Dopo la pausa del campo vuoto, riprendiamo la partita della grande bellezza. Due settimane fa avevo annunciato un intervento di Onofrio Romano, sociologo dell’Università di Bari, con il quale avrei voluto condividere le “risposte” ai commenti che sarebbero arrivati, sollecitati dai miei due articoli ispirati dal film di Sorrentino.

Avevo, infatti, invitato i lettori a mandare delle riflessioni non tanto sul film (che anche io del resto “usavo” soprattutto per riflettere su alcune questioni che mi stanno a cuore) ma sul ruolo dell’arte e degli intellettuali nel nostro paese.
Le riflessioni sono state quasi inesistenti, segno, forse, che la questione interessa molto poco o che la Grande Bellezza, così com’è,  soddisfa i desideri e le aspettative. O segno di qualcos’altro che sfuggirà sempre alla mia analisi.
Sta di fatto che Onofrio intanto è arrivato e così mi sento meno solo a parlare di qualcosa che non è solo impressionata su una pellicola, per sempre imprigionata, ma che impressiona la nostra visione delle cose e si trasforma con noi, assenti e presenti, pavidi e coraggiosi, cinici e romantici. Che cos’è questa cosa?
Ma la felicità naturalmente. O la responsabilità di muoverci verso qualcosa di diverso dal presente, diciamo pure di migliore, tanto per tagliare la testa al toro.

Dunque, Onofrio Romano, come scrivevo, si occupa della consunzione dei valori, di “questo fallimento che genera la divaricazione tra le forme e la vita”, e lo fa interessandosi anche agli artisti.
Inoltre insegna, ovvero fa il mestiere più importante del mondo. Forse anche il più antico, insieme a quell’altro… famoso di cui più spesso si parla.
Chissà, forse se portassimo l’insegnamento un po’ sulla strada, fuori dai luoghi chiusi, se lo portassimo in “esterno”, sotto il sole e le stelle, come nell’antichità quando le lezioni si facevano all’aperto, camminando tra giardini e boschi, piazze e vicoli, allora le vecchie idee del mondo si sgranchirebbero le gambe e perderebbero un po’ di pallore. Di certo troverebbero dell’aria diversa da quella “interna”, sicuramente inquinata e frastornante, ma pur sempre, stimolante: del resto, solo se si va “fuori” si ha poi voglia di tornare “dentro”, no?

Bene, caro Onofrio, cosa ti ha stimolato la visione di questo film? Credi, come ho scritto, che esso metta in scena soprattutto questo disincanto-distacco-apatia-cinismo di cui ho parlato? Questa nostalgia sublimata, paradossalmente, in una adesione ai diktat del mondo contemporaneo?

– Ebbene sì, hai centrato il punto. Questo ritorno allo zoccolo duro dei valori non negoziabili contiene qualcosa di profondamente irritante. Assomiglia a quelle conversioni in punto di morte operate puntualmente dai peccatori incalliti. Alle promesse postume di amore eterno al coniuge formulate dai fedifraghi di lungo corso. Nessun giudizio morale, per carità. E’ una questione, innanzi tutto, estetica. Già, poiché bisogna dirsela tutta: La grande bellezza è un gran brutto film. Perché non possiamo godere di Federico Fellini, senza doverci sorbire per forza i suoi aggettivi sostantivati? I “felliniani”. Perché dobbiamo assistere impotenti alla battuta dell’anziana suorina (“mangio radici, perché le radici sono importanti”) senza esigere la restituzione immediata dei soldi del biglietto?
Almodovar è avanti anni luce. Ci dice la stessa cosa, in fondo, ma con un’asciuttezza che esclude le torsioni puerili e boriose dell’italianissimo Sorrentino. (Riproducono in sedicesimo, i due, il confronto a distanza Fellini-Bunuel: ma se Almodovar è erede degno del suo connazionale, la stessa cosa non può dirsi di Sorrentino).
La sbornia dell’ultimo scorcio del Novecento è smaltita. Non è che non possiamo più permettercela: è che a forza di bere ci siamo assuefatti all’alcool e non ci fa più effetto. Sentiamo che il baratro si avvicina (come passeggeri di un aereo con il carrello bloccato) e, invece di provare a immaginare un oltre, invece di assumerci la responsabilità di costruire l’altro mondo, tutto quello che sappiamo fare è retrocedere verso l’impolitico, verso le sentinelle dell’eterno: l’amore, la famiglia, la verità, la trasparenza… la “bellezza”, per l’appunto. Non c’è nulla di encomiabile in tutto questo. Non c’è alcuna redenzione (termine che in sé disvela la cifra bacchettona della vita da viveur). E’ il solito restare assisi, la solita manifestazione di afasia. A volte, come in questo caso, ci starebbe bene l’insopportabile moralismo di un Pasolini: quello che rimbrottava i giovani del suo tempo perché non si assumevano la responsabilità di essere felici. La cosa più insopportabile in Sorrentino è questo trovare, infine, la quadra, la ricetta definitiva: la grande bellezza non si può coltivare (si finisce prima o dopo addormentati sul divano alle otto della sera con la tivvù accesa dirimpetto e, se va bene, un bicchiere di rosso – quello del contadino, quello genuino). La si può cogliere a sprazzi, di tanto in tanto, e magari versarci sopra una lacrima fugace. Dopodiché si può tornare pacificati a consumare la solita orgia d’ordinanza.
Almodovar, bontà sua, non millanta soluzioni. Mentre i suoi passeggeri redenti si recano ciascuno verso la loro nuova, “in-credibile”, vita – tutta amore, autenticità e famiglia –, il co-pilota e l’assistente di volo rimangono invischiati nella schiuma degli anni ottanta e nella reciprocità della fellatio. Questo è più onesto. Qui sta la differenza tra lo psedo-artista che declina verso la sociologia e l’intellettuale vero, che si guarda bene dall’offrire soluzioni, ma interroga, pone sul piatto i temi, si confronta non col secolo ma con l’universale. Si carica l’umanità tutta e rifiuta di secedere, auto-confezionando il mondo a misura della propria genìa.
E, per finire, buttiamola in politica. La traiettoria almodovariana sta tutta nella parabola recente della sinistra italiana. Ci aveva provato il buon Bersani a invertire la rotta degli ultimi trent’anni. Un tentativo ardito, contro lo spirito del tempo. La sua sconfitta non si è consumata a fine febbraio, con le elezioni. Ma con il caso Ro-do-tà, il pasticciaccio quirinalizio. E’ lì che la sinistra è tornata a rotolarsi nella schiuma. La democrazia? Il soggetto collettivo? La ricostruzione della sovranità politica? Macché. Qui vogliano soltanto continuare a godere, a far cagnara. E appena ci si è presentata l’occasione (le comunali), siamo tornati senza fare una piega al tribalismo di sempre, a osannare i sindaci-marziani, le anime pure che mangiano radici, scaldano i cuori e promettono palingenesi. Risultato: altri vent’anni di fellatio.

