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Simboli e metafore di giustizia

Milano: gli affreschi della giustizia

01 Novembre 2013 di  Alberto Liguoro

Plurime e intrecciate scale che non portano da nessuna parte. Padreterni, Mosè, Trinità di ispirazione truce nell’esercizio di funzioni di Supremo Giudizio, sotto l’influsso di autorità religiose capitanate da un Papa succube di Cesari e Mussolini.

Oggi avevo un po’ da far trascorrere il tempo, nel “palazzaccio” milanese, fiore all’occhiello dell’architetto Marcello Piacentini (un’opera notevole, bisogna riconoscerlo, tuttora tra le strutture del genere, più funzionali, pratiche e accoglienti, costruito in  circa 8 anni, dal ’32 al ’40.
hr id="system-readmore" /><br /> Come tale, fiore all’occhiello anche dell’Amministrazione Mussolini). Avevo su di me lo sguardo ostile e implacabile di una specie di Angelo Vendicatore, ma… gli Angeli, qui, te li tirano appresso… ci ritorneremo; ed ecco che si intravede subito come l’orgoglio per aver realizzato una simile opera, da far invidia alla grande ai nostri “nemici” di allora (nonché ai concorrenti di adesso), per un eccesso di trionfalismo e un difetto di cautela e spirito dialettico, diventa tracotanza, intransigenza, tormento.<br /> <br /> Mi sono messo a girovagare e sbirciare in quello che, una volta, quando ero in Magistratura ed ero, da poco, arrivato a Milano, dal “retrogrado” Sud, mi venne descritto da un collega, come un “vero e proprio museo di arte contemporanea”, sulla scia di qualche opera sparsa di Sironi, Carrà, e così via.<br /> Ora, in tutta franchezza, con buona pace di qualche olio su tela di ultima generazione, in formato “COSI’-TI-PASSO-ALLA-STORIA”, di vaghi exploit senili di un Fiume, o qualche altra “testa-gloriosa”, o forse dovrei dire “spregiudicato-ambizioso”, che si è, poi, infruttuosamente proposto; tralasciando altorilievi e bassorilievi, per lo più al primo piano (l’austera Corte d’Appello penale), più o meno schizzati, di Sangiorgi inseguenti draghi insensati, incarnazioni dementi di Giustizia Fascista, fusa in una lega di Giustizia ebraica (pur essendo aborrito il ceppo etnico), e Giustizia Romana (più che altro parodie o scimmiottamenti), arriviamo, un po’ stremati, agli affreschi delle Aule del terzo piano, dove è situato il supergettonato Tribunale Penale di questa città ipermediatica.<br /> <br /> E che cos’è questo, il trionfo dell’assurdo? Ci fissano o ci ignorano mostruosità sociali ed esistenziali, prima che artistiche, per lo più anonime, perché nessuno ha il coraggio di passare alla Storia, per la sua imbecillità e servilismo.<br /> Troviamo, quindi, vari Padreterni, Mosè, Trinità di ispirazione truce e oppressiva, nell’esercizio di funzioni di Supremo Giudizio, sotto l’influsso di Autorità Religiose ridotte a bruti e trogloditi, capitanate da un Papa succube di Cesari, Napoleoni e Mussolini, tutti… col volto di Mussolini (ma non siamo in un manicomio).<br /> Dove Salomoni inebetiti sono pronti a squartare creature innocenti, tra urla starnazzanti di madri decerebrate e indifferenza strafottente di troie discinte; dove Gesù Cristi appollaiati su alberi con serpenti, fregano mele, tenendo d’occhio, mano alla spada, insulsi zappatori che continuano a scavare nel nulla per  niente, mentre donne da pollaio allevano numerose figliolanze, che si intuiscono senza prospettive e senza futuro, vera progenie della Patria Fascista; dove soli alti e roventi ci ricordano di non rimanere mai a corto di creme protettive, ed altre chicche.