio di una delle povere vittime dell’eccidio di Nola?
Scoprii di essere un orfano, diciamo “nient’altro che un orfano di guerra”, credo in prima media, mi pare di ricordare, a (involontaria) opera (distruttiva) di qualcuno dei “soliti” compagni di scuola, che era come se mi volesse “aprire gli occhi”. Qui probabilmente sbagliarono i miei genitori adottivi, ma erano anche altri tempi (del resto ancora oggi nessuno ha definitivamente conclamato come ci si debba comportare in questi casi), a voler posticipare a quando fossi più maturo (non nascondere) “la notizia”, divenuta, in tal modo, grande e grave più di quanto non lo fosse di per sé.
Come ci rimasero quando, al liceo, se non sbaglio, me lo dissero solennemente e io non seppi nascondere che già lo sapevo!

Quale fu la tua reazione a quella scoperta?
Di vergogna e di oblio; ero un orfano di guerra, o meglio di un crimine di guerra, in un mondo di non orfani; un perdente in un mondo di vincenti. Ma nelle occasioni in cui potevo nascondermi, nei discorsi generici, nei miei temi, trovavo spunto per parlarne senza che nessuno lo sapesse. Ci fu un mio tema su qualcosa come “i figli di nessuno” divenuto famoso nell’istituto scolastico che frequentavo, dove parlavo a qualcuno, ma non ero io in prima persona, era un altro.

Dentro di te, a un certo punto, che cosa è cambiato? E perché?
È cambiato tutto. A un certo punto, da che, secondo il naturale scorrere del tempo della mia vita, ero un normale figlio di famiglia, sono diventato un orfano adottato; un “eroe” anch’io? Bisogna starci dentro per capire quanto può essere fastidiosa questa parola quando si è giovani.

Esiste anche una percezione fisica di come cambia la propria vita, in questi casi?.
Ogni giorno la mia vita ricominciava daccapo, con l’intento di continuare da dove era iniziata ma, immancabilmente, il giorno dopo ricominciava nuovamente daccapo. Facevo tabula rasa del tempo precedente. C’era la famosa frase di “Via col vento”, che avrò visto cinque o sei volte, con i miei genitori adottivi, quando ero proprio bambino, un film che ritornava circa una volta all’anno al cinema di Maddaloni, il paese dove ho vissuto gran parte della mia vita, e tutti correvano a rivederlo come se fosse la prima volta: “Domani è un altro giorno”. Più tardi la sentii ripetere spesso, come uno slogan, da un mio amico (uno di quelli che mi aveva “avvisato”), e divenne anche, in un certo senso, il mio slogan. “Fuga dalla realtà”: possiamo chiamare così questa perversione? La mia fuga durò più di quanto non si immagini. Fuggimmo dal mondo, un giorno, io e la ragazza che sarebbe diventata poi mia moglie. Anche quello fu l’inizio di una nuova vita. Qualche mese dopo ci sposammo, io avevo 21 anni, lei 17; alcuni mesi dopo mi laureai in Giurisprudenza, l’anno successivo vinsi il concorso in magistratura. Insieme a un altro collega, siamo stati i più giovani magistrati in Italia; e anche qui iniziò, per me, un’altra vita, come in una bolla di sapone.

Hai mai pensato a come avrebbe potuto essere la tua vita con i tuoi genitori biologici, se tuo padre non fosse stato ucciso dai nazisti a Nola e tua madre non fosse stata portata via da una complicazione post-parto alla tua nascita?
Beh… Fosse sopravvissuta almeno mia madre, in qualche modo la barca, quasi del tutto appoggiata su un fianco, avrebbe continuato a navigare, ma… morta a 26 anni mia madre, affondata la barca! E la mia vita è continuata su un’altra barca.
Che cosa avrei fatto? Chi sa… credo che ben difficilmente avrei studiato “giurisprudenza”. I progetti, che conservo gelosamente, di mio padre che era architetto, e che sono stati stroncati con un sol colpo di falce a trent’anni, da una raffica di mitra; i suoi disegni che sono tanti, molti rocambolescamente ritrovati grazie a mio cugino Pier Giacomo, e sono bellissimi, da allestirci una mostra, mi fanno pensare che avrei probabilmente continuato la sua opera, ingegneria, architettura, istituto artistico, magari (e dire che non so disegnare un albero o una casa); i miei nonni paterni erano letterati, scrivevano, mia nonna anche novelle, romanzi: avrei fatto lo scrittore, magari il giornalista (il poeta no: essere un poeta non è un’attività secondo me, né un mestiere; uno stato d’animo, piuttosto, per fortuna molto diffuso); forse l’impiegato comunale, come un mio zio, o della Fiat, come un altro mio zio; l’uomo di legge, difficile… “Non si usava al nord”, all’epoca. E così, da possibile uomo di scienze o da probabile stipendiato torinese, mi sono ritrovato, alla fine, uomo di legge campano. Più cambiata la vita di così!

