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Il senso di colpa del Paese

Under 35?

21 Marzo 2014 di  Paolo De Falco

Da qualche tempo sembra che ci sia attenzione solo per i “giovani”. Tra bandi, concorsi e start up c’è però il rischio di creare un mondo parallelo senza confronti con il reale.

Under 35?
Da un po’ di tempo tutto sembra essere dedicato a chi non ha ancora compiuto i 35 anni.
Bandi provinciali, regionali, ministeriali e tra un po’ anche clericali sembrano riconoscere il diritto a lavorare e a partecipare, forse perfino ad esistere, solo dei cosiddetti giovani italiani!

È comprensibile questo senso di colpa delle istituzioni italiane o più in generale di un paese per vecchi che, improvvisamente, decide di prendersi cura e favorire i suoi giovani finora abbandonati.

Così, tutti questi bandi che sono spuntati come funghi, emigrando dal misterioso sottobosco alla strada asfaltata e apparentemente dritta,  registrano varie iniziative e opportunità che gli under 35 possono ora valutare e cogliere, immettendosi nel mondo del lavoro in modo da sviluppare i loro meravigliosi sogni e reali ambizioni.
Che poi queste opportunità siano spesso episodiche, ovvero rappresentino iniziative progettuali in alcuni casi piuttosto fumose, in altri alquanto fragili, che non servono ad instradare veramente le persone e soprattutto a metterle nelle reali condizioni di affrontare difficoltà e rischi, questo sembra interessare poco la coscienza istituzionale, tutta protesa più a comunicare che a modificare il reale paesaggio sociale.

Ovviamente questo può sembrare un ragionamento pregiudizievole contro qualsiasi azione politica o amministrativa, una considerazione che, quindi, non riesce proprio a riconoscere alcuno sforzo, alcun buon proposito al mondo del potere.
E invece la rivoluzione così comunicata, per esempio, da questo nuovo governo (o si potrebbe dire “partecipata”), ha bisogno, proprio delle nostre ultime risorse di fiducia per poter marciare dritta; o meglio del nostro tentativo di partecipare, appunto, al suo corso.
E quindi siamo in quel cul de sac per cui dobbiamo dare fiducia ai nostri stessi potenziali assassini, se non vogliamo eliminarci da soli.

Ma una cura che non contempli il tempo, la sua verità e potenza, può essere molto effimera.
I fatti, pur nella loro imperscrutabile vanità, ce lo hanno ampiamente dimostrato.
E questo perché il sistema, o gli uomini del sistema, hanno bisogno di tempo per potersi modificare, nonostante la liquidità della nostra società contemporanea possa illuderci del contrario dato che sembra farci vivere in una (apparente) velocità tanto spietata quanto interessante, in una costante accelerazione delle cose.

Velocità o lentezza sono, però, categorie relative, come qualcuno notò un giorno, e quindi tanto vale focalizzarsi su di noi più che sull’andatura della scena.
Sono uno che pensa che abbandonare il punto di vista umano a favore di quello, per esempio, dello spazio possa essere terapeutico per la nostra esistenza. L’antropocentrismo ci ha portato a distruggere il pianeta (e dunque noi stessi) e quindi assumere, se questo fosse mai possibile, la prospettiva delle “cose”, potrebbe essere, invece, un tentativo salutare.

Eppure, oggi, vorrei provare a spendere qualche parola in nostro favore, in favore dell’uomo.
Non è granché l’uomo, ormai lo sappiamo bene tutti, ma mi chiedo perché non proviamo a recuperarlo dal fondo di questa luce dove è finito? Perché, invece di usarlo senza più conoscerlo e dunque svilendone continuamente capacità e risorse,  non lo rimettiamo al centro di quella che chiamiamo esistenza?
Perché di fronte a questo luccichio effimero e ormai logoro non proviamo a vendere il David di Donatello a noi stessi prima di offrirlo ai marziani come dono o pegno per la loro ospitalità? 
Perché non tentare di ricostruire una tentazione pari all’intensità della nostra storia,  un nuovo Umanesimo che sappia ancora illuderci con la sostanza, con un’ultima chanche di piacere profondo da vivere sull’orlo della sopravvivenza?

Ma, abbandonando i massimi sistemi, ritorniamo ora agli under 35.
Occuparsi della giovinezza, del resto, è un atto d’amore per l’umanità, un incitamento implicito al suo diritto di essere felice su questa terra.

