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Def 2011, l'eterno conflitto tra stabilità e crescita

21 Aprile 2011 di  Luigi Borrelli

Documento di economia e finanza 2011: un programma che deve tenere conto delle richieste dell'Europa ma guardare anche alla nostra (poca) capacità di crescita

Def 2011, l'eterno conflitto tra stabilità e crescita

Il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha presentato le linee guida in materia economica che il nostro paese intende seguire nei prossimi anni.   Il DEF (Documento di Economia e Finanza), approvato dal Consiglio dei ministri del 13 aprile scorso, è uno degli strumenti di programmazione previsti sulla base delle attuali norme comunitarie, si compone sostanzialmente di due parti ed è adesso all’esame del Parlamento (commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato).

La prima parte del documento riguarda l’analisi dei conti pubblici, le previsioni macroeconomiche per il prossimo triennio e gli obiettivi generali in merito alla gestione della spesa pubblica e della tassazione. La seconda componente concerne la sfera legislativa, descrivendo gli obiettivi di riforma volti a favorire lo sviluppo economico del paese.
I dati del 2010. La struttura dei conti pubblici italiani che emerge dal documento evidenzia alcune criticità tipiche del nostro sistema economico, aggravate negli ultimi anni dagli effetti della crisi globale. La crescita in termini reali del Pil nel 2010 si è attestata all’1,3%, in ripresa rispetto ai due anni precedenti ma comunque non sufficiente per tornare ai livelli del 2007. Buone notizie arrivano dalla domanda interna: sono in aumento i consumi delle famiglie (+1%) e gli investimenti fissi in macchinari e attrezzature (+9.6%). Le esportazioni, grazie alla lenta ma graduale ripresa della domanda mondiale, tornano a crescere, ma in misura inferiore rispetto alle importazioni, determinando una bilancia commerciale negativa. Restano invece preoccupanti sia i dati sul debito pubblico, che si attesta al 119% sul Pil, con un disavanzo annuale pari al 4,6%, sia quelli relativi alla disoccupazione, che è aumentata dello 0.7% raggiungendo l’8.4%.
La politica economica. Il nodo centrale da affrontare è rappresentato dalla ricerca di un complesso equilibrio tra stabilità finanziaria e crescita del reddito nazionale. In Italia questo processo è aggravato dall’enorme mole del debito pubblico, che rende difficile utilizzare lo strumento del disavanzo per sostenere l’economia senza che i mercati creino instabilità attraverso l’aumento del tasso d’interesse sui titoli nazionali. Il governo in questi anni di crisi ha adottato politiche volte ad arginare la crescita del rapporto debito/Pil, limitando il più possibile la spesa in disavanzo. In sostanza, si è cercato di non allontanarsi troppo dalle regole fiscali imposte a livello europeo attraverso il rispetto dei “parametri di Maastricht”. Rispetto ad altri paesi, quali ad esempio Francia e Germania, il governo non è quindi intervenuto direttamente a sostegno dell’economia, al fine di non generare ulteriori preoccupazioni nei mercati internazionali, già riscaldati dalla situazione dei paesi mediterranei e dell’Irlanda, riguardo l’eccessivo livello di debito. Questa politica, seppur efficace per il controllo del debito, determina una maggiore difficoltà in termini di ripresa, che infatti rimane molto contenuta.
Gli obiettivi. L’azione del governo, come sottolineato a più riprese nel documento, è finalizzata al controllo della finanza pubblica, in linea con gli obiettivi di stabilità imposti a livello comunitario. Il primo obiettivo è l’introduzione della “disciplina di bilancio” a tutti i livelli della pubblica amministrazione, che dovrebbe entrare a far parte del disegno costituzionale. In questo modo si dovrebbe garantire un utilizzo più razionale delle risorse, evitando gli sprechi. In secondo luogo, l’Italia si impegna a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014, come previsto dagli obiettivi europei di medio termine (OMT) nell’ottica della riduzione del debito. Quest’ultimo punto rappresenta una vera e propria sfida economica, se si considera che il pareggio non è mai stato raggiunto dall’introduzione della moneta unica.
