Può un assassino saper amare? Può un assassino saper essere padre?
Pirandello ci risponderebbe “lo immagino perfettamente l’amore d’un tal padre per il suo figliuolo, la tremante delicatezza delle sue grosse mani nell’abbottonargli la camicia bianca attorno al collo. E poi feroci domani all’alba, quelle sue mani, sul palco…
Ovviamente qui si parla di un Boia, di un assassino legalizzato; ma legale o meno, questo assassino non sarà (o non dovrebbe essere) ancora tale mentre abbraccia suo figlio. Dove finisce l’assassino e dove inizia il padre?


Contrasti coesistenti
Siamo fatti di azioni uniche e di ruoli singoli? Abbiamo sempre fatto solo il bene o solo il male?
Eppure siamo figli e padri, incoscienti e responsabili; siamo lavoratori e amanti, seri e selvaggi; siamo più fortunati e svantaggiati, compassionevoli e invidiosi.
In ognuno di questi ruoli si esprimono le nostre azioni e i nostri sentimenti diversissimi e spesso contrastanti tra loro a seconda del contesto e della situazione.
Sembriamo dimenticare la nostra violenza e le nostre volgarità quando guardiamo negli occhi i nostri innocenti bambini; sembriamo dimenticarci di essere stati anche noi spesso ingiusti quando sentenziamo sul comportamento degli altri, confondendoli spesso con una loro singola azione.
Come avviene ciò? Perché mentre viviamo un sentimento, mentre interpretiamo un ruolo (o un personaggio) ci comportiamo come se ci dimenticassimo altri nostri sentimenti e ruoli? Vi è una spiegazione cognitiva a quella che a un primo sguardo può sembrare incoerenza e ipocrisia?
In realtà la spiegazione è la memoria: registrazione e recupero e, a volte, mancata registrazione e impossibile recupero.

Ricordi separati
Ricerche sperimentali hanno dimostrato che ciò che memorizziamo in un certo luogo sarà più facile da ricordare se riportati in quello stesso luogo, allo stesso modo ciò che memorizziamo con un sentimento sarà più facile da ricordare provando quello stesso sentimento, e ciò che si memorizza in un determinato ruolo sarà più facile da recuperare in quello stesso ruolo.
Volete un esempio? Vi è mai capitato, mentre state chiacchierando con la vostra compagna di un qualsiasi argomento, di aver visto passare una bella donna? Per un attimo non riuscite a ricordare cosa stavate dicendo, perché in voi si è svegliato un altro personaggio (quello attratto dalle donne, o quello impaurito dall’arrivo di rimproveri, oppure quello intento a dimostrare la sua integrità) e dovrete prendere tempo con un imbarazzante “eee” della durata di qualche secondo per tornare in voi, nel voi che stava chiacchierando con la propria compagna, e ricordarvi nuovamente di cosa le stavate parlando. Ma vi possono essere mille altri esempi, come quello dei genitori che dimenticano di essere tali nelle ore di lavoro.
Questa separazione delle memorie è in realtà un meccanismo adattivo messo in atto dalla nostra mente, che si dimostra sempre più utile in una società dove ognuno ha la possibilità di assolvere impegni di molteplici ruoli. Ve lo immaginate altrimenti il povero ginecologo nel letto con la moglie? dovrebbe chiamarli straordinari; e quelle povere madri dotate di una giusta severità, non riuscirebbero più a divertirsi con le amiche.