Hai sofferto molto raccogliendo le informazioni che ti hanno permesso di scrivere questo bellissimo libro? E come hai fatto a elaborare la sofferenza e a trovare la forza per continuare, passo dopo passo?
Ci ho messo cinquant’anni, diciamo da quando, testardo come sempre, ho deciso di mettermi a scrivere sul serio. Ma ho scritto di tante cose, tranne che di questo. Ho scritto anche dell’impossibilità, poi rivelatasi infondata, di scrivere di questo, in articoli, poesie, lettere a qualcuno, anche a qualcuno a me molto caro, nel quale ho ritrovato un po’ di me stesso, bambino, poi adolescente. Quando poi diventi uomo, tutti i gatti diventano bigi. Guarda, ho speso più tempo a non raccogliere informazioni; più tempo a non elaborare. Ho molto rifiutato, ma non faticato. Quando poi mi sono sentito pronto e nella mia testa, come in un sistema planetario, come anche in altri miei scritti, ma qui di più, si è delineato il complesso delle orbite dei corpi celesti intorno ad altri, delle rotazioni e delle rivoluzioni, non ho sentito più alcuna fatica. Voglia, voglia soprattutto di descrivere, di immaginare, di sognare, forse, e scorgere, tra gli incubi, le gioie della vita. Tutto questo ho sentito, ma nessuna fatica. Un miracolo forse? È forse perché lassù qualcuno mi ama? Facilità, allineamento, disallineamento, la stretta trafila burocratica non mi interessa, ma la storia sì, come me l’hanno insegnata a scuola i miei bravi maestri, come senso, come significato, come esperienza e indicazione. Nessuna fatica, guarda; mi costa più fatica sostenere questa conversazione. E così è venuto fuori il libro che tu affettuosamente definisci “bellissimo”.

Perché gli italiani hanno sostanzialmente rimosso episodi come quello di Nola, ma anche come quelli che hanno visto il perpetrarsi di tante stragi nazi-fasciste ai danni della popolazione civile tra il 1943 e il 1945?
Non solo gli Italiani, una volta tanto, va detto. Nel costruire il futuro, sempre che davvero possiamo aspirare a costruire un futuro (io ci credo), non si può non tenere conto del lato perverso dell’uomo; una componente inquietante. Prendiamo, ad esempio, quanto accadde in Cile l’11 settembre del 1973, una delle date che, nell’allineamento cosmico del tempo, come dei Pianeti, considero – insieme all’11 settembre 1800, decapitazione a Napoli di Luisa Sanfelice; l’11 settembre 1943, eccidio di Nola; e l’11 settembre 2001, attentati con dirottamenti aerei negli Stati Uniti – è una data simbolo del Male sulla Terra, per i lutti, le violenze e le ingiustizie che comportarono 17 anni di dittatura militare. Oltre 30.000 morti e 600 persone torturate costò l’ascesa al potere di Augusto Pinochet, col determinante aiuto degli Stati Uniti. Ora si ricorda che il regime di Pinochet, con la politica fortemente liberista dei suoi Chicago boys, e il sostegno economico e commerciale degli Usa, determinò per diversi anni dopo il ripristino della democrazia, quello che fu definito “il miracolo del Cile”: per un certo periodo, la nazione economicamente e strutturalmente più forte dell’America del Sud. Ma chi mantiene il ricordo, oltre agli stretti familiari, parenti, qualche amico, fin quando il tempo non ne spazzerà via i residui, delle 37.000 persone assoggettate a torture e violenze, recluse nelle carceri clandestine sulle navi e negli stadi? Dei 2.270 desaparecidos? Delle diffuse prevaricazioni e ingiustizie non statisticamente valutabili? Questo è il prezzo di lavastoviglie e frigoriferi, delle limousine, della prosperità di bottegai e produttori?
Dopo la fine della guerra persa, negli anni ‘50, ci fu il boom economico in Italia, il consumismo; questo si preferisce ricordare. E il socialismo reale in Unione Sovietica, dopo settant’anni di indiscussa egemonia, cadde forse per una questione ideologica? La sciagurata, improvvida applicazione dittatoriale di un’ideologia ancora acerba? I gulag? Macché! Per l’obsolescenza degli impianti industriali, l’ondata oceanica di “capitalismo” che premeva alle porte. E così, dalla Cecenia alla guerra nei Balcani, tanto per rimanere nei dintorni, gli esempi si sprecano. Ma non bisogna perdere la determinazione e la speranza, nel ricordare e nel cercare altre strade.