La riduzione del deficit. Per comprendere la logica delle misure previste dal DEF occorre sottolineare brevemente il funzionamento del disavanzo pubblico. Quest’ultimo rappresenta l’aumento del rapporto debito/Pil ed è determinato dall’insieme di due fattori, il saldo primario ed il pagamento degli interessi cumulati di volta in volta sulle emissioni di nuovi titoli. L’ammontare degli interessi, che si stima essere pari al 5% del Pil in media per i prossimi tre anni, dipende dalla consistenza del debito e dalle condizioni di mercato. Per raggiungere il pareggio occorre quindi un avanzo di bilancio primario, dato dalla differenza tra entrate ed uscite dello stato, di pari entità. Secondo i dati, ad oggi l’avanzo è pari allo 0.1% del Pil: nel 2014 questo dovrà essere pari al 5% del Pil. Nel documento si afferma la volontà di agire in questo senso attraverso una graduale riduzione della spesa pubblica, lasciando sostanzialmente invariato il lato delle tasse.
Gli strumenti. Nel DEF sono descritte le misure che il governo è intenzionato ad adottare e le previsioni macroeconomiche che tracciano gli scenari futuri sulla base della Legge di Stabilità (ex Legge finanziaria) del 2010. Quest’ultima prevede una manovra correttiva di circa 42 miliardi, distribuiti nell’arco di tre anni, finanziata principalmente dalla riduzione nelle spese correnti. Il pubblico impiego e la previdenza sociale saranno i settori più colpiti dai tagli. Per quanto riguarda il primo, lo strumento principale utilizzato è la riduzione del personale attraverso il blocco del turnover, ossia la differenza tra i pensionamenti e le nuove assunzioni. Per i prossimi tre anni, potrà essere rimpiazzato solamente il 20% del personale in uscita dagli enti pubblici. La spesa per le pensioni, che è pari a circa il 18% del Pil, dovrebbe ridursi per effetto dell’aumento dell’età contributiva per le donne. Inoltre, è previsto un taglio trasversale dei fondi per tutti i ministeri, in particolare per quanto riguarda le spese esterne come le consulenze, mentre altre riduzioni riguardano il Sistema Sanitario Nazionale ed i fondi per lo sviluppo strutturale delle regioni depresse. Sul fronte delle entrate, a parte un piccolo intervento sull’IRE, si fa molto affidamento sul recupero di circa 19 miliardi grazie alla lotta all’evasione e sull’aumento dei pedaggi autostradali.
Le riforme. Congiuntamente alle operazioni di carattere prettamente economico, il DEF riporta nel Programma Nazionale di Riforma le intenzioni presentate dal governo al fine di eliminare le strozzature che rallentano lo sviluppo economico. Si tratta sostanzialmente di riforme a basso costo, che intervengono sul piano legislativo. Uno dei punti principali riguarda la semplificazione del sistema fiscale, inserita all’interno del disegno federale già avviato pochi mesi fa. Gli altri punti focali riguardano la sistemazione dell’assetto scolastico ed universitario, secondo criteri di meritocrazia e produttività, l’incremento della flessibilità nel mercato del lavoro, la regolazione del mercato energetico, la semplificazione burocratica per le imprese e lo sviluppo di alcune grandi infrastrutture. L’efficacia delle riforme è valutata sulla base del raggiungimento degli obiettivi europei per il 2020: tuttavia dato il carattere qualitativo delle misure risulta difficile stimarne l’effetto reale sull’economia.
I rischi. La gestione efficiente dei conti pubblici è un argomento estremamente delicato, che suscita reazioni contrastanti sia nel mondo economico che nella società civile. Tutti sembrano d’accordo sulla necessità di mettere in campo misure volte al contenimento del deficit, ma alcuni si interrogano sulla reale capacità di queste nel combattere le sacche di inefficienza presenti nel nostro Paese. Interventi come la riduzione delle spese sanitarie garantite o l’aumento dei pedaggi autostradali potrebbero comprimere ulteriormente i consumi privati, che sono già ai minimi storici. Inoltre, il blocco del turnover per tre anni non favorisce le nuove assunzioni, penalizzando i giovani in cerca di lavoro, in un contesto che vede l’Italia ai primi posti in Europa per quanto concerne la disoccupazione giovanile.

 

Luigi Borrelli
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Luigi Borrelli
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Informazioni sull'autore
Laureato in Economia Politica presso l'Università La Sapienza di Roma, con una tesi sulla sostenibilità dei conti pubblici nell'area Euro. Ha lavorato come tirocinante al Ministero degli Affari Esteri, occupandosi di politica economica europea e bilancio comunitario. Da anni svolge attività di volontariato nello scoutismo.
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