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Satira e religione

Perché dovrei essere Charlie?

05 Febbraio 2015 di  Pietro Lignola

A un mese dall’attentato alla sede del giornale satirico parigino Charlie Hebdo, vista la sostanziale indifferenza della compagnia di giro di “analisti & opinionisti” dopo che sul palcoscenico delle sfilate è calato il sipario, pubblichiamo una riflessione di Pietro Lignola, magistrato in pensione.

Perché dovrei essere Charlie?
Io non sono Charlie perché non accetto la blasfemia. La rifiuto soprattutto quando è volgare e becera come quella delle vignette di Charlie. 

Rispetto ad esse la vignetta che tanta violenza suscitò nel mondo islamico e che Calderoli esibì il 15 febbraio 2006 al Tg1, stampata sulla maglietta intima, era brillante e spiritosa ironia. La vignetta era stata pubblicata in prima pagina da France Soir il 1º febbraio 2006: in essa il profeta Maometto, in presenza di Budda e Jahvè, viene rimproverato dal Dio cristiano che gli dice: "Non brontolare, Maometto, siamo stati messi in caricatura tutti quanti, qui". 

La blasfemia becera, infarcita di vulve, culi e altre parti intime, m’irrita, ovviamente, assai più quando prende di mira la Trinità, Gesù e la Madonna; essa, tuttavia, mi disgusta profondamente anche quando il bersaglio è Maometto, benché il “profeta” non mi sia per nulla simpatico. 

Io non sono Charlie perché non accetto l’ipocrisia. Con tutto il rispetto per gli innumerevoli cittadini che hanno sfilato a Parigi, i vari Hollande, Merkel e Renzi, schierati sottobraccio in prima fila con altri potenti, non mi hanno fatto pensare a una sfilata di guerrieri crociati al suono delle sacre marce dei Templari, ma piuttosto a quel fan che si è sparato un selfie accanto alla salma di Pino Daniele. 

Tutti questi signori (adopero il termine nel senso originario di padroni di “palazzi”) non hanno battuto ciglio di fronte al massacro di Baga: in quell’area della Nigeria nord-orientale sedici villaggi sono stati rasi al suolo da Boko Haram che ha trucidato almeno 2000 persone sui 12 mila abitanti che vivono in quell’area, ammazzati uno a uno a colpi d’arma da fuoco o con i machete, uomini anziani, donne e bambini inseguiti nelle strade e nella foresta, finiti dopo essere stati atrocemente mutilati. Cito questa strage d’innocenti per il numero delle vittime, ma per l’orrore potrei menzionare le tre bambine decenni mandate a farsi esplodere nei mercati. E sono solo notizie degli ultimi giorni. Voi mi obietterete: ma con la sfilata Hollande e Co. volevano difendere i valori dell’Occidente. Eh no, amici lettori: Boko Aram significa “l’educazione occidentale è sacrilega” e, vivadDio, la cultura occidentale mi sembra valga qualche cosina in più delle vignette blasfeme e becere: Dante, Leonardo, Michelangelo, Shakespeare, Bach e Beethoven meritano, a mio modesto parere, più di Charlie. 

Quel che più mi disgusta nel selfie di monsieur Hollande è la sua ammissione che la strage poteva essere evitata: verissimo, dappoiché gli assassini erano ben noti alle polizie francese, inglese e statunitense e i servizi segreti algerini avevano informato i francesi dell’attentato in preparazione. Io non credo per nulla che c’entrino in qualche modo gli Usa, come già hanno cominciato a insinuare i complottisti: ma la negligenza del governo francese, in crisi di consensi, è sospetta, visto il tentativo di sfruttare la vicenda a scopo politico (leggi l’invito a Sarkozy e il mancato invito a Le Pen). 

Io non sono Charlie, ma piango ugualmente le vittime della barbarie musulmana. "Non sono d'accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo": condivido in pieno questo pensiero, attribuito a Voltaire. Il filosofo parigino, vero pilastro del pensiero laico europeo, non aveva una buona opinione di Maometto (“Di tutti i legislatori che hanno fondato una religione, è l'unico che abbia diffuso la sua con delle conquiste. Altri popoli hanno imposto ad altre nazioni i loro culti con il ferro e con il fuoco; ma nessun fondatore di una setta è mai stato un conquistatore”), né del Corano («Questo libro governa dispoticamente tutta l'Africa settentrionale… le coste etiopiche… la Siria, l'Asia minore, tutti i paesi che si affacciano sul mar Nero ed il mar Caspio… tutto l'impero dell'Indostan, tutta la Persia, gran parte della Tartaria e nella nostra Europa la Tracia, la Macedonia, la Bulgaria, la Serbia, la Bosnia, tutta la Grecia, l'Epiro e quasi tutte le isole fino allo stretto d'Otranto dove finiscono questi immensi possedimenti»).

I governanti d’Eurabia (sì, quelli che si sono fatti il selfie) ci hanno impedito di mettere in scena “Le fanatisme, ou Mahomet le prophète”, tragedia scritta da Voltaire nel 1736 e rappresentata per la prima volta il 25 aprile 1741. 

Io non sono Charlie, ma voglio sapere cosa si propongono di fare i governi europei per difenderci dall’aggressione islamica. Parlo di aggressione islamica e non di aggressione fondamentalista per una serie di ragioni che sarebbe lungo elencare. Se c’erano islamici al selfie show parigino erano ipocriti o pessimi musulmani. Nessun musulmano potrebbe contraddire sia il divieto assoluto di rappresentare Maometto sia il reato di blasfemia che, secondo la sharia, sono entrambi sanzionabili con la condanna a morte. Un buon musulmano, perciò, non potrebbe mai condannare sinceramente l’uccisione dei redattori di Charlie. Concludo: ci sarà l’attacco al Papa, di cui già si parla. La profezia di Fatima è molto chiara e mostra l’uomo vestito di bianco fra molti cadaveri di chierici e laici. Uno scenario ben compatibile con una spettacolare strage islamica. Anche Nostradamus profetizza che, nella guerra portata dall’Islam all’Europa nei giorni nostri, la sede papale lascerà le rive del Tevere per quelle del Potomac. 
Sia prudente, Santità. È vero che la Chiesa ha bisogno di martiri, ma la persecuzione musulmana ne fa già abbastanza.
Pietro Lignola
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