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Malvagi di Roma

I personaggi più malvagi dell'antica Roma

19 Aprile 2013 di 

Di Caligola, Nerone e Catilina si è tramandato molto, ma l’esercizio del potere sembra aver condizionato negativamente anche Cesare, Augusto e Tiberio. Nel volume di  Sara Prossomariti, il lato oscuro di imperatori, nobiltà e politici.

I personaggi più malvagi dell'antica Roma

Ci sono personaggi dell’antica Roma passati alla storia per la loro inaudita crudeltà culminata in alcuni casi addirittura in follia. Altri invece sono ricordati come personalità dal grande equilibrio spirituale e morale, le loro nefandezze sono state “dimenticate” o interpretate come “necessarie” per il bene comune. Nel volume I personaggi più malvagi dell’antica Roma Sara Prossomariti intende verificare quanto ci sia di vero sulla brutalità che la tradizione attribuisce ad alcuni di questi personaggi, famosi e non, ma vuole altresì puntare a svelare il lato oscuro di personaggi come Augusto, Costantino e Gaio Mario tradizionalmente ritenuti virtuosi.

 Per farlo racconta le loro vite, soffermandosi su quegli avvenimenti che potrebbero aver influito negativamente sulla loro formazione o essere stati i detonatori dei loro atteggiamenti negativi. E’ possibile per esempio che sia stato il trasferimento a Capri a determinare un radicale cambio di carattere in Tiberio, fino a quel momento uomo pacato? O fu la morte del nipote Germanico, designato da Augusto quale successore di Tiberio e amato dalle legioni della Germania tanto da volerlo anzitempo imperatore, a spingerlo, ormai libero da ogni confronto con il suo valoroso rivale, a mostrare finalmente il vero se stesso? E se invece fosse stata la pessima influenza del perfido prefetto del pretorio Seiano? Ma poi è così sicuro che ci sia stato questo cambiamento nel carattere? E’ possibile che Tiberio, non sentendosi in grado di ricoprire il ruolo di imperatore o per paura di essere assassinato, abbia preferito semplicemente ritirarsi nella tranquillità di Capri? Sono questi e tanti altri gli interrogativi a cui l’autrice tenta di rispondere criticamente.
Il libro infatti non vuole essere un semplice racconto, ma una vera e propria indagine che prende avvio da un attento e meticoloso esame delle fonti antiche. Svetonio, Cassio Dione, Tacito, Plutarco, Erodiano, Elio Lampridio sono alcuni degli autori citati. Le informazioni che questi autori ci hanno tramandato sono innumerevoli. Il problema  è riuscire a valutare quanto siano veritiere o frutto del pettegolezzo, quanto peso abbiano avuto su di esse la propaganda politica e l’influenza del senato, l’avversione o la paura di un determinato personaggio. E’ probabile che alcuni lati del carattere siano stati calcati o esagerati e che alcuni eventi siano stati resi più cruenti, ma non è detto che non siano reali perché non va dimenticato che la crudeltà, oggi come in passato, spinge a fare cose abominevoli. Si deve altresì tenere presente che alcuni comportamenti, alcune esecuzioni eseguite o punizioni inflitte, che oggi fanno rabbrividire, all’epoca potevano essere di uso comune, previste dal diritto romano e non destare tra i contemporanei grande sconcerto.


