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Ordinamento forense e nuovi poveri

Avvocati a numero chiuso

13 Giugno 2015 di  Maurizio Bruno

E’ l’unico modo per garantire ai giovani un reddito minimo. Attualmente su 230mila iscritti quasi 50mila guadagnano meno di 5mila euro l’anno e 45mila non hanno alcun reddito.

Avvocati a numero chiuso
Sono stati di recente pubblicati gli ulteriori dati relativi alla categoria professionale degli avvocati in Italia, che indicano in oltre 230.000 i legali iscritti, (inclusi coloro che non hanno mai sostenuto l’esame di Stato ma hanno utilizzato lo stratagemma di recarsi in Spagna, Romania e simili, iscrivendosi nei relativi albi e chiedendo il trasferimento).

Un numero sicuramente eccessivo e superiore a qualunque altro Stato europeo (la Germania che conta il maggior numero di avvocati ne riporta 155.679) con una crescita continua che, però come detto, corrisponde ad un pari e costante calo dei redditi, e per molti all’inesistenza di qualsiasi reddito.
La soluzione prospettata ormai da anni, contenuta in vari progetti  di legge è inevitabilmente quella di istituire il numero chiuso in modo similare a quanto avvenne per i medici a seguito della crisi di sovraffollamento negli anni ’70-’80.

LA QUESTIONE DI COSTITUZIONALITA’

Superata da un lato, ormai, la tesi della illegittimità costituzionale della istituzione di un numero chiuso, vanno anche disattese dall’altro lato le opposizioni etiche di chi riteneva essere sufficiente affidarsi semplicemente al sistema di concorrenza sul mercato, così come potrebbe avvenire per gli idraulici, gli elettricisti od i falegnami, quantomeno per la particolarità e la funzione istituzionale della professione forense.
Tra l’altro un  numero eccessivo di esercenti la professione forense non garantisce nemmeno una adeguata professionalità (i giovani praticanti difficilmente riescono a trovare uno studio legale che li accolga per la pratica).
Le questioni sono, in ultima analisi, incentrate soprattutto sulla modalità dell’introduzione di un numero chiuso, in quanto il meccanismo di un concorso di ingresso a posti predeterminati all’università, non appare utilizzabile per la professione di avvocato, semplicemente in quanto, a differenza dei medici, per i quali vige questo sistema, solo una piccola parte dei laureati in giurisprudenza si indirizza verso la professione forense, l’attività notarile o i concorsi in magistratura, stante anche l’estrema difficoltà delle prove concorsuali, mentre la maggioranza dei laureati confluisce verso altre  attività pubbliche o privatistiche.
Dunque la soluzione obbligata sembra essere quella dell’inserimento di un numero chiuso all’interno del corso di laurea per l’ammissione ad una specializzazione ad hoc.

UNO SGUARDO AL PASSATO

Pochi ricordano che in realtà il numero chiuso per la professione di avvocato esisteva già nella legislazione preesistente.
Esaminando il D.L. 27/11/1933 n.1578 perfettamente in vigore, all’articolo 17 è previsto che per l’iscrizione all’albo è necessario, oltre i vari requisiti, altresì “essere riuscito vincitore entro il numero dei posti messi a concorso nell’esame preveduto dall’art. 20”.
In effetti in Italia la prima regolamentazione della professione forense è avvenuta con la legge n. 1938 dell’8/06/1874, prevedendo regole unitarie per tutto il territorio nazionale.
Solo però nel 1926 veniva introdotto il numero chiuso, (che poi in realtà era più esattamente un numero programmato dal Governo secondo le necessità territoriali e secondo le indicazioni dei “Direttori dei Sindacati degli avvocati e dei procuratori”) tant’è che i partecipanti al concorso,  dovevano indicare, non oltre il giorno successivo alle prove orali, l’ordine di preferenza delle sedi del Distretto di Corte di Appello poste a concorso alla quale aspirava il concorrente.
Questo sistema è stato annullato dal Decreto luogotenenziale n. 215 del 1944, con il quale si stabiliva che veniva “temporaneamente sospesa l’applicazione di norme concernenti la limitazione del numero dei posti da conferire annualmente per l’iscrizione od il trasferimento negli albi dei procuratori”.
Incidentalmente ricordiamo che il Sindacato Nazionale Fascista (l’Ordine degli Avvocati dell’epoca), pur foriero spesso di opposizioni al regime e di tesi non allineate con quelle del P.N.F., tuttavia allorché vennero emesse le leggi razziali, non oppose alcun rifiuto ma anzi provvide ad espellere dagli albi gli avvocati di “razza ebraica”, con il voto unanime anche di moltissimi insigni giuristi pur noti per le ideologie liberali.

