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Fisco e conti pubblici

Pensionato, il nemico da abbattere

06 Dicembre 2013 di  Manlio Giombini

Lo sport più di moda è colpire i pensionati. Ma siamo consapevoli delle funzioni che svolgono e dei costi occulti che scaturiscono dal loro impoverimento?

Pensionato, il nemico da abbattere
Allora abbiamo trovato la soluzione dei guai finanziari della repubblica. Abbiamo scovato gli approfittatori che sottraggono risorse e affamano il Paese. Abbiamo individuato lo strumento per riportare i conti pubblici in ordine. Insomma ecco il nemico da abbattere: i pensionati, odiati dallo Stato perché gli costano troppo e da lavoratori e disoccupati che ne invidiano la sorte benigna.

Sono sanguisughe a tradimento che bisogna colpire forte e duro. E non solo quelli d’oro ma anche quelli d’argento. Una furia iconoclasta che non sente ragioni, non tiene  conto di alcun avvertimento ma che suscita non poche domande.
Perché, a parità di reddito,  i contribuenti pensionati dovrebbero essere sottoposti a uno prelievo maggiore rispetto a contribuenti non pensionati? E’ manifesta la violazione dell’articolo 3 della Costituzione.

Perché continuare a colpire le pensioni con un contributo di solidarietà che la Corte costituzionale ha già dichiarato illegittimo? Si tratta di una pervicacia incomprensibile che avrà la stessa sorte.

Perché confermare ancora il blocco della perequazione, cioè dell’aggiornamento al costo della vita, se la medesima Corte  ha ribadito che si può attuare solo per brevi periodi? Anch’esso sarà dichiarato illegittimo.

Perché se un nucleo famigliare dispone di una pensione di 2000 euro è ricco, mentre se dispone di due pensioni da 1000 euro è povero?  Non reintroduciamo il cumulo dei redditi, già dichiarato illegittimo ma neanche taglieggiamo chi ha la sfortuna di ottenere il reddito famigliare da una sola fonte.
E più in generale, che senso ha considerare una pensione di tremila euro elevata senza aver prima valutato la composizione della famiglia che quel reddito deve soddisfare, il suo numero, la presenza di figli disoccupati o sottoccupati, di disabili, di anziani?
Ogni volta che si dice una cifra per giustificare interventi punitivi o di aiuto si sbaglia.
Una pensione di 500 euro al mese potrebbe essere più che sufficiente se corroborata da ulteriori entrate derivanti da locazioni, rendite, prima casa di proprietà, ecc. Al contrario 3000 euro mensili potrebbero essere insufficienti alla luce della composizione ed entità della famiglia.
Usare l’accetta produce solo ingiustizie.
La strada giusta e quella dell’ISEE, che valuta il reddito in rapporto al nucleo famigliare. Resta difficile, però, capire il motivo per cui quando si deve ottenere un’agevolazione si considera la situazione famigliare, se invece si deve pagare un’imposta quelle stesse regole non sono più applicate ma vengono riconosciute solo modeste e spesso irrisorie detrazioni.

Ora l’ISEE sarà assoggettato ad una significativa revisione. Si dice per combattere i furbetti che vanno all’università in Ferrari. Ma allora sarebbe bastato far certificare alcune delle voci più rilevanti. E preferibilmente farle attestare dalla Pubblica Amministrazione invece che costringere il cittadino a defatiganti ricerche di dati che la PA già possiede. E invece con la scusa dei furbetti si è proceduto a una sostanziale riduzione dei benefici e all’innalzamento delle soglie per accedervi. La parte del furbetto, ancora una volta, l’ha fatta lo Stato.
Uno Stato preso da un unico dogma: mi servono soldi sotto forma di risparmi della spesa pubblica e li vado a realizzare presso chi certo non  farà scioperi e tanto meno rivoluzioni. Ma risulta difficile capire perché va ridotta la spesa da una pensione troppo alta e non da un manager di un’azienda pubblica super pagato e tanto meno da un parlamentare o consigliere regionale o d’altro ente locale, che percepisce prebende e rimborsi stratosferici.

E poi si faccia attenzione a colpire i pensionati che in questo momento stanno svolgendo un ruolo fondamentale per lenire le sofferenze originate da una crisi spietata. Se il disagio sociale non è esploso, se la disoccupazione giovanile non ha originato tensioni incontrollabili, se il sistema democratico ancora regge, questo si deve spesso a quella funzione di ammortizzatore che sta svolgendo il ceto dei pensionati. Sono loro che intervengono quando un figlio ha perso il lavoro o non ce l’ha mai avuto, quando non arriva alla fine del mese, quando non può pagare il mutuo, quando c’è da affrontare una spesa imprevista e considerevole e così via.
Quella funzione di welfare, alla quale lo Stato sta venendo meno, è svolta spesso dai pensionati, supplenti nelle manchevolezze pubbliche.

