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La questione del Sudtirolo

Tra Mussolini e Hitler

12 Ottobre 2013 di  Michael Gehler

Il professore Federico Scarano offre una nuova prospettiva al dramma vissuto dalle popolazioni sudtirolesi nel 1939. Un libro appassionante su un tema ancora oggi controverso.

Tra Mussolini e Hitler
Pubblichiamo la prefazione di Michael Gehler al libro del professor Scarano “Tra Mussolini e Hitler – Le opzioni dei sudtirolesi nella politica estera fascista”, pubblicato da Franco Angeli nella collana Storia internazionale dell’età contemporanea. Il volume sarà presentato all’Università di Innsbruck il 18 novembre prossimo e all’albergo Elephant di Bressanone il 19 novembre.

di Michael Gehler *
I. Il contesto della storia contemporanea del Sudtirolo e della sua storiografia

La storia contemporanea del Sudtirolo, soprattutto quella del periodo tra le due guerre (1918-1939), della guerra (1939-1945) e del dopoguerra (dal 1945) riveste sempre grande importanza nella cultura politica sudtirolese per molti motivi. Molti episodi vi rappresentano una storia di conflitti e dispute che si è svolta in maniera più agitata che nella parte settentrionale del Tirolo. Essi sono: la divisione del Tirolo nel 1919, l’annessione da parte dell’Italia, nel 1920, della parte meridionale del Tirolo, antico territorio della corona, il graduale stabilirsi in Sudtirolo del fascismo dal 1922 con i vari aspetti del suo manifestarsi e rappresentarsi dalla fine degli anni’20, il periodo delle opzioni (il 1939 e gli anni seguenti), l’amministrazione tedesca della «Zona di operazioni delle Prealpi» dal 1943 al 1945, gli accordi De Gasperi-Gruber nel 1946 il «via da Trento» di Silvius Magnago nel 1957, la «battaglia per il Pacchetto» nel 1969 e la dichiarazione di superamento della contesa nel 1992. L’avvicendarsi di tali eventi ha lasciato tracce profonde, ha influenzato molto di più coloro che li hanno vissuti (Hans Rothfels) e ne ha permeato le esperienze al punto da determinare ancora oggi il confronto politico in quanto questi avvenimenti storici mobilitano e polarizzano in ugual misura.
Dunque non può meravigliare che in Sudtirolo la memoria del passato della regione sia più forte che in altre regioni d’Europa come per esempio nei Länder federali austriaci e tedeschi, abbia un maggiore significato politico e, a ragione della mescolanza inter e multietnica in Alto Adige, si ripercuota molto più vigorosamente nell'attualità politica.
A secondo degli interessi e delle circostanze ci sono state diverse congiunture della politica passata nell’Alto Adige – Südtirol che hanno trovato differenti tentativi d’interpretazione e modi di lettura: di provenienza conservatrice autoritaria fino ad uno schieramento democratico-liberale, da destra fino a sinistra. 

Le interpretazioni storico-contemporanee alla storia del Sudtirolo nel Ventesimo secolo erano fortemente legate al territorio e facevano valere ragioni di natura etnica e politica e ciò è subito chiaro con alcuni esempi: se storici conservatori di destra sottolineavano la resistenza sudtirolese contro il fascismo (Alfons Gruber), perché essa era diretta contro l’Italia, altri rilevavano molto meno la resistenza antinazista (Franz Huter) perché questa era diretta anche contro la Germania. Di conseguenza l’opzione del 1939 venne interpretata da questa corrente molto più come una decisione contro il fascismo (Italia) e come una risoluta adesione al germanesimo, cioè non come una decisione per il nazionalsocialismo (Huter) sebbene nel 1939/40 l’uno non era più separabile dall’altro ed anche riflettendo posteriormente non è più possibile scioglierli. Questo ha condotto da una parte ad una sottolineatura eccessiva del carattere di ingiustizia e di persecuzione del fascismo italiano come sistema di repressione e movimento di oppressione, mentre le ambivalenze, le insufficienze e i tabù della condotta dei sudtirolesi vennero nascosti e con ciò l’adattamento, l’opportunismo e il fallimento riguardo al nazionalsocialismo non furono tematizzati. In questo modo furono suscitati sentimenti anti italiani e critiche verso l’Italia, e col tempo tali posizioni vennero rafforzate.

