Questo non significa che si debba essere a priori favorevoli verso le politiche che saranno adottate, tuttavia per essere contrari serviranno argomentazioni forti, fondate sulla conoscenza approfondita delle tematiche in questione.


Tematiche che, alla luce delle parole pronunciate dal neo Presidente a Palazzo Madama durante il primo discorso, rimangono piuttosto vaghe, anche se alcuni tratti sono emersi con decisione. Il primo obiettivo è quello di far cassa per abbattere il debito: al tal fine si toccheranno certamente le pensioni, dove persistono forti disparità ed “aree di privilegio”, mentre si discute della reintroduzione dell’ICI sulla prima casa (“l’esenzione è un’anomalia italiana”). Altre misure riguarderanno probabilmente il mondo del lavoro e le liberalizzazioni per i professionisti.
Il mondo intero, senza eufemismi, si aspetta proposte concrete che possano riportare i conti pubblici italiani sui binari della sostenibilità, riuscendo contestualmente a favorire la crescita del PIL, impresa che oggi appare quasi impossibile. I leader internazionali si sono espressi in modo pressoché unanime a favore di questo esecutivo e Monti, cosciente di dover fornire risposte non solo ai cittadini italiani ma ad una vasta platea di governi, istituzioni e finanzieri, punta sull’Europa per uscire dalla crisi. “Non vediamo i vincoli dell’Europa come imposizioni, non c’è un loro e un noi. L’Europa siamo noi” dichiara il Presidente, facendo capire a tutti quale sia la posizione del suo governo: da questa crisi non si esce da soli, in quanto l’Unione Europea e la moneta unica rappresentano il punto di forza da opporre ai mercati impazziti.
Sul fronte prettamente economico, tuttavia, la situazione sembra molto scricchiolante, con le principali borse che chiudono in rosso quasi sempre. Durante questa settimana poi la febbre da spread è salita un po’ ovunque nel vecchio continente: mentre la Germania continua imperterrita a mantenere stabile il proprio tasso d’interesse sui titoli del debito, il differenziale italiano presenta un andamento fortemente altalenante, portando alcuni dei nostri politici a mettere in dubbio l’efficacia della cura Monti.
Il trend complessivo sembra essere comunque discendente, specialmente dopo il discorso al Senato e l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale e delle principali agenzie di rating al nuovo governo, quando lo spread è tornato sotto i 500 punti. Le aste di ieri (giovedì) per piazzare i titoli di Francia e Spagna, invece, non hanno prodotto effetti confortanti, segno che la crisi dell’Eurozona si sta ulteriormente allargando.
Parigi, pur riuscendo a piazzare i 7 miliardi di titoli programmati, dovrà pagare lo 0,5% in più sui titoli a 5 anni rispetto ad un mese fa, mentre in giornata lo spread sui buoni decennali ha superato i 200 punti per poi tornare a 174. Più complessa la situazione di Madrid, dove il differenziale si è attestato sui 459 punti, sfiorando il limite psicologico del 7% di rendimento. Ma soprattutto preoccupa il fatto che non siano stati venduti tutti i titoli messi all’asta: il crollo della domanda indica un’ulteriore perdita di fiducia non solo verso la Spagna, ma verso l’intera Eurozona che non riesce a garantirsi il rifinanziamento.
Se Atene piange Sparta (o Parigi in questo caso) non ride, come recita un noto proverbio, perché ad essere in crisi ora potrebbero non essere i soliti paesi mediterranei, colpevoli certamente di non aver tenuto a freno il proprio debito, ma vittime al tempo stesso di un chiaro attacco speculativo.
Lo scenario che si delinea è interessante perché potrebbe modificare l’attuale assetto della governance europea, spezzando l’asse franco-tedesco che fino a questo momento ha gestito le tensioni economiche.
Un differenziale stabilmente intorno o addirittura sopra il 2% dei titoli francesi rispetto ai corrispettivi tedeschi, infatti, potrebbe spingere il governo di Parigi a chiedere misure importanti, relative all’operato della BCE ed al funzionamento del fondo salva-stati, al fine di consentire un rapido abbassamento dei costi del debito.
Ricordando un po’ di storia dell’unione monetaria, che peraltro ha pochi anni di vita, osserviamo come nel momento in cui le regole comuni non rispecchiano più gli interessi di alcuni paesi “dominanti”, si possono cambiare: è il caso della modifica al Patto di Stabilità intervenuta nel 2005, quando sia francesi che tedeschi erano ampiamente fuori dal limite del 3% sul deficit.
Nell’ultimo periodo la Francia ha cercato di interpretare, condividendolo appunto con la Germania, il ruolo di paese virtuoso difensore dell’attuale assetto istituzionale comunitario, ad esempio condizionando l’aiuto finanziario alla Grecia a misure drastiche e dolorose.
Le differenze tra le due economie restano comunque evidenti, specialmente dal punto di vista dei mercati, che rilevano la caduta in borsa delle principali banche d’oltralpe piene di titoli a rischio, oltre al deficit pubblico in continuo aumento. Ovviamente Sarkozy non sarebbe disposto a subire un qualunque diktat da parte dell’Unione in tema di politica economica interna, ossia non vorrà fare la fine né della Grecia né dell’Italia.
Se le acque non si calmano, insomma, non resta che cercare di condividere l’onere della crisi tra tutti i paesi, attraverso l’emissione di titoli europei (che potrebbero decuplicare il valore del fondo salva-stati) oppure permettendo alla BCE di agire come prestatore di ultima istanza, cioè acquistando titoli del debito in misura illimitata. Tutto questo cozza inesorabilmente contro il muro della Germania, le cui ragioni sono molto più semplici di qualunque teoria monetaria: non si vede perché dovrebbe partecipare ad un sistema di condivisione del rischio che certamente la porterebbe a pagare di più, dato che attualmente paga pochissimo per finanziare il proprio debito (circa 2% sui bond decennali).
In questo contesto un uomo come Monti potrebbe avere la possibilità di giocare un ruolo decisivo, sfruttando al massimo la propria reputazione in ambito europeo. Nel caso in cui l’Italia riesca a recuperare un minimo di fiducia ci sarebbe lo spazio per intervenire seriamente sui meccanismi dell’Euro, magari con l’appoggio della Francia messa sotto pressione dai mercati finanziari: a quel punto la Germania dovrà quantomeno accettare qualche condizione per non rimanere isolata ed assumersi interamente la responsabilità di un’eventuale crisi politica europea.

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