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Disoccupazione e incentivi

I soldi sprecati per l’occupazione

05 Luglio 2013 di  Manlio Giombini

Rendere meno onerosa l’assunzione dei giovani. Ma per fare cosa? Se l’economia non riparte saranno risorse sprecate oltre che comunque insufficienti. E per farla ripartire i soldi non ci sono. O forse sì?

I soldi sprecati per l’occupazione
Ora le imprese non hanno più alibi”, con questa baldanzosa  affermazione Letta sembra aver messo fine ai compiti più urgenti del governo nella lotta alla disoccupazione giovanile. Adesso la palla è nel campo delle imprese le quali, pare di capire, fin’ora avrebbero potuto assumere ma si sono inventate scuse per non farlo.

In verità il presidente dell'Europarlamento, Martin Schulz, ha precisato che gli stanziamenti europei rappresentano «una goccia nell'Oceano» rispetto all'emergenza sociale dei milioni di disoccupati. Non da meno il nostro ministro del lavoro si è lasciato scappare che le risorse interne potranno aggredire al massimo due  punti percentuali della disoccupazione giovanile che viaggia sul 38,5%. Insomma sia i fondi comunitari sia quelli italiani si rivelano solo pannicelli caldi. Ma in ogni caso la questione è un’altra: saranno soldi buttati. Non sono un imprenditore ma se lo fossi non capirei perché mai dovrei assumere solo per il fatto che costa meno. E’ un po’ come se dicessero di riempire il serbatoio di un’automobile irrimediabilmente guasta perché il prezzo alla pompa è diminuito. Un buon imprenditore assumerà lavoratori unicamente quando ne sarà “costretto” dalla opportunità di produrre una maggiore quantità di beni o servizi a seguito di una aumentata, o seriamente prevedibile, richiesta del mercato. E’ preoccupante l’idea di una “funzione sociale” dell’impresa privata, se non come effetto collaterale, non voluto. Quello della funzione sociale dell’impresa è, comunque, un tema assai  interessante e meriterebbe una riflessione a parte.

Il motivo per cui i giovani non trovano lavoro è, invece, molto semplice: non è possibile trovare quello che non c’è. E il lavoro non c’è per due macro motivi: l’economia italiana in fortissima contrazione e  la recente riforma delle pensioni. Tralasciamo altre ragioni minori come la scuola che non forma per una professione; i giovani che non si indirizzano a quei settori (pochi) che offrirebbero opportunità; l’indolenza di chi ha la fortuna di farsi mantenere da mamma e papà, eccetera.

Quindi in primo luogo i posti di lavoro si devono creare e perché ciò avvenga è ovviamente necessario garantire condizioni di sviluppo economico. Tornando all’esempio di prima, bisogna far funzionare l’automobile perché poi il padrone sia indotto a metterci nuovo carburante. Tutte le risorse disponibili dovrebbero quindi andare alla ripresa economica, la cui naturale conseguenza sarebbero i posti di lavoro. E non viceversa. Ma perché ci sia ripresa deve intervenire lo Stato facendo da volano per lo sviluppo con opere pubbliche grandi o piccole oppure destinando a consumatori e imprese nuove risorse. Comunque è necessario attuare una politica espansiva, sull’esempio di Stati Uniti e Giappone, come molto timidamente anche l’Unione Europea comincia a consentire ai cosiddetti paesi virtuosi, sia pur in misura assai inferiore a quanto farebbero pensare gli “evviva” di Letta. In verità il governo sostiene di aver operato pure sul versante della ripresa economica. Purtroppo non si è visto granché. E il migliore dei giudizi sul suo “Decreto del fare”, è stato: “smettetela con la politica degli annunci”. Mentre l’annuncio (appunto) di restituire 40 miliardi alle imprese creditrici degli enti pubblici resta tale in attesa che si distinguano i veri dai falsi creditori; intanto Sagunto viene espugnata e, come dice il ministro Zanonato, “siamo al punto di non ritorno”.

Ma se non agiamo seriamente (e in fretta) sul fronte della ripresa economica, questa storia degli aiuti all’occupazione sarà solo fumo negli occhi  o, nella peggiore delle ipotesi, spreco di risorse che andranno a vantaggio delle finte iniziative di formazione o di aziende che avrebbero comunque assunto perché fortunate ad operare in nicchie di mercato in espansione o, infine, di imprese spregiudicate che si aggiudicherebbero i contributi con meccanismi truffaldini.