La resistenza dei sudtirolesi contro il fascismo venne sottolineata e glorificata, l’uso di un nome come quello del canonico Michael Gamper indica questa tendenza. Al contrario la resistenza dei sudtirolesi contro il regime nazionalsocialista fu valutata molto meno positivamente e i disertori dei servizi di ordine e di sicurezza (SOD) o delle forze armate tedesche furono tendenzialmente disprezzati. Essi valevano e valgono come «traditori» come per esempio gli esponenti della «Lega Andreas Hofer», il cui presidente Hans Egarter, attivo con amici nella resistenza contro il nazismo, intrattenne rischiosi contatti con i servizi di sicurezza occidentali e venne a lungo marginalizzato dalla storiografia, finché venne riscoperto e alla fine anche onorato  (Leopold Steurer, Martha Verdorfer, Walter Pichler, Gerald Steinacher, Hans Heiss, Waltraud Mittich).

La storiografia sudtirolese una volta di sinistra marxista ed oggi molto più liberale di sinistra ha trascurato da parte sua tesi che appaiono conservatrici. La resistenza antinazista era di per sé buona perché era diretta contro il nazionalsocialismo. Ma le ragioni per l'attrattività del nazionalsocialismo e il suo effetto capillare tra la popolazione e il pubblico sudtirolesi sono stati meno esaminati.    L'opzione è stata considerata qui come un «tradimento» della patria sudtirolese, come si manifestava nei già ben saturi anni ’80 dalla critica, efficace per il pubblico, espressa agli optanti per la Germania da Leopold Steurer e Reinhold Messner. Steurer da parte sua ha dimostrato in maniera sagace, tagliente e senza riguardi la svolta della direzione del Völkischen Kampfrings Südtirols (VKS) nel 1939 dal desiderio di restare in patria, all’«ubbidienza al Führer» con l’«andarsene» e alla «fedeltà nibelungica» per il Reich tedesco. Con la critica rivolta ai sudtirolesi che si erano avvicinati al nazionalsocialismo che era anche una critica agli optanti Steurer, come Karl Stuhlpfarrer - suscitò molteplici diffidenze e rifiuto in ampi circoli della borghesia cattolica conservatrice sudtirolese più anziana e dell’establishment politico, in quanto veniva così scossa l’immagine dominante dei sudtirolesi «in lotta contro il fascismo». Lo stesso capitano regionale del Sudtirolo Magnago era un optante per la Germania. L’ottica dominante di questa ricerca di storia contemporanea sul nazionalsocialismo e sui coinvolgimenti ad esso collegati dei sudtirolesi faceva sbiadire le complicità e ingiustizie del fascismo italiano, sin quasi a farlo apparire insignificante. Questa tendenza da non disconoscere alla banalizzazione del fascismo ha condotto a un relativismo del pari non senza problemi. Se la destra politica e gli storici a lei vicini scorgevano nel Sudtirolo soprattutto una «vittima del fascismo», la sinistra vedeva i sudtirolesi quali opportunisti pronti ad adattarsi e volenterosi a cooperare fino all’attivo coinvolgimento nelle azioni illegali nazionalsocialiste come la prontezza ad aiutare la fuga di criminali nazionalsocialisti dopo la fine della guerra, in modo che l’immagine della colpevolezza e della complicità sudtirolese infine veniva sollevata molto esplicitamente (Gerald Steinacher). Anche qui non erano assenti parzialità e deformazioni.