Tiberio, i vizi di Capri
Svetonio, Cassio Dione e Tacito sono tre tra le più autorevoli fonti antiche, eppure Tacito è ritenuto spesso il più attendibile data la tendenza degli altri due a drammatizzare ed esasperare comportamenti e avvenimenti. Torniamo all’imperatore Tiberio. Il giudizio lasciato su di lui è contrastante: da una parte ci sono autori, come gli autorevoli tre, che lo hanno descritto come un uomo vizioso e crudele, bevitore tanto incallito da essere soprannominato Biberio, vecchio tanto libidinoso da aver allestito a Capri una stanza dove fanciulli di ambo i sessi erano istruiti per soddisfare le sue voglie, fanciulli che non disdegnava di stuprare nel caso in cui avessero opposto resistenza. Così crudele da gettare da una rupe o sottoporre a torture da lui stesso inventate quanti osavano contrariarlo. Così malvagio anche nei confronti della sua famiglia da far uccidere i figli di Germanico che lui stesso aveva adottato come suoi eredi, da condurre alla morte la moglie Giulia e la cognata Agrippina, da non rientrare a Roma a seguito della morte della madre Livia. Gli autori che vissero durante il suo regno, come Velleio Patercolo, parlano invece di un sovrano schivo, ma attento al suo ruolo e ai suoi doveri. Qual è la verità? Bisogna prestar fede agli autori che ne ebbero esperienza diretta o agli autorevoli Tacito, Svetonio e Dione? E possibile invece che il giudizio positivo su Tiberio degli autori a lui contemporanei sia stato condizionato dalla paura di eventuali ritorsioni? Se così fosse, dovremmo ritenere più veritiero quanto detto da chi visse in tempi lontani e scrisse più liberamente. L’autrice, non volendo e non potendo fare una simile scelta, riporta fedelmente i diversi punti di vista, le differenti versioni di un determinato evento, tale che ognuno, leggendo il libro, possa farsi un’idea dei personaggi raccontati e decidere a quale versione credere. Di certo, una verità storica su ognuno di loro non può essere stabilita ed è per questo che non sapremo mai se Tiberio il ligio lasciò Roma per un’insofferenza nei confronti degli adulatori invadenti o se Tiberio il libidinoso si ritirò a Capri per dedicarsi alle sue perversioni lontano dagli occhi di senatori e popolo. 


Ricimero, il serial killer degli imperatori

I personaggi, vissuti tra l’età repubblicana e quella tardo imperiale, sono stati divisi per categorie, in quanto l’autrice ritiene che l’esserne parte ne abbia condizionato l’esistenza e quindi il comportamento. Se non avesse bramato ardentemente di diventare imperatore Caligola avrebbe compiuto gli atti di grande crudeltà per i quali è ricordato? E  se non fosse stato costretto a diventare imperatore Tiberio avrebbe continuato ad essere l’uomo mite e ligio del periodo augusteo? E che dire della bramosia di potere di Ricimero, passato alla storia come il ”serial killer” degli imperatori. Leggendo la parte dedicata proprio agli imperatori emerge il grande ruolo della paura, sia di perdere potere che di essere uccisi, come causa primaria delle azioni malvagie compiute tanto da loro quanto dai familiari. Fu la preoccupazione di perdere il ruolo di prima donna a spingere Lucilla a ordire una congiura contro il fratello Commodo, accusato da Lampridio di aver abusato di tutte le sue sorelle. Lo stesso timore spinse Caracalla ad uccidere il fratello Geta. Alcuni imperatori sono descritti come insicuri e, seppur di natura non malvagia, tanto deboli da essere facilmente influenzabili a compiere nefandezze. Altri sono descritti come avidi di potere, pronti a tutto pur di imporsi e farsi considerare all’altezza. Altri ancora sentendo Roma come un’eredità di famiglia credettero che diventare imperatori fosse un atto a loro dovuto.


L’impunità politica

Affrontando la categoria dei politici, l’autrice fa un dettagliato excursus della loro carriera evidenziando come avidità e amore per il denaro spinsero personalità come Verre e Licinio Crasso a tradire, a corrompere, a malversare, ad imporre con la forza, a torturare e infine ad uccidere. Atrocità compiute grazie all’influenza e al potere loro garantito dalle cariche politiche ricoperte, o compiute proprio per ottenere queste cariche.
Odio verso l’aristocrazia e brama di potere avrebbero convinto Lucio Apuleio Saturnino e Publio Clodio Pulcro, tribuni della plebe, a fare dell’omicidio una vera e propria arma politica. E ancora, a sobillare rivolte, emanare leggi ad hoc contro i nemici, compilare liste di proscrizione per impossessarsi degli averi altrui. In questa sezione è menzionata Fulvia, moglie prima di Pulcro poi di Marco Antonio, passata alla storia per la sua avidità di potere e per la sua abilità nel gestire le situazioni politiche tanto da essere soprannominata il “generale”, ma soprattutto così malvagia che Dione narra di come una volta avuta tra le mani la testa del suo acerrimo nemico Cicerone, raggiunto e ucciso dai sicari di Antonio, dopo averlo colpito con uno sputo ne avrebbe estratto la lingua per trafiggerla con uno dei suoi spilloni per capelli.
Fu l’indole perversa e corrotta la causa della crudeltà di Catilina, il principe dei congiurati. Spietato sicario al servizio di Silla acconsentì a uccidere il proprio cognato. Così malvagio da macchiarsi, secondo Sallustio, del delitto più atroce: l’uccisione del figlio avuto dalla prima moglie perché ritenuto un ostacolo al suo secondo matrimonio. Cicerone lo descrive come un impulsivo e iracondo pronto a tutto pur di diventare console, anche a far scoppiare una guerra civile. Eppure sempre dal racconto di Sallustio emerge che la sua congiura ebbe molti seguaci, pronti a farsi uccidere, perché poggiava su ideali solidi e non solo sul suo personale desiderio di vendetta. In una lettera inviata all’amico Quinto Catulo, poco prima di morire, Catilina si dice esasperato dalle ingiustizie e dagli affronti subiti, di essere messo da parte per sospetti infondati e di vedere insigniti uomini che non ne sono degni. E’ per difendere quel po’ di dignità che gli resta che ha deciso di seguire la sua via. L’ultima pensiero è per la moglie, la raccomanda alle cure dell’amico. Emerge quindi un Catilina diverso da quello descritto da Cicerone e Sallustio.