Il comune sentire narra di pensioni che non corrispondono alla quantità di contributi versati. Se questo è vero in alcuni casi, ci sono molti che sarebbero ben lieti di rinunciare alla pensione a patto di tornare in possesso della mole di contributi versati nel corso della vita lavorativa. Otterrebbero così spesso una rendita più elevata oltre alla disponibilità del capitale da lasciare ai propri eredi. Certo dovrebbero essere  considerati anche quei contributi che non sono andati a vantaggio del singolo ma destinati alla collettività a titolo di un malinteso principio di solidarietà. Ora questa storia è ben strana. Non si capisce che senso abbia parlare di solidarietà in presenza di un obbligatorio versamento a vantaggio di altri. La solidarietà porta in sé la spontaneità; una solidarietà obbligatoria è una contraddizione insanabile. Sarebbe meglio parlare di redistribuzione invece che evocare bei sentimenti assolutamente estranei alla realtà.

Tutto poi, nasce da una riforma miope che ha creato più guai di quanti non ne abbia risolti. Intanto è assurdo aver attuato sette macroriforme e trenta microriforme pensionistiche in 20 anni.  Quella delle pensioni è una disciplina che  dovrebbe avere tempi biblici per dare al cittadino la possibilità di impostare le sue scelte di vita futura. Cambiare le regole continuamente ed in particolare a pochi mesi dal traguardo crea una serie incredibile di disastri. Stravolge l’esistenza di chi aveva fatto affidamento sulle promesse dello Stato quando addirittura non pone in situazione drammatica quanti avevano rinunciato al lavoro in vista della imminente pensione. Il problema degli esodati è di una gravità immensa per l’approssimazione, la rozzezza e l’incompetenza con le quali si è dato corso alla riforma senza che ancora oggi si sappia esattamente quanti siano e soprattutto come por rimedio al danno causato.
Inoltre, aver innalzato l’età pensionabile in breve periodo ha lasciato al lavoro persone che ne intravedevano la fine, con un ovvio risentimento che non giova affatto alla loro produttività.
La posizione delle imprese è poi farisaica perché da una parte hanno sostenuto a gran voce l’incremento dell’età pensionabile ma dall’altra, hanno sempre considerato un lavoratore di cinquant’anni ormai elemento di cui liberarsi al più presto perché non più duttile, troppo costoso, poco produttivo. Insomma si innalzi pure il limite di età ma non nella mia azienda; “not in my garden” direbbero gli anglosassoni.
E’ infine incredibile la stupita sorpresa di quanti, dopo aver bloccato i lavoratori e peggio ancora le lavoratrici, al proprio posto anche per altri cinque e più anni, si sono meravigliati e addolorati se la disoccupazione giovanile è esplosa  oltre il 40 per cento. Non ci voleva Tiresia per prevedere che se i posti di lavoro si tengono occupati non ce ne sono per le nuove generazioni.
Ma servono i soldi per far quadrare i conti pubblici, ci ripete una litania intransigente. Prima della riforma Fornero (e del temerario accorpamento tra INPS, INPDAP ed ENPALS) però il sistema pensionistico era in equilibrio a detta di tutti, dalla UE alla Banca d’Italia. L’ultima riforma è stata dunque solo una becera modalità per fare cassa sulle spalle della categoria che meno può difendersi.
Intanto restano pressoché  salvi i 180 miliardi annui che guadagna la criminalità organizzata e i 60 miliardi che ci costa la corruzione. Si vogliono trovare seriamente soldi? Ecco dove cercarli. Per non parlare della lotta all’evasione fiscale, agli sprechi, ecc.
Si è scelta la via più semplice e vigliacca, venendo meno al contratto sociale stipulato con i cittadini, avvelenando il sangue di un esercito di lavoratori costretti a rimanere al proprio posto, che prenderanno poi una pensione più elevata con conseguente incremento di costi pubblici. Si è resa drammatica la sorte di milioni di giovani ai quali sarà necessario dare una prospettiva con conseguente incremento di costi pubblici. Si è contratta la capacità di spesa privata con conseguente intervento a carico dello Stato e dunque altri costi pubblici. Siamo certi che il saldo di tutto ciò sia ancora positivo? O dopo questo macello sociale scopriremo che ci abbiamo anche rimesso?
Manlio Giombini
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Manlio Giombini
Manlio Giombini
Informazioni sull'autore
Già direttore editoriale di una nota casa editrice giuridica italiana, coltiva oggi i propri interessi che, a differenza di quelli di buona parte della classe politica, non sono privati.
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