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Torniamo al secolo dei lumi e lasciamo stare le lucciole

20 Gennaio 2011 di  Roberto Ormanni

Il Secolo dei Lumi e il Secolo delle "Lucciole". Somiglianze e divergenze.

I libri di storia, quelli delle scuole, raccontano che il Settecento fu il Secolo dei Lumi. Spiegano, agli studenti, che si contrappose ai Secoli Bui, ossia al Medioevo.

Anzitutto non è vero che il Medioevo fu così buio come lo si dipinge. Arte, architettura e cultura brillarono come raramente è accaduto (pensiamo soltanto a Dante, Giotto e Brunelleschi). Ma i libri di storia, quelli delle scuole, non sempre dicono cose giuste. O meglio, non sempre dicono tutto. Ma non è un difetto, è una scelta. Sarebbe complicato dire tutto, agli studenti. Ci vorrebbe troppo tempo, e la scuola non ne ha. Deve pensare alla “ottimizzazione”. Proprio come un’azienda.

La verità è che è falso, non è del tutto vero, che il Settecento fu il secolo della Ragione. La Ragione di Kant, come dicono i libri di scuola.

La Ragione, per fortuna, venne scoperta molto prima. Dai matematici come Euclide, dai fisici come Archimede, dai pensatori come Aristotele, dagli statisti come Solone.

E’ senz’altro vero, invece, che l’Illuminismo non fu solo una corrente di pensiero (sebbene abbia in realtà caratterizzato un’epoca storica: il punto è che da questa caratterizzazione sono discese delle conseguenze) ma sarebbe riduttivo verso centinaia di pensatori, umanisti e scienziati vissuti in epoche precedenti – da Euclide, Solone e Aristotele in poi – ritenere che sia stato semplicemente la scoperta della ragione.

E’ stata piuttosto una scuola che ha fatto della ragione, nel senso della conoscenza critica, un modello da non riservare, per l’appunto, alla filosofia e alle scienze ma da applicare, diciamo così, nella vita quotidiana.

D’altra parte non è un caso che l’Illuminismo altro non fu che la sistemaizzazione di quanto sosteneva già Cartesio nella prima metà del Seicento, e poi John Locke a cavallo tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento.

La maggior forza e la maggior diffusione della teoria del sapere critico alla metà del Settecento fu dovuta, essenzialmente, dalla necessità sempre più avvertita di arginare la politica assolutista e teleologica. E a sua volta questa necessità (oggi la chiameremmo coscienza civica) veniva favorita da un fenomeno del tutto nuovo per l’epoca: la comunicazione.

Se per 150 anni dalla sua invenzione, la stampa a caratteri mobili (quella di Gutenberg, perché esempi di stampa su carta ma con caratteri fissi e d’argilla c’erano in Cina fin dal 1041) era rimasta appannaggio di monasteri e ricchi signori, proprio nella seconda metà del Seicento nascono in Europa i primi giornali.

Richelieu, grande stratega e comunicatore, fondò nel 1643 La Gazette, il primo esempio di quella che oggi chiameremmo “stampa di regime”. E naturalmente ciò provocò la nascita, nel 1650, del primo giornale di “controinformazione” (sempre per usare una parola d’oggi): il Courier Bordelais. La circolazione delle informazioni – del sapere critico, della coscienza critica – favorì la consapevolezza popolare circa la necessità di porre un limite alle imposizioni, quali che fossero. Ecco dunque che l’unico modello disponibile per contrastarle, queste imposizioni, era la ragione. Kant, che spesso viene citato come uno dei fondatori dell’Illuminismo, e dunque della ragione quale dovere etico, arrivò in realtà buon ultimo, tra il 1780 e il 1790, con le sue Critica della Ragion Pura, Critica della Ragion Pratica e Critica del Giudizio. Ben cento anni dopo il Saggio sull’Intelletto Umano di Locke. Ridurre l’Illuminismo alla scoperta che bisogna pensare con la propria testa è poco… illuminato.

Tuttavia tutto questo lo dicono altri libri, che a scuola è difficile trovare. E allora, cosa potrebbero dire i libri di scuola di domani? Se il diciottesimo continuerà, per maggiore semplicità, a essere considerato il Secolo dei Lumi, il ventunesimo potrebbe essere, sempre per semplicità, definito il Secolo delle Lucciole. Come l’illuminismo condizionò la politica, l’economia e la cultura tra la fine del Seicento e la fine del Settecento, così le lucciole condizionano la politica, l’economia e ciò che resta della cultura tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Di luce ne faranno un po’ meno eppure c’è qualcuno che quando le vede s’illumina d’immenso.

Roberto Ormanni
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Roberto Ormanni
Roberto Ormanni
Informazioni sull'autore
giornalista, cronista giudiziario, avvocato, direttore responsabile dei settimanali Goleminformazione.it e Il Parlamentare.it, dal 1985 a oggi ha lavorato per diverse testate, è stato direttore del settimanale giuridico Diritto e Giustizia (Giuffrè editore), è autore di un musical teatrale ("Due Carissimi Nemici"), ha collaborato alle trasmissioni "Quelli della Notte" e "Indietro Tutta" di Renzo Arbore, ai rotocalchi televisivi "Visto da Sud" e "Giorno per Giorno", alle sceneggiature della serie a cartoni animati "Ulisse - Il mio nome è Nessuno" prodotta dai RaiDue. Ha pubblicato i saggi "Napoli nel Cinema" (Newton Compton), "Cartoon non vuol dire cartone" (Tempolungo), "Storia del cinema di cartone (animato)" (Infinito Edizioni) e ha curato, insieme con Francesco De Filippo, il volume di Luigi Morsello "La mia vita dentro - Le memorie di un direttore di carceri" (Infinito Edizioni)
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