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La comunicazione opaca

17 Aprile 2012 di  Filippo Senatore

I giornali che nel passato svolgevano un ruolo “didattico” al punto che venivano letti nelle scuole, negli ultimi anni sono andati oltre le consuetudini del parlato consolidando la neolingua.

La comunicazione opaca
Ormai è un dato di fatto. Non si scrive più in italiano. Da almeno 10 anni in Italia c’è una neolingua composta da un italiano povero mescolato a frammenti di altre lingue, quasi sempre decifrate a sproposito. Paradossalmente in altri Paesi (Cantoni svizzeri e italiani all’estero) si parla l’idioma dell’altro secolo.

La sostituzione di parole straniere ormai ha raggiunto (siamo ottimisti) il 30 % di una frase; furoreggiano termini dialettali e modi di dire “giovanili” che rendono più opaca la comunicazione. Se si aggiunge che l’impoverimento della lingua ha fatto dimenticare tantissime parole a ceti più o meno colti il dato diventa desolante.

I giornali che nel passato svolgevano un ruolo “didattico” al punto che venivano letti nelle scuole, negli ultimi anni sono andati oltre le consuetudini del parlato consolidando la neolingua. Con la scusa del linguaggio informatico, di quello economico e politico molto avaro di parole italiane si è contaminato tutto lo scibile; anche le “terze” pagine hanno cambiato i connotati del linguaggio. Nessuno vuol fare il purista, né l’accademico della “Crusca” ma i cambiamenti linguistici dovrebbero avere tempi lunghi di sedimentazione per permettere alle generazioni di decifrare le radici familiari e sociali per non disperdere la “memoria sociale” . Se viene a mancare l’empatia si precipita nella Babele con conflitti personali e sociali inimmaginabili. Un amico inglese mi ha fatto notare che per lui è più comprensibile un italiano più colto perché, udite udite, non capisce l’inglese “maccheronico” della nostra lingua. Provare a scrivere in italiano cercando di sostituire possibilmente le parole straniere sarebbe già un bel risultato.

Inventare nuovi termini nell’idioma materno sarebbe un passo ulteriore. I francesi hanno chiamato “ordinatore” il personal computer. Si risparmia anche nelle parole senza ricorrere agli acronimi meno decifrabili. Forse l’uso smodato delle parole straniere in Italia dipende dalla pessima conoscenza delle lingue straniere e dalla scarsa lettura dei romanzi dell’altro secolo!
Filippo Senatore
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