Nell’ambito di questa ricerca storica sul Sudtirolo polarizzata e agli antipodi si parlava più per proprio conto e ci si chiudeva l’un contro l’altro anziché osare una sintesi dialetticamente incrociata e basata sulla storicizzazione.
Gottfried Solderer ha curato un primo lavoro che va in questa direzione. Tale opera in 5 volumi, dal titolo «Il Ventesimo secolo in Sudtirolo», scritta in maniera molto popolare e ricca d‘illustrazioni è stata concepita, formata e accompagnata dallo spiritus rector della storiografia sudtirolese Hans Heiss ed è stata scritta da una pluralità di autori.
I molteplici impulsi e commenti di Heiss sulla storia contemporanea del Sudtirolo hanno influenzato anche questa prefazione e lo ringrazio per questo. Evidentemente rimane una novità: nonostante tutto ciò finora non c’è una sintesi innovativa, moderna, critica e completa concernente la storia del Sudtirolo nel Ventesimo Secolo basata su fonti italiane e in lingua tedesca, scritta da un’unica penna.

Per quegli storici originari di altre regioni si tratta o di una scelta mirata di una auspicata storiografia ufficiale del Sudtirolo (Rudolf Lill) o di autoproclamatisi «amici del Sudtirolo» (Rolf Steininger).  Inoltre c’è un gruppo sempre folto di storici sudtirolesi giovani e di mezza età, forte più o meno come prima, persistente nell’opposizione interna e che si distanzia chiaramente dalla politica della SVP e dalla casa editrice Athesia. Sintesi complete e analisi storicizzanti mancano ancora perché la ricerca italiana viene recepita con coerenza solo da pochi storici sudtirolesi di lingua tedesca. Ciò sembra perpetuarsi nella ricerca centrata sulla storia contemporanea sudtirolese.  Tale fenomeno è stato influenzato negativamente dalla difficoltà di accedere alle fonti italiane per ampi percorsi della storia sudtirolese del ventesimo secolo. Leopold Steurer, per esempio, per molto tempo poté utilizzare solo fonti in lingua tedesca.

Per la commemorazione nel 1989 del 50.esimo anniversario dell’anno delle opzioni sono sorte, nell’ambito della mostra tenuta a Bolzano dal titolo «Option-Heimat-Opzioni», una serie di nuove ricerche che si sono concentrate specialmente sulla storia delle esperienze e della vita quotidiana. La pianificazione tecnico-organizzativa e l’attuazione del trasferimento non solo tra Roma e Berlino, ma anche tra Bolzano e Innsbruck venne per la prima volta osservata intensamente. Si cercò di ricostruire il dramma con numerose interviste e ricerche locali. L’approccio dominante alla tematica delle opzioni del 1939 era di tipo locale e storico-regionale. Anche il Sudtirolo venne osservato più attentamente nel contesto delle nuove conoscenze nell’ambito delle politiche per il germanesimo e dello spazio vitale del nazionalsocialismo (Michael Fahlbusch, Ingo Haar e Michael Wedekind). Tuttavia la diplomazia e i retroscena storico-politici come le grandi politiche degli Stati rimasero ampiamente trascurati. La questione dell’importanza del trasferimento dei sudtirolesi per l’«Asse Roma-Berlino» usciva così dalla visuale. E’ stata Viktoria Stadlmayr a non risparmiare alla ricerca di lingua tedesca il rimprovero di aver prestato troppa poca attenzione agli archivi e alle fonti italiane. Bisogna anche correttamente dire che gli ostacoli da superare politici, linguistici e burocratici riguardo agli archivi a Roma non erano pochi.

