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Ricerca scientifica e finanziamenti europei

La ricerca degli investimenti perduti

12 Luglio 2013 di  Luigi Borrelli

Il programma Horizon 2020 punta sulle partnership pubblico-private. L’Europa ci mette 8 miliardi ed è convinta che tra Stati e privati ne arrivino altri 14. Ma la strategia funziona solo per i Paesi ricchi. In Italia le cose stanno diversamente.

La ricerca degli investimenti perduti
Pochi giorni fa la Commissione Europea ha presentato la proposta per il lancio di alcune nuove iniziative nell’ambito dei finanziamenti alla ricerca scientifica, sotto l’egida della strategia Horizon 2020. Il programma pone gli obiettivi strategici per il settore, relativi al prossimo settennato del bilancio comunitario, nell’intenzione di utilizzare il rilancio dell’innovazione tecnologica come volano per la ripresa economica.

Il modello selezionato è quello del partenariato pubblico-privato, al fine di coinvolgere il più possibile il tessuto produttivo negli Stati Membri. Al momento, i livelli di investimenti nella ricerca sono notevolmente frammentati all’interno dell’Unione: alcuni paesi hanno puntato molto su questi temi per incrementare la produttività, mentre altri, come l’Italia, hanno subito la scure dei tagli al bilancio.

Le iniziative proposte riguardano cinque aree di ricerca: medicine innovative, aeronautica, bio-industrie, celle a combustibile e idrogeno, sviluppo dell’elettronica. La Commissione ha messo a disposizione circa 8 miliardi di euro, che dovrebbero mobilitare 10 miliardi dal settore privato e circa 4 miliardi dagli Stati Membri, per un totale di 22 miliardi di euro in sette anni. Il meccanismo segue i criteri dell’odierno Programma Quadro per la ricerca, per cui i potenziali beneficiari devono presentare progetti di ricerca in risposta a bandi di livello europeo, al fine di ottenere il finanziamento. La differenza principale riguarda la necessità di co-finanziare i progetti attraverso fondi privati, trattandosi appunto di un partenariato, per cui il tessuto industriale giocherà un ruolo fondamentale. La ratio di questa scelta affonda le radici nella recente crisi economica: gli Stati, in particolare quelli mediterranei, essendo costretti a tagliare le risorse di bilancio per garantire la stabilità dell’area monetaria, necessitano di nuove forme di finanziamento per portare avanti lo sviluppo tecnologico, fondamentale per combattere la competizione dei paesi emergenti.

Lo strumento delle partnership pubblico-private non è un concetto completamente nuovo nel settore della ricerca scientifica. La Commissione, guidata da Barroso, istituì tre programmi già nel 2009, in seguito al drammatico crollo del PIL comunitario, che tuttavia sono entrati in funzione solamente all’inizio del 2012. Nel loro breve periodo di vita, tali iniziative hanno dimostrato una certa efficienza: a fronte di una spesa di circa 4 miliardi da parte dell’UE, i privati hanno investito circa 6 miliardi di fondi propri, finanziano oltre 100 progetti in tutta l’area, soprattutto nei settori dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile.

I benefici derivanti da questo strumento riguardano soprattutto la condivisione del rischio, costituito nel caso specifico dall’eventualità che una ricerca non porti ai risultati sperati. Nel modello tradizionale, in cui la ricerca è finanziata dallo Stato, l’incentivo a generare prodotti concreti è scarso, visto che il capitale investito non deve essere remunerato. Il privato, essendo alla ricerca di un ritorno economico, cercherà di massimizzare il profitto, strettamente dipendente dalla qualità della ricerca. Nel disegno promosso dalla Commissione, tuttavia, il sistema degli incentivi non è così chiaro e strutturato, dal momento in cui ad applicare per i fondi sono spesso agenzie ed enti di natura pubblica. A partecipare ai bandi, infatti, possono essere imprese private ma anche università, enti di ricerca, fondazioni ed altre entità simili. Il nodo risiede nella diversificazione di questi enti a livello comunitario: le università, ad esempio, possono essere pubbliche o private, idem per gli enti di ricerca. Il rischio, dunque, è che le partnership pubblico-private si trasformino in accordi tra pubbliche entità, per cui alla fine l’investimento viene portato avanti esclusivamente attraverso fondi pubblici, siano essi europei o nazionali. 

