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L’abuso di social network

Processo a mezzo Facebook

27 Luglio 2013 di  Sabina Ambrogi

Anna Laura Millacci accusa il compagno, il cantante Massimo De Cataldo, di violenze e maltrattamenti. La criminologa Luana De Vita: l’uso dei social network per una denuncia è da condannare senza appello.

Processo a mezzo Facebook
E' di alcuni giorni fa la fotografia nei social network del volto insanguinato di Anna Laura Millacci,  professione visual artist, che accusava il suo compagno il cantante Massimo De Cataldo di percosse, che duravano da anni.

Le ultime subite, l'avrebbero fatta abortire. Per questo, e per “il bene di sua figlia” (-  che la coppia ha avuto negli anni passati - )  ha pubblicato cinque fotografie. In un paio Anna Laura mostra  il volto insanguinato (anche se non è  gonfio né c'è alcun livido) :

“Queste foto che ho postato sono di venti giorni fa. Ho pensato a lungo se farlo o meno. Ma credo nella dignità e nel rispetto delle donne”.

Anni di violenze – dice-   subite e causate dal compagno che Anna Laura  definisce “faccia d’angelo” .
Segue una fotografia con  un grumo di sangue mestruale in un lavandino. Che potrebbe essere un feto abortito. Comunque lei ha pubblicato quella foto lì, per denunciare il procurato aborto.
Questa volta le botte me le ha date al punto da farmi abortire il figlio che portavo in grembo.”

Ma le percosse c'erano  state anche quando aspettava la prima figlia:
è un miracolo che sia nata”.

Mai nessun uomo potrà mai più farmi questo a me e alla vita. E spero che questo outing e sputtanamento pubblico sia utile a tutte quelle donne che subiscono uomini che sembrano angeli e poi ci riducono così. Continuando la loro vita sorridenti e divertiti… come se nulla fosse accaduto”.

E infine un appello all’ex moglie del cantante: “Anche tu hai sopportato”.

Anna Laura si rivolge poi all'aggressore che l'aveva da poco lasciata, ma esorta  tutti

Se proprio devi continuare a fare musica… se hai un po’ di dignità non nominare mai più le donne. Perché le hai sempre e solo menate. Proteggiamo i nostri figli dalla violenza e non facciamoci ingannare dalle canzoni romantiche.”

Le reazioni sui social network  hanno oscillato dall'accanimento contro l'accusato, alle più violente opinioni contro l'autrice della denuncia.

In realtà, solo la procura, che sta indagando e sta – presumibilmente - convocando parenti e amici della coppia, potrà scoprire la verità.

Anna Laura avrebbe però anche detto agli inquirenti :

non l’ho denunciato alla polizia perché è il padre di mia figlia. Inoltre per lui anche il lavoro, ultimamente, non andava bene. La sua carriera è in declino. Già portava pochi soldi a casa e ho pensato che se lui finiva nei guai ciò avrebbe danneggiato anche me e mia figlia...».

L'accusa su facebook di maltrattamenti e procurato aborto che per lei sono “uno sputtanamento” dovuto, sono una notizia di reato. Infatti la procura indaga.  L'aver pubblicato quei contenuti sono non solo  una denuncia anche alle autorità, ma  contengono qualcosa di perverso: la pubblicità della denuncia. 

Ora, in Italia le percosse alle donne tra le  mura domestiche sono sempre più frequenti.  E' vera l'uccisione di una donna ogni due/ cinque giorni da parte del proprio partner. Il problema esiste ed è un problema  soprattutto culturale. E spesso la complicità delle donne sta proprio nel non denunciare e nel continuare a proteggere l'amore malato. Nel caso di Anna Laura Millacci non potevamo avere una denuncia più plateale. Ma  per quale ragione se da anni subiva quei maltrattamenti non è andata dalla polizia  e ha preferito facebook?
La criminologa e psicoterapeuta Luana De Vita  osserva:
La domanda posta in questi termini presuppone che io aderisca alla “verità dei fatti” così come esposta e dichiarata su facebook dalla signora Millacci. In Italia, ci si dovrebbe, invece, attenere al principio della “presunzione di innocenza”, fino all’ultimo grado di giudizio.  Mi risulta che la posizione di De Cataldo non è ancora neanche quella di imputato.

