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I moschettieri di Ivrea

23 Maggio 2012 di  Filippo Senatore

Cinque uomini si dispongono all’imbocco della galleria dalla parte di Montalto Dora. Sotto il cavalcavia, vicino alla Villa Demaria, la sede del comando tedesco, rimangono Nuccio e Pettirosso. Alimiro e D’Artagnan sono sul ponte a mettere le cariche al plastico.

Amos Messori (secondo da sinistra) e Pat Amoore (al centro) Amos Messori (secondo da sinistra) e Pat Amoore (al centro)
Il fiume Dora deborda dagli argini, la pioggia insistente e il vento scendono impetuosi della montagna. Undici uomini affrontarono la sfida. Non era una partita di calcio ma un’operazione bellica per salvare la città. Così mi raccontano due signori di Ivrea.

La storia risalente al 24 dicembre 1944 rinasce in tutta la sua crudezza ed emozione nel racconto di questo freddo maggio del 2012 da parte dei protagonisti, Amos Messori, classe 1922, comandante partigiano e la moglie Lilia, staffetta all’Olivetti. Dopo sessantasette anni tutto sembra cambiato a Ivrea ma il percorso dalla montagna al fiume è lo stesso, quello della brigata Giustizia e Libertà “Rosselli”.

Dieci giovani coraggiosi guidati da Mario Pelizzari (Alimiro) e dal suo vice Messori detto D’Artagnan per via dei capelli lunghi come lo spadaccino guascone di Dumas. Messori è nato a Correggio e si trovava nel Canavese nell'aeronautica militare dopo l’otto settembre del 1943. Pelizzari è nato nel 1907 a Pescarenico luogo manzoniano. Trasferitosi a Ivrea lavora da tempo in Olivetti e anche lui come Amos era salito in montagna.

Ma torniamo a quel freddissimo dicembre del 1944. La brigata ha preso contatto con la Missione Alleata. Alimiro incontra gli ufficiali inglesi MacDonald, Amoore e il capitano Eugenio Bonvicini (detto il Carmagnola, tanto per stare nel linguaggio di Don Lisander) Gli inglesi vogliono bombardare il ponte ferroviario e la città di Ivrea per interrompere le forniture belliche della Cogne di Aosta dirette in Germania. Ciò comporterebbe la strage dei civili.

Pelizzari propone un piano alternativo che per gli Alleati è impossibile. Il suo fervore religioso mazziniano lo guida verso una missione impossibile evitando inutili spargimenti di sangue. Lui e la sua brigata saranno gli unici protagonisti. Amos Messori ricorda di avere fatto un sopralluogo pochi giorni prima dell’operazione con Alimiro per studiare il sabotaggio del ponte. Anche loro erano increduli ma osarono. “Pettirosso, Nuccio e Sparito sono andati a caricare il plastico presso la Missione inglese nel Biellese… Con il Carmagnola abbiamo preparato i blocchi e tutti i pezzetti di filo detonatore per eliminare il lavoro da fare sul posto”.

Non si poteva agire che in un giorno shakeasperiano, la notte di Natale. Le possibilità di riuscita sono pochissime. La città è piena di posti di blocco. Alla caserma Valcalcino a pochi metri dal ponte vigilano le sentinelle della X Mas. I partigiani arrivano dai vicoli per evitare i presidi armati. Fuori dal comando tedesco c’è un cane lupo che fortunatamente non abbaia. Cinque uomini si dispongono all’imbocco della galleria dalla parte di Montalto Dora. Sono Gino Barbieri(Gim), Franc, Carlo, Lapis e Armando Stratta. Sotto il cavalcavia stradale, vicino alla Villa Demaria, la sede del comando tedesco rimangono Nuccio e Pettirosso. Sparito e Fulmine vigilano sulla ferrovia. Alimiro e D’Artagnan sono sul ponte a mettere le cariche del plastico. Da provetti funamboli minano le putrelle evitando di cadere nel fiume gonfio di marosi e freddissimo.

I partigiani giellisti hanno atteso il calare della luna piena per agire nell’oscurità. Il comandante partigiano dice ai suoi: “Loro non sanno quanti siamo. Se ci scoprono sono costretti ad avanzare e perciò voi sparate solo quando sono vicini per evitare che individuino le postazioni”. Alimiro e D’Artagnan dopo l’operazione si allontanano con la brigata. Le cariche devono esplodere dopo 30 minuti esatti. Passa la mezz’ora e non accade nulla. Alimiro vuole tornare indietro da solo per controllare cosa non ha funzionato. Messori sa che Pelizzari ha moglie figli mentre lui è scapolo. “Vado io” ¬ dice D’Artagnan¬. Non finiscono di discutere che si ode la deflagrazione. La città è salva!

Qualche anno dopo Piero Calamandrei definì l’episodio di Ivrea “un eroismo di ingegneria partigiana… un capolavoro di calcolato eroismo”.
Filippo Senatore
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