II. L’opera e le sue fonti

Molti dei limiti qui trattati vengono superati in maniera approfondita dallo studio adesso presente di Federico Scarano, storico che ha insegnato a lungo all’Università di Cagliari. La sua monografia amplia in maniera quanto mai soddisfacente le nostre conoscenze sugli immediati antecedenti della decisione delle opzioni del 1939; è soprattutto convincente l’inserimento della controversa tematica nel più grande contesto internazionale, bilaterale e delle alleanze. Va molto apprezzato il merito di Scarano di sviluppare una doppia visione in quanto il suo tema esamina sistematicamente e illumina approfonditamente sia la prospettiva  tedesco-nazionalsocialista che quella italiano-fascista. In questo modo diventa chiaro una volta di più quanto fu importante l’«Anschluss» dell’Austria al Reich tedesco e come esso ha essenzialmente contribuito a determinare la politica sudtirolese italo-tedesca.
La maggiore attenzione di Scarano va alla politica estera di Roma includendo contemporaneamente anche il contesto decisionale tedesco. Così ne risulta una storia parallela grazie ad un autore che si è già distinto per la sua conoscenza delle prime relazioni e rapporti tra Hitler e Mussolini durante la Repubblica di Weimar con un’eccellente ricerca. In questo campo Scarano è familiare alla materia, dunque alla storia, antecedente ma anche successiva, delle opzioni come quasi nessun altro storico attuale.

Affascinante è la scrupolosa consultazione e l’utilizzo di tutta la letteratura scientifica italiana e tedesca disponibile e la sua mirata ed equilibrata interpretazione, come degli atti sulla politica estera tedesca (ADAP) e dei Documenti Diplomatici Italiani (DDI), lo studio preciso di diari e/o documenti come quelli di Bernardo Attolico, Galeazzo Ciano, Ulrich von Hassell, Ernst von Weiszäcker, Otto Bene e Massimo Magistrati. Inoltre Scarano consulta intelligentemente i materiali dell’Archivio Storico del Ministero degli Esteri (ASMAE) e dell’Archivio Centrale dello Stato (ACS), tutti e due a Roma, ma anche documenti dagli archivi tedeschi. Vengono caratterizzati con precisione attori come Attolico e Massimo Magistrati, il consigliere d’ambasciata fascista, entrambi attivi all’ambasciata italiana a Berlino, il prefetto di Bolzano Giuseppe Mastromattei, il console generale tedesco a Milano Otto  Bene. 

III. Analisi e risultati dello studio

L’autore procede nella descrizione della sua materia in maniera avveduta, con uno sguardo alle concezioni nazionali e all’eredità di entrambe le dittature, include tutte le prospettive rilevanti ed arriva così ad equilibrate interpretazioni e conclusioni. Egli si muove dal di fuori del punto di vista dello stato centrale romano o nazionalista sulla «questione sudtirolese» come fanno già comprendere le sue osservazioni introduttive sulla politica fascista di italianizzazione.
E' stato provato da tempo e più volte dalla ricerca la subordinazione per principio di Hitler di una soluzione della questione sudtirolese, svincolata da tutte le questioni nazionali, agli interessi della sua politica dello spazio vitale. La ricerca di Scarano ruota soprattutto intorno agli anni dell’intensificarsi delle riflessioni e delle imminenti decisioni di politica di potenza dal 1937 fino alla data di scadenza delle opzioni per i sudtirolesi nel dicembre 1939.
Accenni di Hermann Göring all’ambasciatore tedesco a Roma Ulrich von Hassell che un trasferimento dei sudtirolesi poteva aiutare a superare difficoltà per «l’Asse Roma-Berlino» sono già provati per l’anno 1937. Hassell, noto come critico del regime nazionalsocialista e amico dei sudtirolesi, venne richiamato da Roma nel febbraio 1938 su richiesta del ministro degli Esteri Ciano. Questo rapporto  personalmente gravato e teso viene interpretato abilmente da Scarano.
 