In questo processo di rimozione è più colpevole la scuola, la politica o la ricerca storica?
Beh… questo mi ricorda un po’ il… nacque prima l’uovo o la gallina? Ma, senza tergiversare, e per intenderci su quello di cui stiamo parlando, sul senso comune delle cose, la politica certamente. Non ho esitazioni nel rispondere; la politica determina come deve essere la scuola, la ricerca storica e persino la semplice informazione, anche se è naturale che una buona scuola darebbe vita a buona politica e buona ricerca storica. La politica italiana è degradata, retrograda, tendenzialmente qualunquista? Così conforma il Paese. Come possiamo, quindi, pretendere che a scuola si studino, con attenzione e approfondimento, gli episodi più drammatici e inquietanti, raccapriccianti a volte, della seconda guerra mondiale? Fatte salve le provvidenziali eccezioni, fortunatamente. Che la ricerca storica sia incoraggiata nel senso della realtà dei fatti e non dei giochi di potere? Come possiamo pretendere che, nei ministeri, si faccia luce sulle carte e i faldoni sepolti in polverosi stanzoni e umidi scantinati, anziché promuovere la logica del “mettiamoci una pietra sopra”? Ci vorrebbe una ribellione, una rivoluzione! Tu che dici?

Alberto, qualcuno ti ha mai chiesto scusa per quello che ti è stato imposto dalla vita?
Assolutamente. Ma non credo al bell’andazzo di un cazzotto in bocca e poi le scuse. Non voglio nessuna scusa; voglio che le cose vadano bene.

E quando incontri un tedesco, che cosa gli vorresti dire?
Beh, proprio niente. Ci ho lavorato anche, come avvocato, con i “Deutsche”; oculatissimi, parsimoniosi, diffidenti, ma una volta raggiunto l’accordo, pagano precisamente il dovuto nell’arco di una settimana, non di un decennio, come fanno invece gli italiani. Non chiedo vendetta, mai, e, ormai, neanche più giustizia; avrei dovuto farlo quando mi occupavo, invece, di altro. Ora chiedo solo futuro; un futuro libero e migliore per tutti, ma più di ogni altra cosa, per coloro che vengono dopo di noi, e quindi chiedo e voglio Memoria. Non c’è futuro senza memoria, senza storia vera. Se io racconto un fatto, vorrei essere ascoltato da tutti, tedeschi o non tedeschi, eventualmente confutato o controbattuto; più il fatto è grave, maggiore dovrebbe essere l’attenzione. Tutto qui.

Perché la tua famiglia di origine accettò che un’altra famiglia ti adottasse?
Non me lo sono mai veramente chiesto. Andava anche questo nel tran tran, anzi nel tram dei tabù, con il quale percorrevo allegramente e incoscientemente la mia vita. Nel momento in cui ho cominciato a chiedermelo, e quindi a chiederlo in giro, molti che potevano darmi risposte interessanti erano morti; da parte dei presenti ho sentito storie ingarbugliate di preferenze, vecchiaia, malattie, ostacoli giuridici. Ultimamente, qualche mese fa, l’ho chiesto all’ultima possibile testimone, mia zia, moglie di uno dei fratelli di mio padre: “Boh… – mi ha risposto – Si deve essere pensato che fosse la cosa migliore per te”…
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