Rielaborazione e coerenza
Ovviamente in tutti noi vi è un filo conduttore, non perdiamo realmente del tutto la memoria tra un ruolo e un altro, è possibile coscientemente portare alla mente ricordi che non sono consoni al ruolo del momento. Ma quello che sarà diverso, e a volte anche drasticamente, è la rielaborazione dei nostri comportamenti a seconda del momento. Infatti la rielaborazione di un ruolo (o di un personaggio) fatta al di fuori dello stesso, quindi da un altro dei nostri ruoli (o personaggi), sarà diversa rispetto a quello che abbiamo veramente sentito, o a quello che ricorderemmo, con il ruolo a cui la sensazione o il pensiero si riferisce.
E allora come mantenere la nostra coerenza e sentirci sempre in noi?
Se ci sentiamo sempre coerenti con noi stessi è perché ogni volta che pensiamo alle nostre azioni passate lo facciamo rielaborando il tutto con la testa che abbiamo in quel momento, così la nostra memoria autobiografica risente di continue rielaborazioni della nostra personalità.
In noi tutti vi sono quindi molteplici coscienze e personalità che continuano a rielaborarsi a vicenda e la differenza con le personalità multiple propriamente dette è proprio il filo conduttore di cui disponiamo.

Personalità multipla
A questo punto non si può non parlare del così detto disturbo da personalità multipla il quale è meno lontano dalla normalità di quanto pensiamo.
Come nasce questo disturbo? Alcuni direbbero che le persone con questo tipo di personalità sono nate così e basta, altri potrebbero dissentire dicendo che vi è stato un trauma, molti potrebbero mediare sostenendo che vi è una concomitanza delle due cose.
La cosa più importante, quella indispensabile perché si crei una personalità multipla è il respiro: l’apprendimento consapevole o meno di una respirazione particolare che aiuti a creare intorno a noi l’oblio.
Sembrerà incredibile ma vi è proprio un tipo di respiro che aiuta a dimenticare, o meglio a non registrare i ricordi, così che rimangano realmente nell’oblio.
In questo modo le persone possono passare tranquillamente da un atteggiamento al suo esatto opposto, senza subire minimamente perdita di coerenza.

Il respiro dell’oblio
Sono i respiri profondi fatti col torace in maniera continuativa (quelli che se fatti a ritmo elevato rischiano anche di far svenire) i responsabili dei passaggi da una personalità all’altra con sicure indifferenza. Questo tipo di respirazione viene messa in atto spontaneamente da chi soffre di questo disturbo, o meglio, da chi ha imparato (volontariamente o meno) a provocarsi questo disturbo.
Ma come può un tipo di respirazione far dimenticare? La spiegazione è scientifica, questo respiro provoca un arricchimento di ossigeno nel sangue e un conseguente impoverimento di anidride carbonica, il sangue quindi diventa più alcalino (ph basico); l’emoglobina, che trasporta l’ossigeno ai tessuti, in questo ambiente alcalino fa più fatica a rilasciare ossigeno ai tessuti perché il legame tra emoglobine e ossigeno diventa più forte. Quindi rimarrà troppo ossigeno nei polmoni e nel sangue, e troppo poco nei muscoli e nel cervello: ma la memoria ha bisogno di ossigeno per funzionare! Così saranno attivi solo i neuroni e i muscoli anaerobici, cioè che non dipendono dall’ossigeno, che servono agli automatismi e ai comportamenti d’emergenza. E’ la nostra mente che si autoipnotizza! Quindi potremo mettere in atto comportamenti in modo automatico, senza troppo pensarci su, e soprattutto non ricorderemo quello che abbiamo fatto in quanto la memoria senza ossigeno non funziona, non potremo memorizzare.
Sono stati fatti anche degli studi su scalatori d’alta quota per capire il collegamento tra ossigeno e cognizione, ed è stato verificato che a causa della scarsità di ossigeno nel cervello, la cognizione va vacillando pesantemente, così come l’attenzione e le capacità di riconoscimento. Durante questi studi è stato anche verificata l’elevata possibilità che il deossigenamento del cervello se prolungato possa portare a danni permanenti, quindi don’t try this at home!