Il significato dell’«Anschluss» con i suoi effetti catalitici per la radicalizzazione della soluzione della questione sudtirolese viene valutata da Scarano in modo altrettanto condivisibile. Il duce si trovò sulla difensiva. L’incorporamento dell’Austria nella Germania nazionalsocialista venne giudicata dall’opinione pubblica italiana come un primo ripiegamento di Mussolini se non come una sconfitta.  Secondo il punto di vista del Ministero degli Esteri a Berlino, per dare una soddisfazione all’alleato dittatore italiano, doveva seguire una compensazione all’Anschluss per la quale si offriva la soluzione del problema del Sudtirolo.  Il 24 marzo 1938 il capo della “Volksdeutschen Mittelstelle” (VOMI), l’SS con il grado di Oberführer Werner Lorenz sottopose proposte per una completa assimilazione dei sudtirolesi o per il loro trasferimento in un territorio orientale ancora da conquistare.

Con l’«Anschluss» si arenarono tutte le ambizioni di Roma a disporre con Parigi e Londra una nuova edizione del «fronte di Stresa» del 1935 nel senso di una politica di alleanze alternativa al Reich tedesco. Specialmente Ciano favoriva una soluzione rapida e radicale del problema sudtirolese. Il 17 aprile 1938 annotò nel suo Diario: «Non basta che il governo tedesco si disinteressi della questione e ripeta che le frontiere comuni sono intangibili: bisogna che agisca. Sconfessi gli agitatori professionisti». A Göring fu richiesto da Ciano un intervento contro gli agitatori. Il giorno del compleanno del «Führer», il 20 aprile 1938, Göring alluse poi in una conversazione con Magistrati a Berlino alla possibilità di mettere i sudtirolesi dinanzi alla prospettiva del trasferimento come Scarano ha potuto desumere dai «Documenti Diplomatici Italiani». Le riflessioni di Göring non vennero prese in considerazione da Mussolini che per il momento patrocinava ancora una soluzione moderata.  Con una corrispondente «fedeltà» dei sudtirolesi si poteva tollerare e perfino aver cura della loro lingua e cultura. Solo dinanzi a continuate e rafforzate aspirazioni separatiste dei sudtirolesi il duce non avrebbe indietreggiato dall’intervenire personalmente contro la Germania.

Un punto culminante per sostenere la soluzione radicale della questione sudtirolese fu costituito dalla visita di Hitler a Roma dal 3 al 10 maggio 1938 che contribuì ad un’accelerazione degli avvenimenti. Da un lato Papa Pio XI mostrò grande freddezza verso la visita del «Führer», dall’altra non si arrivò nemmeno ad un patto militare tra i due dittatori. Un trasferimento (parziale) dei sudtirolesi venne però affrontato tra Hitler e Mussolini senza alcun risultato. Il famigerato brindisi del dittatore tedesco a Piazza Venezia il 7 maggio 1938 «alla frontiera alpina eretta fra noi dalla natura» che era da considerare «intoccabile per sempre», venne accolto favorevolmente dal grande pubblico e l’espressione usata da Hitler nel discorso di «lascito» al popolo tedesco venne registrata nella formula giuridicamente più vincolante di «testamento». Per i sudtirolesi e i loro intercessori come Eduard Reut-Nicolussi queste affermazioni erano un duro colpo.

Scarano colloca il regolamento della questione sudtirolese tra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista nel più grande contesto internazionale. Se si assicurava al duce il Brennero, questi avrebbe acconsentito più facilmente alla reintegrazione del territorio dei Sudeti nel Reich e accantonato le sue relazioni con Parigi. Scarano interpreta la politica italiana della razza nella vena di un crescente uniformarsi dell’Italia alla Germania nazionalsocialista, senza tacere che per l’applicazione delle leggi vi concorse in misura importante un razzismo italiano autonomo.

L’autore raccoglie scrupolosamente tutte le dichiarazioni  informali di Hitler dal settembre 1938 che fanno riconoscere il trasferimento dei sudtirolesi come un’opzione possibile. Per il «Führer si trattava soprattutto della realizzazione di un’alleanza militare nella forma di un «Patto delle tre potenze» tra Germania, Italia e Giappone al quale Mussolini acconsentì solo all’inizio del 1939.