LA MANCANZA DI CLIENTI

Tornando ai nostri tempi, se si esaminano i dati pubblicati dalla Cassa Forense, si nota che dei circa 230.000 avvocati, ben 100.000 quasi dichiarano un reddito inferiore a 10mia e 300 euro l’anno. Per la precisione 48.984 producono un reddito medio annuo di poco più di 5mila euro, mentre ben 23.446 non dichiarano alcun reddito, 2.532 hanno chiuso l’anno in perdita e 22.031 non hanno neanche inviato il modello di dichiarazione previdenziale obbligatorio.
Si scopre inoltre che il 50% del reddito complessivo (sempre attenendoci ai dati pubblicati dall’Organo di previdenza) prodotto all’avvocatura, è nelle mani di meno di 18.000 avvocati, pari all’8,6% della categoria, mentre i restanti 210.483 avvocati, possono dividersi tra loro il residuo reddito, distribuito per lo più tra gli avvocati più anziani, e con percentuali di reddito inesistenti per le nuove leve.
Esaminando ancora più a fondo i dati si scopre che in Italia c’è un avvocato ogni 260 abitanti, inserendo in questi anche gli anziani ed i neonati e quindi può ipotizzarsi un numero di potenziali clienti,  (solo una parte della popolazione necessita di un legale) di meno di 100 unità, numero sicuramente insufficiente per la sopravvivenza di uno studio.

I GIOVANI AVVOCATI

Nella realtà gli studi già avviati annoverano clientele vaste, mentre ben poco residua in favore dei neoavvocati.
Basta fare un giro di ricerca su internet per scoprire che numerosi giovani, dopo lauree con voti prestigiosi ed aver superato brillantemente l’esame di Stato (che peraltro non è affatto facile), credendo di aver risolto i propri problemi, in realtà si trovano a constatare di aver gettato al vento il loro tempo, che sarebbe stato più proficuamente utilizzato ricercando un lavoro sul mercato, anziché passare tanti anni nello studio dei libri.
Tra l’altro singolarmente anche gli iscritti che non percepiscono alcun reddito, per legge, sono tenuti a sostenere, oltre i costi di iscrizione, l’apertura delle partite Iva, ed ovviamente gli oneri rilevanti dovuti alla Cassa Forense.
D’altra parte è sufficiente confrontare il numero degli iscritti all’Albo con gli avvocati che risultano titolari negli elenchi telefonici delle relative utenze, per rendersi conto che ben pochi di loro sono titolari di uno studio.
Fenomeno ancora più grave è che da qualche anno fioccano presso gli ordini professionali le cancellazione volontarie, non potendo, molti iscritti, neanche far fronte alle spese vive istituzionali e molti optano per recarsi all’estero con attività lavorative che nulla hanno a che vedere con la professione forense, dal momento che l’ottima conoscenza della legislazione nazionale è assolutamente priva di rilevanza fuori dall’Italia.

UN FENOMENO DA RISOLVERE

La spiegazione del perché si è giunti a questa situazione è abbastanza intuitiva.
Come già abbiamo avuto modo di notare in altri scritti, da un lato va considerata la situazione della crisi lavorativa in Italia laddove oltre il 40% dei giovani non riesce a trovare lavoro (60% nel meridione), sicché molti continuano a studiare e dopo essere stati respinti a tutti i vari concorsi per i laureati in giurisprudenza, tentano l’esame finalizzato all’abilitazione nazionale al fine di ottenere un titolo in più.
Salvo poi scoprire che non serve assolutamente a niente, in quanto i clienti non si trovano con l’abilitazione, ma con umiltà, con la disponibilità, con un adeguato know how, che presuppone anni di pratica con la frequentazione reale dei Tribunale e di uno studio legale. Soprattutto con la piena consapevolezza dei sacrifici personali ed economici e con tanta pazienza nell’acquisire a poco a poco un portafoglio di clienti, target peraltro estremamente difficile in un momento come quello attuale, in cui tra i giovani vi è una concorrenza spietata mentre il grosso della clientela viene mantenuto dagli avvocati più anziani e quotati sul mercato.
In secondo luogo va annoverato il fenomeno ancora più grave degli abogados e cioè di coloro che approfittando della sentenza della Corte Europea del 2014 vengono iscritti all’Albo senza aver sostenuto alcun concorso, e quindi senza alcuna garanzia per la clientela di una adeguata e sufficiente preparazione professionale tale da consentire una difesa decente del proprio assistito.