L’apprendimento del respiro obliante
La gestione del respiro cerebralmente deossigenante, viene appresa di solito involontariamente.
Per esempio può accadere la prima volta per sbaglio in una situazione di rabbia o dolore intensi, come può essere l’aver assistito alla morte di un familiare o l’aver subito uno stupro, altre volte si mette in atto questo respiro in modo spontaneo durante un semplice litigio. In tutti questi casi è molto probabile che il respiro si affanni; successivamente la nostra mente impara che in determinate situazioni conviene mettere in atto questo respiro. Ovviamente l’individuo non saprà che è a causa del respiro che riesce a perdere la memoria, e probabilmente non saprà neanche perché in determinati momenti azioni questo respiro, ma come in un condizionamento operante imparerà automaticamente che ogni volta che si arrabbierà, ecciterà o addolorerà, l’azionare questo respiro darà la ricompensa dell’oblio. Come il condizionamento classico del cane di Pavlov che cominciava involontariamente a salivare al suono del campanello che preannunciava l’arrivo della pappa, così l’individuo ad ogni campanellino d’allarme azionerà involontariamente questo respiro profondo.
E si abituerà ad usare questo respiro per entrare ed uscire senza problemi da una coscienza ad un’altra, e il tempo che ci metterà il respiro a deossigenare il cervello sarà sempre più breve, e quindi sempre più facile da utilizzare.

Altri respiri deossigenanti
Respiri lievemente deossigenanti vengono fatti anche in momenti di quiete quali alcuni tipi di meditazione, nelle ipnosi, o negli stati di dormiveglia; vengono anche insegnati in alcune culture indigene agli aspiranti medium.
Ma parliamo dello stato di dormiveglia, che tra gli esempi citati è l’unico universale, qui il respiro deossigena lievemente il cervello probabilmente per aiutare l’uomo a prendere sonno nonostante i mille pensieri. Il dormiveglia ricorda lo stato ipnotico e imparare a gestire questo stadio è utilizzato in diversi tipi di training-autogeno. Comunemente, durante questo stadio ricordarsi cosa si stava pensando, anche se ridestati immediatamente dopo, è veramente difficile, alcune volte impossibile e non c’entrano niente i meccanismi di difesa della nostra psiche, ma solo l’ossigeno che arriva in quantità inferiore al nostro cervello così da poterci rilassare e far dimenticare per un attimo, quello del passaggi dalla veglia al sonno, i nostri pensieri i quali torneranno poi sotto forma di sogni durante il sonno REM.

Differenza tra dormiveglia e sonno REM
I pensieri del dormiveglia sono più difficili da recuperare anche rispetto ai sogni della fase REM perché durante la fase REM abbiamo una migliore attività cerebrale e una migliore possibilità di recupero dei ricordi.
Il motivo per cui non ricordiamo i sogni durante questa fase non è nella nostra respirazione ma è il luogo (esterno e interno, ossia mentale) nel quale è avvenuta la registrazione a influire sul recupero: spesso basta tornare a dormire la sera dopo per ricordarsi ciò che si era sognato la notte precedente o basta un’emozione simile a quella provata durante il sogno a rievocare un’immagine. Questo non accade invece per i pensieri del dormiveglia che non vengono adeguatamente “registrati”.

Concludendo
Sono le situazioni, i ruoli e le emozioni a influire sul recupero dei ricordi e sulla rielaborazione. Tutto questo in realtà rientra nella normalità delle cose, nella normalità dei sistemi adattivi e dei meccanismi di difesa.
La memoria, sia quella tenuta separata da lucide coscienze divise in scomparti comunicanti, che quella mal funzionante di alcuni stati alterati dalla deossigenazione, agisce per sopravvivenza; ci aiuta ad evadere, ad addormentarci, ad assolvere ai diversi ruoli richiesti dalla società e anche a sopportate l’idea di morte.
Gli eventi degli ultimi tempi ci inducono a ipotizzare un sovradosaggio di questi meccanismi adattivi. Forse è per questo che si incontrano uomini che ascoltano musica classica imbracciando armi e padri boia dei loro stessi figli: questioni di perfetto oblio.

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