Quello che certamente non va fatto è inasprire la pressione fiscale, tanto più se gli aggravi non siano destinati a una spesa che faccia girare l’economia; tanto più se ci si indirizzi verso tributi, come l’IVA, che colpiscono tutti in modo eguale: abbienti o indigenti. Ma lo sarebbe anche se interessasse l’imposizione diretta, almeno finché l’evasione (per non considerare l’elusione) si avvicina al 40%  in alcune regioni. Non sembra un buon metodo quello che sbaglia 4 volte su 10 inasprendo le condizioni di chi è già vessato all’eccesso e aiutando, al contrario, chi si mostra falsamente bisognoso. Anche l’argomento dell’imposizione fiscale meriterebbe una riflessione a parte;  quello che dovrebbe essere chiaro a tutti è che ogni inasprimento ormai contrae i consumi riducendo a sua volta le entrate; proprio il contrario di quanto ci si proponeva. Se poi i consumi non dovessero diminuire, questo potrebbe voler dire che si è andati a colpire una domanda anelastica e quindi relativa a prodotti essenziali. Il che è peggio.

L’altro macro motivo che sta impedendo le maggiori opportunità di lavoro ai giovani è la recente, dissennata riforma Fornero sulle pensioni. Anche quello previdenziale sarebbe uno stimolante tema da sviluppare, specie adesso che sembra oggetto dell’ennesimo intervento governativo. Rilevato che è stupefacente come una disciplina per sua natura destinata alla stabilità dei decenni, venga invece assoggettata alla cronaca quotidiana, qui  basterà dire che non ci si può sorprendere  se i posti di lavoro mancano, quando vengono costretti ad occuparli milioni di lavoratori che al contrario non vedrebbero l’ora di lasciarli liberi per godersi la pensione. La  riforma previdenziale è stata salutata da alcuni (non dai lavoratori e tanto meno dai disoccupati) come un fondamentale passo avanti per realizzare la stabilità dei conti e un rapporto corretto tra generazioni; invece i conti sembrano tutt’altro che stabili, mentre sono stati uniti nella disperazione  vecchi e giovani  desiderosi chi di andarsene e chi di prenderne il posto. Per non parlare del clamoroso infortunio dal nome esodati.

La risposta a quanto sopra è comunque nota: non si può far molto perché non possiamo accumulare nuovo debito pubblico (tranne le recenti, fortemente limitate, aperture della UE) e le casse dello Stato sono vuote. Deve essere certamente così se nelle centinaia di miliardi di spesa pubblica, anche non vincolata, risulta drammaticamente difficile trovarne uno per rimandare di tre mesi l’incremento dell’iva. Ma, a parte il fatto che quel poco che abbiamo a disposizione non dovremmo sprecarlo con iniziative inutili come stimolare l’assunzione per un lavoro inesistente,  siamo proprio sicuri che non ci sia nulla da fare al fine di  arrestare questo terribile avvitamento delle condizioni economiche del paese, per il quale non si vede la luce alla fine del tunnel, se non quella del treno che ci sta venendo addosso? Qualora, comunque, una soluzione ci fosse essa andrebbe cercata nel capitolo delle cose inusuali. Non si combatte una situazione straordinaria con rimedi ordinari come quelli che il governo Letta sta portando avanti. I rimedi devono essere eccezionali e … altrettanto equi.

Forse una via d’uscita ce la indica l’ISTAT quando rileva che il 10% della popolazione italiana dispone del 50% della ricchezza nazionale. Forse si potrebbe lavorare seriamente in questa direzione consapevoli che in un momento drammatico, chi più possiede deve essere chiamato a partecipare in maniera forte per contribuire alla ripresa collettiva  e (vorremmo pensare da ingenui) dovrebbe sentirne il privilegio prima ancora che l’onere. Ma questo necessiterebbe di uno Stato credibile che il cittadino avvertisse come alleato, non come nemico.
Manlio Giombini
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Manlio Giombini
Manlio Giombini
Informazioni sull'autore
Già direttore editoriale di una nota casa editrice giuridica italiana, coltiva oggi i propri interessi che, a differenza di quelli di buona parte della classe politica, non sono privati.
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