Per quanto concerne l’Italia, gli effetti di tali iniziative comunitarie rimangono incerti ed i segnali non sono certo incoraggianti. Gli investimenti in ricerca, infatti, hanno subito un brusco calo nel 2008-2009 e, nonostante siano ora in lenta ripresa, rimangono tra i più bassi in Europa in rapporto al PIL (circa 1,4%, la metà della Germania). Sul fronte pubblico, la disponibilità di fondi si è certamente scontrata con la realtà del contenimento forzato della spesa, in nome del pareggio di bilancio che ancora non è stato raggiunto. I tagli ad enti di ricerca ed università, motori principali dell’innovazione tecnologica nel nostro paese, hanno inciso notevolmente sulla resa in termini di produzione di conoscenza. D’altra parte, i contratti europei hanno avuto un’incidenza crescente sui bilanci degli enti, in quanto la competenza dei nostri ricercatori costituisce un forte valore aggiunto in fase di richiesta di un finanziamento da parte di Bruxelles.

In tale contesto, lo spostamento dell’asse dei finanziamenti verso il settore privato potrebbe penalizzare il nostro tessuto innovativo, poiché le imprese nostrane sono storicamente poco inclini ad investire in tecnologia e ricerca. La causa è strutturale: il panorama italiano è caratterizzato da un numero impressionante di piccole e medie imprese, che non dispongono di risorse sufficienti per finanziare programmi innovativi. La competizione con le grandi multinazionali, come quelle tedesche, diventa sempre più complessa, nonostante gli sforzi e le punte di diamante pur presenti sul nostro territorio. I bandi promossi dall’UE attraverso le partnership pubblico-private rischiano dunque di diventare un affare per grandi imprese concentrate in poche aree, poiché dispongono della competenza e della forza economica per finanziare ed completare  i progetti. In altre parole, a sfruttare i fondi comunitari sarebbero per la maggior parte i paesi in cui l’innovazione è già una consuetudine.

La politica comunitaria sulla ricerca, nonostante le buone intenzioni, sembra dunque venire incontro alle esigenze dei paesi più avanzati piuttosto che rilanciare le economie in difficoltà. Non è tuttavia possibile prescindere dai meriti di alcuni governi che, a differenza dei nostri, nel corso degli anni hanno incentivato fortemente gli investimenti in ricerca, attraverso agevolazioni e creazione di infrastrutture adeguate. In queste aree, le aziende tendono a mantenere la fase dello sviluppo tecnologico sul territorio, vicino ed in stretta relazione con le università, lasciando nei paesi esteri le strutture di vendita al dettaglio o di produzione con manodopera non qualificata. In questo modo sfruttano e accrescono il peso della formazione, tenendosi le menti più brillanti che lo Stato ha contribuito ad educare, attraverso scuola ed università. L’Italia, sotto questo aspetto, è estremamente arretrata: imparare la lezione diventa una questione di sopravvivenza, se si vuole puntare ancora sulla ricerca e lo sviluppo.
Luigi Borrelli
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Luigi Borrelli
Luigi Borrelli
Informazioni sull'autore
Laureato in Economia Politica presso l'Università La Sapienza di Roma, con una tesi sulla sostenibilità dei conti pubblici nell'area Euro. Ha lavorato come tirocinante al Ministero degli Affari Esteri, occupandosi di politica economica europea e bilancio comunitario. Da anni svolge attività di volontariato nello scoutismo.
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