Detto questo, mi posso limitare solo ad un commento sull’uso dei social network per diffondere una denuncia, e certo non posso che condannare fermamente una scelta del genere, che fa parte  della  gogna telematica successiva a  quella mediatica: Girolimoni, assolutamente innocente, è tuttora menzionato per indicare  il prototipo del pedofilo assassino.

In questa vicenda, qualsiasi cosa accada,  finché non verrà accertata la verità, Massimo De Cataldo sarà per sempre quello che pesta le donne e che ha fatto abortire la sua compagna a suon di ceffoni. Un processo sommario, tribale, primitivo, un linciaggio pubblico, talebano operato dalla “massa informe” del web.

Mi preoccupa poi il danno alla figlia minore prima o poi crescerà, userà anche lei il computer  e magari cercherà il nome del padre in internet, le sue canzoni, tracce di lui. E quella roba è ormai rimbalzata ovunque. In Internet niente si cancella, neanche le foto - che mi risultano al momento rimosse dalla signora -  ma assolutamente disponibili on line con tanto di didascalia.

E  qual è l'insegnamento che se ne può trarre?

Insegnamento? Non credo che questa vicenda allo stato attuale possa insegnare nulla, solo che quando le relazioni finiscono, specialmente quando ci sono dei figli in tenera età, bisognerebbe assumersi la responsabilità genitoriale, prima di tutto, posto che si è in grado di farlo, e anche questo è tutto da rimandare a valutazioni opportune in contesti opportuni in sede di affido dei minori, della coppia che “scoppia” in modo tanto brutale e violento.

Infine, non dobbiamo poi trascurare le dichiarazioni anche del compagno  di Antonella che ci offre uno spunto per riflettere su qualcosa  sicuramente “scomodo” ma che non possiamo omettere di considerare. Ovvero l’aspetto della violenza  nelle relazioni affettive che si contrappone a quello maschile. Esiste un aspetto tutto femminile che passa dalle false accuse di abusi sessuali sui figli, alle false denunce di violenza, allo stalking che quando è al femminile fa venire i brividi tanto quanto quello maschile e arriva a travolgere ogni cosa abbia intorno il maschio considerato “colpevole” di non amare più.

E infine un’ultima riflessione. Negli anni ’70, uno splendido libro (di Robin Norwood) spiegava alle “donne  che amano troppo” che l’incapacità di amare se stesse non consente di amare niente e nessuno.  Che non sono gli uomini che non ci amano a dover cambiare se stessi ma noi a cambiare uomo, che un uomo che non ci fa stare bene è un uomo da lasciare non da voler tenere a tutti i costi. Questa brutta storia dovrebbe farci riflettere tutte: cercare aiuto subito, prima di tutte per noi stesse, perché voler  restare, anche per anni, accanto ad un uomo che ci maltratta, ci umilia, ci offende o addirittura ci picchia oltre a mostrarci un uomo che “uomo” non è – perché un uomo che picchia una donna è comunque e sempre un criminale - ci svela una parte di noi stesse che non funziona davvero”.
Sabina Ambrogi
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Sabina Ambrogi
Sabina Ambrogi
Informazioni sull'autore

Autrice televisiva, saggista, traduttrice. Collabora in Italia  con Repubblica, il Fatto Quotidiano, il Manifesto (nella pagina Visioni). In Francia,  per  il portale francese Rue89.com e TV5 Monde. Esperta di media , comunicazione politica e rappresentazione di genere all'interno dei media, è stata consigliera di comunicazione di Emma Bonino quando era  ministra delle politiche comunitarie. In particolare, per Red Tv ha ideato scritto e condotto “Women in Red”  13 puntate  sulle  donne nei  media. Per Donzelli editore ha pubblicato il saggio “Mamma” e per Rizzoli ha curato le voci della canzone napoletana per Il Grande Dizionario della canzone italiana.

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