Il tempo della selva scura sembra, dunque, essere finito, con l’avvento di questi bandi.
Dante avrebbe potuto vincere un buon bando se si fosse sperso in questi nostri anni e avrebbe potuto usufruire così di un esilio ben riconosciuto e rimborsato,  nel quale poter sviluppare tutto il suo progetto, concependo magari anche un quarto regno: quello dello start up perenne.
Non importa se sei bravo, buono o bello, se hai saputo amare Beatrice o Francesca, se sei finito nell’Inferno o nel Paradiso, con i bandi del terzo millennio sei finalmente giunto in un Purgatorio perenne, in un’oasi di pace che ti assolve per sempre, assolvendo, con te, anche se stessa, ovvero il Grande Inquisitore chiamato Trinità.

Ma questo Purgatorio non è solo una sospensione, un luogo di passaggio. Un luogo dove riflettere sull’ineluttabilità del nostro passato e sulle tentazioni del nostro futuro. Esso è piuttosto una vetrina straordinaria, uno schieramento senza fine del nostro valore potenziale, simile ad una parata militare che sfila nella città con le testa alta e le gambe dritte.

A Virgilio non resta che accompagnare con lo sguardo questi giovani guerrieri, guardandoli mentre stanno sul punto di partire, protesi con i muscoli sui blocchi di partenza, con i tendini levigati e freschi, che al confronto i bronzi di Riace sembrano solo degli adulti demodè, degli eroi stanchi e immobili.

D’altra parte il regno dello start up è il regno dell’adrenalina, dell’eccitazione, dell’infinità possibilità. Dell’innamoramento rapito. E, come si sa, chi è innamorato indossa degli occhiali speciali che fanno vedere la realtà un po’ diversa da quello che è.
Del resto che cos’è la realtà? Non è forse un territorio magico e romantico?

Giorni fa sono andato ad una riunione aperta promossa da un centro culturale. C’erano persone di tutte le età e la cosa, sinceramente, era bella.
Il tema era proporre dei progetti che rivitalizzassero la relazione tra questo centro culturale e il paese che lo attorniava.
Ho ascoltato a lungo in silenzio e ho visto finalmente un istinto metodologico all’opera. Alcune persone concepivano “fisiologicamente” degli atti strategici, immaginavano, cioè, un processo più che dei risultati.
Così, ho pensato che questa atmosfera, questa temperatura, derivava non solo dalla disperazione presente nel sociale, a vari livelli e gradi, (quando stiamo davvero in pericolo nasce negli umani, superato il momento del panico, una tensione strategica) ma proprio dal fatto che erano presenti, a concepire idee e azioni, persone di diversa generazione. Eravamo seduti in cerchio, gli uni  accanto agli altri e io per esempio avevo alla mia destra una ragazza di 17 anni e alla mia sinistra una di 35. Di fronte a me poi, come in uno specchio, due uomini over 50. Uno era molto silenzioso e sembrava guardare la scena insieme con grande diffidenza e curiosità. L’altro parlava con brillantezza, argomentando e ascoltando con vigore e acutezza.

Da parte mia, saranno state quelle lenti dell’innamoramento, l’eccitazione dello sturt up, ma mi sono messo a concepire prima nel silenzio e poi nella parola, che ho preso alla fine, un progetto unico, una sorta di alleanza totale tra tutti, che portasse, quindi, a realizzare un solo progetto, pur se fatto di azioni diverse in grado di restituire le idee e la personalità di ognuno.

Perché racconto questo?
In questi anni mi è capitato spesso di lavorare o di insegnare (che per me, per molti versi, è la stessa cosa) con persone più giovani di me, spesso under 35.
E raramente non ho avuto difficoltà, raramente il rapporto è stato non dico meraviglioso ma almeno privo di tensioni e difficoltà profonde.
Le ragioni di questo sono tante e complesse. Ovviamente rispecchiano anche la mia personalità e storia specifica ma credo di poter dire senza esagerare che se si entra in regioni di collaborazione non superficiali, vengono fuori delle questioni strutturali ampiamente diffuse.

In realtà, complice anche questa era dei bandi, i giovani non amano molto lavorare con i più grandi. Quando lo hanno fatto, spesso, sono stati sfruttati e diretti senza ascolto, senza un rispetto autentico.
E la sfiducia in sé che questo ha comportato, che è diventata anche apatia o conformismo, ha ovviamente nascosto una rabbia pronta ad esplodere in vari modi…
E poi un giovane si sa è tendenzialmente orgoglioso e presuntuoso.
Il fatto è che negli ultimi 30 anni le generazioni, a mio parere, hanno smesso di dialogare  veramente. Ovviamente nel dialogo ci metto anche quella pulsione reciproca ad uccidersi.
Non sono solo i figli a voler-dover uccidere i padri ma anche i padri a voler-dover uccidere i figli per continuare ad esprimersi o regnare sul campo.
Questa battaglia “naturale” è stata sostituita da una solitudine, da un nulla apparente che risolvesse la questione con una tregua tanto finta quanto improduttiva.