Stragi, guerre, rapine: le passioni di Catilina
“Catilina, nato di nobile stirpe, fu di grande vigore d’animo e di membra, ma d’ingegno malvagio e vizioso”, annotava Sallustio nel De coniuratione Catilinae. “Fin dalla prima giovinezza gli piacquero guerre intestine, stragi, rapine, discordie civili, e in esse spese tutta la sua gioventù… Animo temerario, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore di qualsivoglia cosa, avido dell’altrui, prodigo del suo, ardente nelle cupidigie, facile di parola, niente di saggezza … anelava sempre alle cose smisurate, al fantastico, all’immenso … invaso da una sfrenata cupidigia d’impadronirsi del potere, senza farsi scrupolo della scelta dei mezzi pur di procurarsi il regno … Lo incitavano, inoltre, i costumi d’una cittadinanza corrotta, tormentata da due mali funesti e fra loro discordi, il lusso e l’avidità”.

Bruto d'un figlio
Numerosi sono gli elementi surreali che presenta il terribile e violento agguato compiuto ai danni dell’uomo più potente di Roma, Cesare, da sempre considerato il tradimento per eccellenza sia per il modo in cui fu compiuto sia perché dei congiurati fecero parte due giovani molto amati dal dittatore in quanto figli delle sue più care amanti: Marco Giunio Bruto, figlio di Servilia, e Decimo Giunio Bruto Albino figlio di Sempronia. L’autrice insiste su quanto sia difficile da spiegare la loro partecipazione dal momento che il primo, forse addirittura figlio naturale di Cesare, ricevette numerosi riconoscimenti dalla vittima mentre il secondo fu tanto amato dal condottiero che lo inserì nel suo testamento come terzo in linea di successione. E’ l’inspiegabilità di un simile tradimento a rendere l’uccisione ancora più drammatica e malvagia. Si dice per esempio che fu l’immensa delusione di vedersi colpito anche dall’amato Marco Giunio Bruto a convincere Cesare, dopo un primo tentativo di difendersi e fuggire, ad abbandonarsi alla morte. Se Svetonio parla di 23 coltellate, Plutarco sostiene invece che efferatezza e furia omicida furono tali che nell’accoltellare la vittima i congiurati si sarebbero feriti tra di loro. Cesare si sarebbe accasciato esanime ai piedi della statua di Pompeo, totalmente ricoperta del suo sangue: Cesare moriva ai piedi del suo vecchio alleato, da lui poco tempo prima ucciso. Macabra coincidenza o forzatura ideologica delle fonti?