<br /> <br /> Ma quella da non  perdere è l’aula della “Prima”, dove, sullo sfondo inquietante di un rosso avvinazzato, sfumante tra il barolo, il lambrusco e il bardolino, in mezzo ad Archi di Trionfo, Templi e Anfiteatri, dei quali a nessuno potrebbe fregare di meno, un Angelo-celerino, cattivo nell’atteggiamento, ma senza alcuna espressione o sentimento, sorveglia inoppugnabile un vecchio curvo, un uomo finito, senza storia che incede lento, strisciante, aggrappandosi ad un bastone. <br /> <br /> Ecco l’uomo sociale, secondo il “regime” – dico a me stesso – frustrato, triste, non ha un futuro. E’ ormai vecchio; ma, per come è ridotto, non ha avuto neanche un entusiasmante passato. Allora chi ha edificato quegli splendidi monumenti? E a vantaggio di chi? Solo per compiacere qualche schifiltoso esponente di casta e qualche cortigiana? Come è diverso il popolo, così come è visto da Pellizza da Volpedo! Quale grinta, determinazione, ottimismo, voglia di civiltà e benessere! A questa involuzione portò dunque il famigerato, disgraziato “ventennio”? Una simile involuzione potrebbe ripetersi oggi, in parte è già in atto. Bisogna a tutti i costi, scongiurare una simile iattura.<br /> E’ forse questo il messaggio che l’artista ha voluto trasmetterci? Aguzzo la vista “Mg Talleri”… chi era costui? Ah… non c’è assolutamente da crederci. Me lo dice, più che la tronfia datazione “A XVII” [che roba era 1938/’39? Saremmo oggi all’inizio del LXXXXII E.F.? Il Duce pro tempore sarebbe Ignazio, o Francesco? Daniela no! Le donne comunque nel pollaio devono stare (nel suo caso “ocaio”? Si può dire?). Beh… unica consolazione: Silvio sarebbe tutt’al più Direttore – pro tempore anche lui – dell’Istituto Luce; avete presente i famosi “film luce” delle glorie d’Italia?], il compiacimento nella raffigurazione della donna verso la quale il tapino si dirige, come assuefatta, mansueta (neanche di rassegnazione può parlarsi, perché non ci arriva l’intelletto; quasi sorride, anzi).<br /> Essa alleva un figlio, ma altri probabilmente sono già ingaggiati da qualche parte (una vera sposa fascista deve essere “fattrice”, deve fornire ingranaggi al sistema, non ha altra ragion d’essere); il loro destino è già segnato. <br /> <br /> Il cerchio si chiude – penso ancora - il bambino si ricongiunge al vecchio, senza che l’Angelo, probabile agente scelto dell’OVRA, iperprotettivo verso la donna che copre addirittura con un mantello, cercando di affliggerla senza soffocarla, debba neanche muovere un passo. L’uomo è sconfitto da se stesso, prima che dall’Angelo che, quasi, se ne disinteressa. E la donna? Non fa una piega. Che differenza con le donne disinibite e sensuali di Tamara de Lempicka, nei dipinti, più o meno coevi! Quale padronanza di sé, quale originalità e anticonformismo! Questa sì, vera arte.<br /> <br /> Sto per andarmene, per niente appagato, altro che “museo d’arte contemporanea”! Ammorbato, direi, da questo “museo degli obbrobri”, ma… non mi oriento, giro in ogni direzione, transenne, corridoi verso il vuoto; eppure sono diversi decenni che frequento questi saloni, questi corridoi, il Palazzo di Giustizia di Milano. Si muovono, i dipinti, le sculture, mi assalgono, mi circondando, mi odiano perché li detesto, i soli roventi, i padreterni, mi maledicono, danzano, i Mosè mi spaccano tavole dei Comandamenti sul cranio, sto per svenire, cado, sanguino, ma è un incubo; la scale, le eterne, plurime, intrecciate, incredibili scale, non portano da nessuna parte, come le scale di Escher, ora mi perdo.<br /> <br /> Sono preso da un vago senso di panico, quando ecco mi si para davanti, mi accoglie, il faccione rubizzo e beneaugurante dell’”Alba dell’Innocente”, posso avviarmi così verso un surreale sole nascente su uno specchio d’acqua, mentre da lontano, su un baldacchino al quale accedono ampie, comode scale, uno sparuto consesso di saggi in conciliabolo tra loro, mi osserva indifferente; rabbrividisco, mi allontano.<br /> E meno male che non è “Il silenzio degli Innocenti”! – Penso rasserenato. – E’ ora, finalmente, della pausa-pranzo. Siamo nel XXI secolo, anno di grazia 2013, non ci sono “ere”, non labari, non ci sono fasci, né camicie nere, solo alcuni sparuti “fratelli (e sorelle) d’Italia” ma sono infognati in un mare di debiti e ammanchi; è una bella giornata, splende il sole anche a Milano. <br /> Trancio di pizza, birra e gelato? OK."
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Alberto Liguoro
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