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Da Marcello Rubini a Jep Gambardella

La dolce vita e la grande bellezza

06 Marzo 2014 di  Alberto Liguoro

Due registi, grandi artefici della comunicazione, ci trasmettono il senso della decadenza, ma non è la stessa decadenza e, guarda che strano, nessuno dei due registi è romano.

La dolce vita e la grande bellezza
La domanda è: la nostra vita è più paragonabile ad un film o ad un romanzo?
Forse a nessuna delle due cose; la nostra vita è metafisica, è decadenza.
Due film hanno segnato passaggi importanti della mia vita, ma forse della vita di una Nazione nata dal travagliato, orribile parto della catastrofica II guerra mondiale.

La Dolce Vita negli anni ’60, segnava il distacco dall’aria calda di casa, verso il vento fresco ma inquieto della primavera, il passaggio dall’adolescenza alla gioventù, e quale era il viatico, il percorso, il buco nero forse? La DECADENZA.
Se ci ripenso, vedo la fiumana infestata di spider e di paparazzi delle notti brave di Via Veneto, i ricchi americani rintronati e affascinati da archi e monumenti, che, per quanto possano essere diruti, non sono mai ruderi, le Anite Ekberg, sotto scrosci di limpida acqua saltellante, nelle Fontane di Trevi, i lidi deserti dell’alba, con volti attoniti, fuggevoli saluti, suicidi di arrendevolezza ad un contesto, un arco voltaico che non si può abbandonare e per questo, si può solo morirci dentro.

Un film che vidi 3 volte consecutivamente; allora si poteva fare.
La Grande Bellezza di 54 anni dopo, segna il distacco  di una Roma effimera e imponente, perduta nell’eterno gioco di essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa, delle lunghe passeggiate in improbabili penombre, tra aristocrazia ormai consegnata alla decomposizione necrotica dell’irrilevanza polverosa e opulenta, e la plutocrazia stravaccata sui divani delle grandi terrazze delle feste da ballo e da sballo, che un Petronio avrebbe ben visto in un frammento del suo Satyricon, dei lunghi silenzi; il distacco dalla nostra perdita d’identità, dal non essere più né carne né pesce. E’ questa la vecchiaia, il passaggio, l’addentrarsi da una vaga anzianità alla vetustà vera e propria, lasciandosi alle spalle miti, ideali mai realizzati, forse mai realmente voluti e creduti, mentre continuano ad alternarsi i giorni e le notti, in una città dove c’è chi se ne va a dormire quando gli altri si svegliano e comincia ad entrare nel pieno della sua vita quando gli altri se ne vanno a dormire.

Mentre a Roma va in scena la grande bellezza, in un altro luogo, forse a Milano, a Bangkok, o altrove, c’è il danaro e la giusta concentrazione lavorativa, anche perché a Roma vada in scena la grande bellezza.
Mentre matrone ed ancelle romane passano dai soffici divani ai grandi lettoni dei mondani o a quello  del disincantato re dei mondani, che prende il posto di Fontana di Trevi, in mezzo a tutte le cose, scorre il Tevere sotto i ponti di tutte le epoche storiche, al posto dello snodarsi di Via Veneto tra i locali alla moda, come un segno, una ruga della città, a sua volta evidente passaggio di DECADENZA.
Non si può abbandonare tutto questo, ma il Tevere, inesorabile scorre. Il capitolo del suicidio non manca anche qui, ma è per andarsene, scappare via dalla disperazione. E’ la gioventù che se ne va.

