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Giustizia in autodichia

Lunga vita all'autodichia

20 Dicembre 2017 di  Pacuvio Labeone

Il Povero Piero è stato impallinato: fermate i soliti sospetti. La sentenza della Corte Costituzionale salva gli organi di giustizia domestica delle Camere.

Lunga vita all'autodichia
Se le Camere e la Presidenza della Repubblica hanno organi di giustizia interna, vuol dire che è giusto che le Camere e la Presidenza della Repubblica abbiano organi di giustizia interna, e dunque visto che alle Camere e alla Presidenza della Repubblica è riconosciuta autonomia nel regolare i rapporti con il proprio personale, limitare questa autonomia significherebbe non riconoscere l’autonomia.

Questa, in buona sostanza, la pregevolissima e profonda argomentazione giuridica che ha condotto la Corte Costituzionale, dopo anni di riflessione e, presumiamo, di studio degli scritti dei più autorevoli giureconsulti, a respingere l’eccezione delle sezioni unite civili della Corte di Cassazione (che sarà pure Suprema, ma fino a un certo punto) che lamentavano – ma di che si lamentano, poi… - un conflitto di attribuzione in relazione all’impossibilità per il giudice ordinario di decidere sulle cause di lavoro intentate agli organi costituzionali dal personale dipendente di quegli organi.

In poche parole: l’autodichia ha ricevuto, con la sentenza della Consulta numero 262 depositata il 13 dicembre 2017, la sua ultima lettera di transito, un po’ come quelle che consentirono a Ilsa-Ingrid Bergman di lasciare Casablanca insieme con suo marito Victor Laszlo. Rinunciando però al suo grande amore, Rick Blaine- Humphrey Bogart.

In quella circostanza, a Casablanca, a farne le spese fu soprattutto il maggiore Strasser. In questo caso, invece, a pagare il fio della colpa è il Povero Piero. Quel Piero Lorenzoni, di cui tanto e tanto inutilmente (visti gli esiti) ci siamo occupati che si vide demansionare dal datore di lavoro costituzionale per divergenze sulla gestione degli affitti d’oro delle Camere sui quali egli, il Povero Piero, nutriva delle documentate ma molto fastidiose perplessità. Va detto però che il Povero Piero è assai più simpatico del maggiore Strasser.

Secondo la Corte Costituzionale non è vero che la giustizia interna non assicuri imparzialità. Anzi, per restare ancorati al brillante metodo argomentativo, la Consulta dichiara che gli organi dell’autodichia benché estranei all’organizzazione giudiziaria, sono imparziali perché  sono costituiti secondo regole che ne garantiscono l’imparzialità. Evidentemente, aggiungiamo noi, il fatto che le regole siano decise dagli stessi organi e dagli stessi soggetti che in nome delle regole sono imparziali, è assolutamente marginale. Come dire: sono imparziale perché dico di essere imparziale.

La Consulta sottolinea anche che naturalmente tutto ciò vale, in nome dell’autonomia, per le controversie interne. Per quelle con i terzi si va dal giudice ordinario. Insomma, chi è dentro il cerchio magico è lì che deve restare: la giurisdizione ordinaria stia al posto suo e se qualcuno crea disordini… fermate i soliti sospetti.

Al Povero Piero non resta che consolarsi con l’amicizia del capitano Renault, a patto che questi sia ancora oggi disposto a buttare nel cestino la bottiglia di acqua minerale di Vichy, a simboleggiare la fine dell’infatuazione per il governo collaborazionista.
Abbiamo chiesto al giureconsulto Pacuvio Labeone una riflessione sulla sentenza della Consulta.
(robor)


Riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, anche questa Rivista ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze alleate deve cessare in ogni luogo. Per precauzione, non reagiremo neppure ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza.

Di seguito i termini dell’armistizio breve, siglato dal nostro plenipotenziario Pacuvio Labeone in missione sulla spiaggia di Cassibile:


1) (A) I ricorrenti contro l’autodichia, ovunque si trovino, si arrendono. Il primo periodo non si applica a coloro che chiedono esclusivamente emolumenti, progressioni economiche, cumuli indennitari e interpretazioni autentiche di norme non (più) valide per il pubblico impiego: laddove siano nelle isole greche, resteranno alle prese con gli ex alleati; laddove stiano nel Comando Supremo, se le godranno a Bari. In ogni caso, ad evitare sorprese – e sgradevoli commistioni tra le due categorie – basterà il bollo postale in ritardo di qualche cancelleria prefestiva.