Secondo il diario di Ciano sarebbe stato «bene dar corso al progetto Hitler per ritirare i tedeschi che vogliono partire». Intesi erano «quelli allogeni che non desiderano rimanere nel territorio italiano a sud della cerchia alpina». Ciano faceva comprendere che era necessario che il Reich accogliesse quei sudtirolesi che non volevano assolutamente rimanere nel Regno. S’intendeva un’emigrazione volontaria.

L’«eliminazione del resto della Cecoslovacchia» nel marzo del 1939 significò una nuova sgradita sorpresa per Mussolini che era stato lasciato all’oscuro dell’entrata della Wehrmacht a Praga. Così finiva il sogno di un ruolo dell’Italia come potenza egemone mitteleuropea in unione con il Reich tedesco come Scarano chiarisce. Non si fece trapelare nulla di ciò all’estero e si giurò l’incrollabile fedeltà all’Asse. L’Italia reagì occupando l’Albania nell’aprile 1939.

Già il 29 marzo 1939 Mussolini orientò Ciano e altri sull’«eliminazione dei tedeschi dall’Alto Adige». Magistrati insistette, in una conversazione con il negoziatore tedesco Heimburg, per una presa in consegna di tutti i sudtirolesi. L’iniziativa doveva venire da Hitler poiché Mussolini non avrebbe potuto adoperarsi per un’emigrazione di cittadini dello Stato italiano. Si deve ritenere come sorprendente che in questo momento la richiesta di un trasferimento totale provenisse da parte italiana. L’interpretazione è stata data finora in maniera molto diversa: lo storico e diplomatico italiano Mario Toscano ha valutato retrospettivamente la mossa come «prodotto di una reazione momentanea di Mussolini». Lo storico sudtirolese e ben disposto verso l’Italia Steurer vedeva in questa richiesta massima un mezzo di pressione politica per procurare il trasferimento dalla provincia di Bolzano solamente dei circa 10.000 tedeschi del Reich. Tuttavia il 10 aprile 1939 Magistrati comunicava ad Heinburg il ritiro italiano da una soluzione radicale.

Durante il viaggio a Roma di Göring dal 15 al 17 aprile 1939 Mussolini non poteva nascondere la sua delusione per la lenta regolazione e la mancanza del trasferimento, soprattutto dei tedeschi del Reich dal Sudtirolo. Le circa 10.000 persone dovevano essere allontanate. La parte italiana lasciò poi completamente ai tedeschi l’abbozzo del «Patto d’Acciaio», nel quale Attolico rimandò alla necessità di una garanzia della frontiera del Brennero, cosa che indusse Ribbentrop ad inserirla senza indugio nel preambolo, dimodoché il 22 maggio 1939 a Berlino Ciano poté firmare il trattato che prevedeva un obbligo d’aiuto totale.

Il partner dell’Asse rimase però ancora una volta non informato dei piani di Hitler di attaccare la Polonia. Scarano segue Toscano secondo il quale le ambizioni geopolitiche e strategiche dei due dittatori non potevano essere più diverse per cui doveva inevitabilmente seguire un indebolimento dell’alleanza.  Per la questione sudtirolese la dinamica degli sviluppi suscitati dal «Patto d’Acciaio» significava un regolamento che non si poteva più rimandare.

Il 13 maggio 1939 Mastromattei redasse un memorandum, pubblicato per la prima volta da Renzo De Felice, con il quale veniva esclusa un assimilazione dei sudtirolesi e l’immigrazione diventava strategia centrale. Il rimpatrio dei tedeschi del Reich era una richiesta primaria, al contrario un’emigrazione dei sudtirolesi solo secondaria. Il prefetto di Bolzano riteneva che gli «allogeni» avrebbero seguito un governo che assicurasse tranquillità e benessere, con il che non considerava la spinta di ampie parti della popolazione per un ritorno nel Reich e sottovalutava completamente la loro «redenzione» grazie al «Führer».