ASPETTATIVE DELUSE

Sicuramente tra le varie lamentele dei neoavvocati che si rinvengono in rete, alcune fanno sorridere, laddove si attribuisce all’amministrazione statale la responsabilità della difficile acquisizione della clientela, o comunque della mancanza di redditi adeguati, non rendendosi evidentemente conto costoro del fatto che anche la professione di avvocato comporta, come quella di un droghiere,  una normale gradualità nello sviluppo anche economico dell’attività, dovendosi muovere gli aspiranti avvocati in un mercato di libera concorrenza e senza alcuna garanzia di redditività, talché chi dedica la vita all’attività professionale, sa benissimo di rinunciare a qualsiasi garanzia di reddito, ed a tutti gli altri benefici tipici di un rapporto di dipendenza, quali cassa integrazione, procedure di mobilità, ammortizzatori sociali, e quant’altro.

TROPPE CAUSE PER TROPPI AVVOCATI

Se dunque una delle conseguenze  di un numero così elevato di avvocati è sicuramente, come si è visto, quello della mancanza di reddito per gli iscritti,  non è certamente vero quello che comunemente viene riportato da un certo settore della stampa, secondo il quale le lungaggini dei processi ed il numero elevato di cause, deriverebbe proprio dalla necessità di “nutrire” una mole così elevata di avvocati.
Si tratta di affermazioni assolutamente inveritiere e peraltro anche illogiche sotto un profilo razionale.
Sarebbe come dire che in Italia, è aumentato il numero di case abusive perché vi sono troppi ingegneri iscritti all’albo, oppure vi è un crescendo eccessivo di malattie a causa dell’elevato numero dei medici.
Per inciso i maggiori interessati ad una rapida giustizia sono proprio gli avvocati, i quali alla conclusione degli affari ottengono  l’incasso della propria parcella.
Sotto tale profilo, va ricordato che in Italia a fronte dei 230.000 avvocati, sussistono circa 6.600 giudici togati e 3.100 giudici onorari, mentre in Germania, pur con un numero di avvocati inferiore di circa 100.000 unità, il numero dei magistrati è il doppio, il che comporta una ben più rilevante rapidità nella definizione dei processi.

LA SOLUZIONE OBBLIGATA

Dunque sembra che l’unica soluzione a questo punto sia quella di istituire un filtro all’interno dell’università e cioè di stabilire un numero predeterminato e programmato, non all’ingresso della facoltà di giurisprudenza, bensì nell’iscrizione ai corsi di specializzazione, in modo di permettere la partecipazione ai concorsi per l’avvocatura, per la magistratura e per il notariato, soltanto previa acquisizione dei titoli di specializzazione.
Invero i governi succedutisi nel tempo e anche quello attuale, hanno provveduto a numerose riforme nel campo della giustizia, alcune indovinate ed altre molto meno, ma non hanno risolto il problema importantissimo della programmazione del numero degli avvocati.

TROVARE LAVORO AGLI AVVOCATI

Anche l’ipotesi prevista dal recente disegno di legge di attribuire agli avvocati, sollevando le ire della categoria notarile, la possibilità di procedere ai trasferimenti di proprietà di immobili ad uso non abitativo di modesto valore, non risolverebbe il problema, in quanto la questione non è quella di trovare lavoro ad un numero eccessivo di avvocati, bensì quella di contenerne il numero ab origine, giungendo al concetto di un numero chiuso, mediante le apposite scuole di specializzazione, esattamente come negli anni ’80 si è fatto con i medici.
Molti ricorderanno le crisi del settore dei laureati in medicina degli anni ’70-’80, che ha trovato anche fortunati richiami comici nelle commedie dell’epoca (tutti ricorderanno nel film “7 chili in 7 giorni” con Verdone e Pozzetto, la scena del medico disoccupato costretto a vendere, porta a porta, protesi a carattere erotico).
La riprova che è questa la strada da percorrere e che attualmente, proprio grazie alla programmazione del numero dei medici, la categoria ha ritrovato una propria dignità ed i laureati in medicina trovano lavoro rapidamente.
Maurizio Bruno
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Maurizio Bruno
Maurizio Bruno
Informazioni sull'autore
Avvocato, iscritto all’albo dal 1973. E’ autore o coautore di oltre quindici opere di diritto civile e specificatamente di diritto di famiglia, molte in edizioni aggiornate di volta in volta. Tra i più venduti: (Buffetti editore: Separazione e Divorzio, La famiglia di fatto, Successioni ereditarie, Comunione e separazione dei beni, Convivenza more uxorio, Le adozioni, etc.), (Janua editrice: I ricorsi d’urgenza nel nuovo processo civile), (Giuffre: Separazione, divorzio: questioni processuali, I provvedimenti a tutela dei minori, I contratti di uso corrente). Collabora ed ha collaborato con siti Internet di diritto e con numerose riviste, tra le quali: Gente Money, Argos, Consulenza e Consulenza casa, Diritto e Giustizia. Svolge da oltre 40 anni l’ attività di avvocato nel proprio studio in Roma.
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