(B) La partecipazione alla guerra contro l’autodichia, in qualsiasi zona del quadrante mediterraneo, deve cessare immediatamente. Per l’unico altro caso di autodichia noto nell’orbe terraqueo, Trinidad e Tobago, è consentito non deporre le armi, ma esclusivamente alle truppe coloniali cobelligeranti e previo impegno a non estendere le ostilità oltre le Isole Sottovento.

(C) Non vi sarà opposizione agli sbarchi, movimenti ed altre operazioni delle Forze di terra, mare e aria degli organi costituzionali titolari di autodichia. Il Comando Supremo italiano potrà, per approssimazioni successive, estenderla a CSM o alla tenuta di Castelporziano, impartendo alle autorità ed ai funzionari ordini di desistere immediatamente dalla distruzione e dal danneggiamento di qualsiasi proprietà immobiliare o mobiliare, sia pubblica che privata: non ve ne sarà infatti alcun bisogno, visto che la giurisdizione erariale della Corte dei conti non si applicherà più.

2) Il Comando Supremo italiano fornirà tutte le informazioni relative alla dislocazione dell’inventiva italica: l’araba fenice delle Istituzioni nostrane, quella che - secondo il Dottor Sottile - aveva partorito l’utilizzo dell’autodichia per coprire mille altre cose. ‘O munaciello comparirà e scomparirà, ogni qualvolta evocato, a giustificare le deroghe alla “grande regola dello Stato di diritto” che si renderanno necessarie per la funzionalità delle nostre Istituzioni. Con quale effetto, sulla credibilità pubblica delle medesime, non mette neppure conto valutare: mica stiamo in un Paese con il populismo a mille? Mica c’è tutta questa necessità di mostrare che si agisce secondo disinteresse, quando si approvano le sentenze?

3) Il Comando Supremo italiano prenderà tutte le precauzioni necessarie per salvaguardare l’autodichia sui terzi, fondandosi sull’eloquentissimo “in via di principio” con cui la Corte ha ridimensionato i suoi stessi “paletti” (di cui pure parla il comunicato stampa sulla sentenza n. 262). Prima si dimostrerà che il precariato a contratto è assimilabile ai dipendenti, poi lo si dirà dei concorsi, poi lo si dirà dei portaborse e dei dipendenti dei Gruppi; infine (ma non si dovrebbe invece partire proprio da qui?) lo si dirà dei parlamentari stessi, che per i nuovi Mortati della Lanterna sono “dipendenti del Popolo italiano” e quindi sicuramente attraibili in autodichia sotto il tribunalino che si occupa dell’orario di lavoro dei commessi…. Per i vitaliziati e loro reversibili, manco a parlarne: né dipendenti né terzi, per loro direttamente il buon vecchio bacio della pantofola ai nuovi potenti.

4) Fatta eccezione per la pedissequa esecuzione delle direttive dei vertici politico-amministrativi, tutte le altre Forze di terra, mare e aria rientreranno e rimarranno in caserma o consegnate negli accampamenti, prone alle tendenze “debordanti” dell’utenza peculiare del loro luogo di lavoro. L’equivoco ingeneratosi con la sentenza n. 154/1986 è finalmente cessato: l’apparato “servente” della politica non guadagna tanto perché il suo lavoro di controllo avviene in condizioni diverse, e peggiori, rispetto al pubblico impiego; l’apparato “servente” guadagna tanto perché chi è più vicino al Sole si riscalda di più.

5) Essendo lo status diversificato del dipendente degli organi costituzionali pienamente giustificato, in autodichia, ed essendo questa stessa una “razionale” conseguenza della prima, mai nessuno ipotizzi più una progressiva armonizzazione stipendiale con il resto del pubblico impego. Non avere la possibilità di whistleblowing, non avere la Cassazione cui denunciare vizi di legittimità, non ha forse il suo prezzo?”

Lunga vita al Reich millenario dell’Autodichia!
Pacuvio Labeone
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Pacuvio Labeone
Pacuvio Labeone
Informazioni sull'autore
Giureconsulto romano, amico di Giulio Cesare e discepolo di Servio Sulpicio Rufo del quale commentò gli Editti in un'opera che superò per importanza quella del suo maestro.
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