Due registi, grandi artefici della comunicazione, ci trasmettono il senso della DECADENZA, ma non è la STESSA DECADENZA e, guarda che strano, nessuno dei due registi è romano.
Federico Fellini, romagnolo, uomo della vitalità, della musica da strada, dei girotondi surreali, pur guardandoci e guardandosi abbandonato ad una vita che, il ciclico alternarsi del bianco, del grigio e del nero, descrive meglio di qualsiasi storia, ci dice che, in astratto, può esserci una chance, un’altra possibilità, una variante sul tema, forse, della decadenza, e cioè la gioventù, il balzarti in faccia dei seni di Anita Ekberg sotto l’acqua cristallina dei tempi incorruttibili.
Paolo Sorrentino, invece, napoletano, ci comunica una decadenza a colori, ma senza alternative, portandosi appresso il suo bagaglio di antichissima civiltà giunta al suo definitivo tramonto, che traspare anche dal Marcello Mastroianni di oggi, quel Jep Gambardella, che già nel cognome e nell’accento e nelle uscite tipicamente partenopee, ce lo ricorda, ma soprattutto nella splendida anzianità di Toni Servillo, che non è, però, la giovinezza di Marcello Rubini. Ricordate? Marcelloo… Marcellooo… Marcellooo… questo cantilenante richiamo nell’immaginazione visionaria di Fellini, è qui sostituito dal culo di Sabrina Ferilli in primo piano, che è la sintesi, la sinopsi del film, la concentrazione in un unico punto.
Sullo sfondo c’è sempre quel fascino misterioso, c’è sempre Roma, perché Roma è la Città Eterna; così doveva essere allorché dalla Repubblica passò alla Roma dei Cesari, e poi, da questa alla Roma dei Papi.

La Roma dei Popoli non c’è mai stata, come lo stesso Sorrentino ci ricorda con gli abiti talari e monacali che sbucano qua e là nei suoi fotogrammi, e, probabilmente mai ci sarà.
Roma è scettica, è resistente, non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno. Forse è per questo che nessun romano l’ha mai interpretata meglio di un estraneo, a volte di uno straniero, come il William Wyler di “Vacanze Romane”.
Ma forse è così per tutti quei luoghi che, pur passando attraverso la storia, appartengono allo spirito, più che alla storia.
I Romani sono indifferenti alla loro eterna decadenza, se ne fregano; così come i Parigini se ne fregano di quello che, nell’immaginario collettivo, evoca la parola stessa “PARIGI”, fatto salvo il tipico sciovinismo gallico di qualcuno, anche cineasta.
Ma se Paris vaut bien une messe, Roma vale molto di più; e lo dico senza sciovinismo. Roma di almeno 400 anni più antica, e fondatrice, per mano di Cesare del primo nucleo urbano, nel senso oggi comune del termine, Lutetia, che poi, nel 360, diventerà Parigi, comunica sensazioni più universali.
La decadenza di sempre non è solo sua, ma forse del Mondo, di cui fu Capitale.

Domani, forse quando noi non ci saremo più, qualcun altro, scrittore, regista, artista performativo, chi sa, magari ucraino, sudamericano, neozelandese, chi sa, romano ne dubito, riprenderà il percorso di via Veneto, dove ci ha lasciato Fellini, e dello scorrere del Tevere, dove ci ha condotto Sorrentino, e ci parlerà ancora di Roma, come località dello Spirito, come luogo universale (alla faccia di Bossi e dei suoi accoliti) e, ci giurerei, ci comunicherà ancora il senso della decadenza, ma in quale altra forma? Quale altra metamorfosi dobbiamo aspettarci? In ogni caso, la morte, alla fine è inevitabile.
La morale che io traggo da tutto questo è che ci troviamo di fronte ad una dimostrazione virtuale, come una congettura, un teorema dato per certo, ma (ancora, e forse per sempre) non dimostrato, di cui la matematica ha più esempi di quanto immaginiamo (Riemann… ci porterebbe troppo lontano?); l’ipotesi è che la decadenza è il nostro brodo primordiale, il liquido amniotico nel quale, da sempre, siamo immersi e sguazziamo più o meno felici, e quindi non ci deve spaventare, così come non ci deve spaventare la morte.
Alberto Liguoro
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