Il lato oscuro degli eroi

Anche l’”umile” soldato Gaio Mario, divenuto grazie alle sue vittorie l’uomo più potente e famoso di Roma tanto da ottenere ben 7 consolati, nasconde un lato oscuro. Avrebbe ceduto a brogli sia per vincere le elezioni che per ottenere il comando di alcune spedizioni come quella contro Mitridate, affidata inizialmente al suo avversario Silla. Proprio per eliminare amici e alleati di quest’ultimo, Mario si sarebbe servito dei Bardiei, forze mercenarie delle province, che sotto il suo comando si macchiarono dei più efferati omicidi, stupri e reati tanto che ben presto lui stesso ne perse il controllo e l’esercito romano dovette intervenire per eliminarli. Nonostante fosse un abile soldato non era un valido politico e, per Plutarco, fu questa la causa del suo declino. Viceversa, sagacia e abilità politica furono l’arma vincente di Augusto, fondatore dell’impero romano e iniziatore di una nuova età dell’oro, l’età augustea per l’appunto. L’autrice vuole mostrare quel lato oscuro celato dietro la propaganda di regime attivata dallo stesso principe con lo scopo di esaltare le sue virtù e il suo periodo. La maggior parte delle fonti parlano di Augusto come di un imperatore molto amato, eppure Svetonio sostiene che una parte del popolo lo odiava e contro di lui furono ordite talmente tante congiure che per un periodo fu costretto ad andare in senato scortato e con corazza e spada nascoste sotto la toga. Al tempo stesso molte furono le maldicenze contro di lui, tra cui quella che lo voleva amante dello zio Giulio Cesare. Nel caso di Augusto bisogna tenere presente che le fonti si divisero tra lui e il suo antagonista Antonio, ognuna esaltando il proprio paladino e denigrando al limite della veridicità il rivale. L’immagine che emerge leggendo alcuni degli autori a lui ostili è molto diversa da quella a cui siamo abituati. Sarebbe stato crudele fin dagli esordi, quando pretese la testa del cesaricida Bruto per deporla ai piedi della statua di Cesare. Svetonio, che come già detto ha la tendenza ad esasperare gli eventi, è la nostra fonte principale e racconta che Augusto scelse 300 tra quelli che si erano arresi a Perugia e li sacrificò durante le idi di marzo in onore a Cesare. La serie di malvagità commesse sarebbe lunga. Le punizioni che avrebbe inflitto anticipano quelle utilizzate dall’attuale malavita organizzata: gambe spezzate, occhi cavati, annegamenti nel fiume con pesi al collo. Sarebbe stato l’amante della propria figlia Giulia tanto che Caligola si proclamava nipote di Augusto in quanto sua madre, Agrippina Maggiore, sarebbe nata dall’unione incestuosa. Se Caligola era giudicato pazzo, di sicuro Augusto non era perfetto come volle far credere. Le Res Gestae sono colme di omissioni e falsità, basti pensare che fu accusato di essersi preso il merito di battaglie a cui non avrebbe nemmeno partecipato, come quella di Nauloco contro Sesto Pompeo. Sarebbe stato solito ricorrere alla “malferma” salute come scappatoia per la sua incapacità militare. Usò tutti, Antonio, Cicerone, Agrippa e Mecenate, al sol fine di ottenere potere. Fu abilità politica o semplice opportunismo? Fu lui a ordinare l’uccisione di Cesarione, figlio di Cesare e Cleopatra, e del figlio di Antonio e Fulvia perché ritenuti pericolosi per la successione imperiale. Fu incoerente, tanto da voler ristabilire la moralità tra i romani troppo inclini all‘adulterio ed essere lui stesso un adultero. Svetonio lo definisce un libidinoso incontrollabile.

Costantino, opportunista e spergiuro

Scopriamo che persino il “cristiano” Costantino non fu senza peccato. Elogiato dagli autori cristiani, è invece presentato da quelli pagani, primo fra tutti Zosimo, come uno spergiuro, sleale, in preda alla smania di potere e responsabile della morte del proprio figlio. Avrebbe fatto uccidere il figlio illegittimo, avuto da una concubina, forse perché accusato di adulterio con sua moglie Fausta e costretto la donna a suicidarsi immergendosi in una vasca di acqua bollente. Anche la conversione, tanto elogiata dalle fonti cristiane, viene vista da alcuni autori, tra cui Giuliano l’Apostata, come una atto di convenienza in quanto unica religione in grado di perdonare tutti i delitti da lui commessi soprattutto contro i suoi stessi cari. Insomma le fonti cristiane avrebbero volutamente celato il “lato oscuro” di Costantino? Ancora una volta l’autrice mostra con quanta attenzione si debbano valutare le notizie tramandateci dai diversi autori.