Ovviamente l’evoluzione tecnologica ha facilitato molto questa assenza di confronto, chiudendo le persone in una sfera di cristallo virtuale dove tutto perde di verità e consistenza.
La rivoluzione digitale, per esempio, ha generato nella produzione audiovisiva tanti giovani self-made men or women che si sono proposti su un mercato anche se questo mercato non c’era proprio. O quasi.
In tutti i casi pensando di esprimersi per il solo fatto di manovrare un apparato tecnologico. O di appartenere alla sua portata rivoluzionaria.
Senza dunque conoscersi e studiarsi, senza penetrare nel mistero del mondo.
Naturalmente la vita è sempre più forte di tutto e anche in questi corpi impermeabilizzati dalla “plastica” è entrata la sofferenza, le intermittenze della coscienza e dell’anima. La fatica profonda.
Forse, però, un self made man deve prima di tutto combattere con se stesso, sconfiggere se stesso.
E per far questo veramente deve immergersi nelle sue paure e desideri più profondi.
Deve affidarsi al tempo.

Ora, tutti questi bandi sembrano voler offrire tante possibilità ai giovani. Questo però potrebbe essere ancora più rischioso per loro se gli chiuderà la possibilità di un confronto con le altre generazioni. Al limite potrebbe accadere che saranno loro ad “usare” i più grandi (o i più piccoli) senza entrarci veramente in contatto. Senza capirli e combatterli in una battaglia sul campo.

Insomma,  quello che voglio dire è che, se invece di creare queste barriere pensassimo a creare uno scenario di confronto reale, forse il paesaggio si animerebbe in un modo più concreto. Vincere un bando o immergersi nel regno dello sturt up può essere un’opportunità importante (dove la straordinaria e misteriosa unicità di ognuno fatta di volontà e destino può svilupparsi senza confini),  ma può diventare anche un’illusione, un’opportunità ingannevole che poi si spegne nel momento in cui, soprattutto per quanto riguarda il paesaggio culturale,  i vincitori incontrano il cosiddetto mercato reale, con i suoi vizi strutturali molto profondi, con le sue ingiustizie, con le sue inconsistenze.


Non è meglio, dunque, lavorare sul sistema generale?

Nel dopoguerra la vitalità del nostro paese derivò da una mobilità sociale straordinaria: anche i figli dei contadini potevano studiare e diventare dei professionisti, degli imprenditori, se lo volevano; potevano, in altre parole, cominciare delle attività senza vincere bandi o avere i padri e i nonni che le finanziavano direttamente.  E questo portò, con altre contingenze, ad uno sviluppo economico reale e contagioso.

Perché allora non immaginiamo di sostituire la battaglia e l’incontro reale tra classi sociali con la battaglia e l’incontro reale tra generazioni?

Non è solo perché lo meritano quegli over 35 che negli ultimi 15-20 anni hanno molto spesso graffiato nel vuoto, siano i cinquantenni di oggi che si sono trovati a venire dopo la generazione che è stata giovane nel ’68 e negli anni settanta, più protette non solo dal benessere  economico ma anche dalle ideologie, o siano quei giovani che hanno appena superato la frontiera: quei quasi quarantenni o post quaranta che hanno sofferto di più di tutti, forse, il cambiamento epocale.
Ma lo meritano anche i trentenni di oggi a cui bisogna avere il coraggio di affidare non tanto il mondo degli affari ma la vita nella sua complessità e intensità.

Dante, nel mezzo del cammino di sua vita, ha dovuto non solo ritrovarsi in una selva oscura, ma ha dovuto-potuto attraversare e sentire l’anima di molte persone a cui la morte aveva dato non solo un posto ma un significato da interpretare e abbandonare.

Le frontiere sono una bella invenzione, una bella scossa di adrenalina, ma senza radice le frontiere servono a poco. Solo se riconosciamo di essere persone e non numeri, potremo partire con tutto noi stessi, prendendoci e portandoci in giro dove il tempo fa giri strani.
E delle volte ritorna al punto di partenza.

P.S.
Nel prossimo numero ricomincerò le mie conversazioni incontrando Samantha Di Paolo, una ballerina e insegnante di tango argentino, che ha da pochissimo superato la fatidica frontiera.
Chissà che non ci racconti dell’abbraccio col tempo…
Paolo De Falco
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Paolo De Falco
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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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