Il 17 giugno 1939, con il passaggio delle competenze riguardo al Sudtirolo ad Heinrich Himmler, futuro Commissario del Reich per il rafforzamento del germanesimo (RKFV), Hitler compì la svolta per la soluzione radicale della questione sudtirolese. In via del Principe Alberto a Berlino ebbe luogo sei giorni più tardi la seduta decisiva. Sotto la direzione di Himmler si riunirono capi di alto rango delle SS, rappresentanti del Ministero degli Esteri e il Console generale a Milano. Di fronte a 13 tedeschi sedevano 5 italiani: Attolico, Magistrati, Guido Romano, console generale a Innsbruck, Blasco Lanza d’Ajeta dell’ufficio di gabinetto di Ciano e Mastromattei. Himmler comunicò senza tanti complimenti il già noto piano in tre tappe:
rimpatrio in Germania di tutti i tedeschi del Reich, valutati in numero di circa 10.000;
«espulsione» dei sudtirolesi «non legati al suolo», come operai, artigiani e piccoli commercianti;
trasferimento di tutti gli altri sudtirolesi, anche di quelli con proprietà terriere.
I rappresentanti dell’Italia non potevano obbiettare quasi nulla e reagirono sorpresi positivamente della presa integrale dei tedeschi sui sudtirolesi. Riguardo al trasferimento dei 200.000 «allogeni» Attolico richiamò l’attenzione sulla necessità di una moderata attuazione e di una corrispondente preparazione. Sulla questione del completo o parziale trasferimento si delineò a dire il vero una fondamentale differenza di concezione. La proposta di Himmler del Gau Tirolo-Vorarlberg come destinazione principale del trasferimento fu rifiutata da Attolico. Della seduta non si ebbe infine né un protocollo ufficiale né un comunicato per non parlare di un accordo suggellato da un trattato, ma solo la definizione di competenze: vennero incaricati dell’attuazione Magistrati e l’SS Oberführer Ulrich Greifelt, in Italia Mastromattei e Bene. I rappresentanti italiani erano soddisfatti, specialmente perché sembrava essere stato eliminato il pomo della discordia del Sudtirolo. Per loro la richiesta principale era sempre l’emigrazione dei tedeschi del Reich.  Attolico chiarì a Ciano di non farsi illusioni sulla direzione verso la quale si dirigeva Hitler. Al capo del Quai d’Orsay Georges Bonnet era stata comunicata da parte tedesca un chiarimento della «questione di Danzica» entro la metà di agosto 1939 il che per la percezione italiana portava a una guerra con la Polonia.

 I sudtirolesi e i loro rappresentanti vennero lasciati all’oscuro sebbene chiedessero a Berlino di essere informati sul loro ulteriore destino. Dapprincipio rifiutarono nel modo più deciso la prospettiva del trasferimento. Però già un mese più tardi cambiarono opinione accettando il piano di Hitler. A Bolzano e a Merano Bene provvide a fornire informazioni adeguate, specialmente con la diffusione della cosiddetta «leggenda siciliana» (Klaus Eisterer) che suscitò reazioni di panico. Un’informazione coordinata tra fascisti e nazionalsocialisti non si realizzò coscientemente, poiché non esisteva una vera intesa sulla richiesta del trasferimento.

Le reazioni internazionali da Parigi, Londra e Varsavia su questo modo di «risolvere» la questione sudtirolese che esordì con l’espulsione degli stranieri dal Sudtirolo furono prevalentemente contrarie e negative. I riferimenti di Scarano alle espressioni della Chiesa della diocesi non offrono invece nulla di veramente nuovo. I vescovi di Bressanone e di Trento dettero giudizi diversi. Il Vaticano valutò la soluzione che si profilava in maniera distanziata fino a rifiutarla tanto più che non c’era nessuna comunicazione ufficiale. Il principe vescovo Johannes Geisler si chiuse nel silenzio subendo l’influenza del suo vicario generale nazionalista tedesco Alois Pompanin. Alla smentita di Mastromattei della leggenda siciliana non venne dato alcun credito da parte dei sudtirolesi. Le speranze del prefetto di Bolzano per un’emigrazione parziale si dovevano dimostrare fallaci. Attolico e la testa pensante dell’italianizzazione del Sudtirolo, il senatore Ettore Tolomei ritenevano a differenza di Mastromattei molto positiva  l’ondata di trasferimento totale.