Messalina, sesso e veleno

Il gentil sesso, data la poca forza fisica, fu costretto spesso a ricorrere a due potenti armi, il sesso e il veleno, usati per convincere e influenzare le scelte di mariti, amanti e figli. La storia antica è costellata da numerose eminenze grigie. Tra tutte spicca Livia Drusilla, moglie di Augusto. Donna pronta a tutto per realizzare il suo obiettivo di potere assoluto, raggiunto manipolando prima il marito, di cui fu anche consigliera per 40 anni, poi il figlio Tiberio. In apparenza matrona perfetta e remissiva, in realtà donna forte e astuta, grande pianificatrice di intrighi. Tacito le attribuisce la morte di Agrippa e quella dei suoi figli, Gaio e Lucio Cesare. Uccisi perché scelti da Augusto quali suoi successori e quindi una minaccia per il piano di Livia: quello di far prendere le redini dell’impero al figlio Tiberio. Un matrimonio fondato inizialmente sull’amore, ma che ben presto si trasformò in alleanza politica. Pur di tenersi il marito, adultero, sarebbe stata lei stessa a fornirgli le amanti. Avrebbe taciuto la morte del consorte per dare il tempo a Tiberio di tornare a Roma e fingere un colloquio tra i due per la consegna delle redini dell’impero. Avrebbe fatto uccidere Agrippa Postumo, terzo figlio di Agrippa e Giulia, perché temeva che potesse essere scelto da Augusto in punto di morte quale suo successore. Avrebbe preso parte persino all’omicidio di Germanico. Ma fu così malvagia la prima donna dell’impero? Di sicuro non è l’unico esempio di crudeltà al femminile. Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, sarebbe stata talmente lussuriosa da diventare amante di quasi tutti gli aristocratici di Roma, da frequentare i peggiori bordelli ed essere passata alla storia come la meretrix Augusta. Tanto pianificatrice da diventare l’amante dei liberti di Claudio per gestire meglio l’operato del marito. Tanto avida da vendere cariche e cittadinanza onoraria. La sua furia omicida colpì uomini e donne, chiunque non volesse sottomettersi al suo volere. E che dire di Agrippina Minore, sorella di Caligola e madre di Nerone, passata alla storia come cospiratrice, avvelenatrice e autrice di enormi nefandezze. Il suo obiettivo era uno: il potere. Per ottenerlo e conservarlo uccise, tradì, ordì intrighi. La lista delle persone da lei avvelenate è impressionante e al primo posto si trova un nome eccellente: il marito Claudio. E ancora, l’imperatrice Teodora, definita una prostituta ascesa al soglio imperiale, e Antonina moglie di Belisario e amante di Teodosio, donne che fecero del sesso un vero e proprio strumento per il potere.


La violazione delle leggi di guerra

Ma la più pericolosa arma di cui Roma fosse dotata era il suo esercito. Durante le battaglie furono commessi crimini di inaudita crudeltà, taciuti volontariamente dalle fonti filo romane e che furono compiuti trasgredendo le vigenti leggi di guerra. La malvagità era palesata sia nelle punizioni inflitte ai soldati, come la fustigazione e la decimazione, sia durante le stragi compiute per ordine degli stessi comandanti dove uccisioni e stupri erano la normalità. L’obiettivo, nel caso dei soldati, era quello di mantenere intatta la disciplina. Ma sete di gloria e di ricchezza, pura cattiveria o eccesso di zelo furono la causa che spinse i comandanti Decio Vibellio e Aulo Cecina Alieno a tanta malvagità. Non da meno furono le guardie del corpo ed i prefetti del pretorio. La guardia pretoriana fu istituita nel 23 d.C. e da subito si contraddistinse per i metodi violenti adottati, per l’uccisione di personalità di spicco, come Caligola, e per le ribellioni, come quella ai danni di Nerone. Il suo primo prefetto, Lucio Elio Seiano, è considerato uno degli uomini più malvagi dell’antichità. Nonostante abbia ordito numerosi omicidi la sua grandezza sta nel non essersi mai sporcato le mani in prima persona, ma nell’aver aizzato le persone le une contro le altre e aver usufruito delle conseguenze.
Una malvagità diversa era quella caratterizzante alcuni riti religiosi come i Baccanali,  durante i quali, sotto l’ebbrezza provocata dal vino, violenze e omicidi diventarono una pericolosa consuetudine tanto da richiedere l’intervento delle istituzioni. Come a dire che, nell’antica Roma, a tutto c’era un limite, anche alla malvagità.

I personaggi più malvagi dell’antica Roma
di Sara Prossomariti
Newton Compton Editori, pp. 378, 9.90 euro

Sara Prossomariti è nata a Caserta nel 1984. Laureata in Storia e Archeologia, ha partecipato a diversi scavi archeologici in Italia e in Grecia e collaborato con la rivista “Civiltà Aurunca”. Da dieci anni opera come volontaria presso il Gruppo Archeologico Napoletano e gestisce un blog culturale chiamato Athina (www.athina.altervista.org). 

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