Le interpretazioni di Scarano in questo contesto sono lucide e dimostrano con l’esempio di fonti non ancora valutate le concezioni differenti tra il regime fascista e la dittatura nazionalsocialista come anche le differenti posizioni tra i responsabili delle decisioni italiane. Il 17 novembre 1939 l’ambizione nazionalsocialista di un’emigrazione totale venne fissata. Mussolini si negò inoltre di ricevere una delegazione di «restanti». Al contrario Ciano, per l’attacco di Hitler alla Polonia e il modo d’agire offensivo dei nazionalsocialisti nella questione delle opzioni, divenne un avversario dei tedeschi ed ambiva a tener fuori l’Italia dalla guerra. I deprimenti risultati per l’Italia delle opzioni sono riassunti da Scarano solo brevemente essendo i fatti da tempo noti.

L’eccellente lavoro illustra chiaramente che la politica sudtirolese degli italiani di fronte ai tedeschi aveva la peggio; alla fine la politica fascista sul Sudtirolo dovette seguire quella nazionalsocialista e quindi soccombette: un inaspettato grande, chiarissimo risultato delle opzioni a favore del Reich tedesco, ma un ’emigrazione rimasta limitata nei suoi effetti con la permanenza dei cosiddetti «allogeni» a Sud del Brennero e quindi con il permanere del pericolo di ulteriori aspirazioni territoriali della Germania al Sudtirolo risultavano in un bilancio complessivo finale negativo per l’Italia fascista.

Il lavoro di Scarano è una convincente ricerca delle diverse forze motrici per la soluzione della questione sudtirolese negli anni 1938/1939 nel senso di una ricomposizione etnica che alla fine doveva fallire. I fascisti e i nazionalsocialisti congiurarono per una politica criminale le cui diverse motivazioni e finalità vengono esposte molto chiaramente soprattutto nel contesto delle grandi decisioni politiche e militari delle «potenze dell’Asse». I caratteri di un Attolico, Ribbentrop, Mastromattei, Bene, Himmler o Magistrati vengono vivamente rappresentati. L’analisi seducente degli attori, delle loro azioni ed ambizioni rendono l’opera di Scarano un’appassionante lettura.

Riassumendo l’autore dà molto peso – com’era da aspettarsi – alla responsabilità originaria di Hitler, che si era in effetti impegnato precocemente per il suddetto regolamento, ma non tace la complicità e responsabilità dell’Italia fascista per il trasferimento di popolazione, che voleva vedere eliminati dalla provincia di Bolzano non solo gli sgraditi tedeschi del Reich, ma anche un numero di sudtirolesi in sei cifre. Il regolamento della questione delle opzioni è quindi da considerare anche come una parte del fallimento della politica estera fascista di fronte a quella nazionalsocialista, cioè come espressione della sua crescente dipendenza da un partner diventato troppo forte. L’opera di Scarano non è meramente un lavoro sulla storia della decisione del trasferimento dei sudtirolesi, quanto una descrizione completa delle relazioni tedesco-italiane per gli anni 1937-1939 che si deve considerare un riuscito arricchimento per le ulteriori ricerche di storia contemporanea.  

* Ordinario di Storia contemporanea
Direttore dell’Istituto di Storia dell’Università di Hildesheim
Presidente della Commissione per la Storia
dell’Accademia austriaca delle Scienze
Michael Gehler
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