Tu parli di Almodovar e del suo sguardo, più impietoso e onesto di quello di Sorrentino, che “lascia” i suoi protagonisti ancora “invischiati nella schiuma”. Sono in parte d’accordo. Sì, Almodovar  mi sembra più vitale e dunque il suo sguardo è meno conforme, più esploratore, più impietoso e coraggioso sia in senso politico che in senso metafisico.
Ma il suo vitalismo, la sua ricerca, si tinge di colori spesso molto seducenti, così che il cinema diventa fondamentalmente un sedativo sensoriale, una cura di bellezza rassicurante. Sto parlando di questioni forse troppo cinematografiche o stilistiche, mi riferisco all’uso dei colori e dello spazio, degli oggetti e del movimento narrativo, ma la forma è un atto politico, come qualcuno ha detto. Non credi che in Almodovar ci sia un’immagine comunque consolatoria, addomesticata, o se si volesse essere più brutali, perfino condizionata dall’immagine pubblicitaria?
 Come nella politica, anche nell’arte, la pubblicità vince a meno che non si ha il coraggio di cercare la bellezza un po’ come se si fosse disarmati. E non di costruirla solo… ad arte. Il mio potrebbe sembrare un discorso ideologico ma questo nuovo mondo che ci aspetta, non credi che abbia bisogno di un atteggiamento, di uno sguardo “folle”, di uno sguardo vergine o, quanto meno, di uno sguardo profondamente aperto? 
Come se al punto dove siamo, su questo confine tremolante, dovessimo interiorizzare lo sguardo alieno e vedere (essere disposti a vedere) le cose come se non le avessimo mai viste?

Forse questo è possibile se mettiamo i bambini al potere?
In tutti i casi, dove dobbiamo dirigere maggiormente le nostre forze per modificare questo stato delle cose?

– Almodovar e Sorrentino ci raccontano di un’impasse. Non riusciamo più a restare attaccati al mondo che ci ha sedotto negli ultimi trent’anni, ma al contempo le vie d’uscita non si vedono. Il ritorno all’eterno, ai valori impolitici (la famiglia, l’amore, le radici, Dio ecc.) non è l’allusione ad un altro mondo possibile. È semplicemente un battere in ritirata: è sbattere la porta al mondo là fuori. Una forma di auto-reclusione. Ora, tu mi dici, leninianamente, “che fare?”. C’è una tentazione ricorrente in proposito: quella di chi si affida al provvidenzialismo della storia. “Lasciamo fare agli eventi. Lasciamo che la crisi faccia il suo corso, trascinando con sé questa umanità esausta, e la rigenerazione verrà da sé, giocoforza”. Ma non funziona così. Il guaio della catastrofe è che non arriva mai e quando arriva, per definizione, non ci lascia desti abbastanza per apprezzarne i benefici. 
Non credo nemmeno – e qui vengo alla tua seconda domanda – che ci sia da qualche parte uno sguardo limpido e incontaminato. Non c’è un “fuori” in questa civiltà. Pasolini s’è portato nella tomba i suoi accattoni. Quand’anche ci fosse questo sguardo altro, si confonderebbe nel calderone infinito degli sguardi e soccomberebbe agli sguardi più potenti, quelli che sanno produrre immagini più seducenti. Sarebbero apprezzabili, gli sguardi limpidi, solo da un ristretto novero di eletti. Ci ritroveremmo ancora una volta in una forma di secessione.
Personalmente, ho smesso di credere, più in generale, alle alternative etiche, ossia alla possibilità che creando bellezza si possa “competere” con il brutto e/o con gli stereotipi plastificati. La moneta cattiva scaccia quella buona: non c’è verso. 
Allora, prima di tutto, io non butterei a mare quello che abbiamo. Non butterei a mare Almodovar, ad esempio, solo perché ammicca allo sguardo miainstream. Sotto quella patina, ci sono infiniti livelli di lettura. C’è soprattutto quel residuo indelebile di follia popolare prodotta dal vento della Mancha. È una risorsa grande, che occorre saper vedere.
Ma soprattutto io credo che non ci sia scampo alla politica. In un senso molto preciso, però. La scoperta di uno sguardo nuovo – e quindi di un altro modo di stare al mondo – non si ottiene concentrandosi frontalmente sull’esercizio dello sguardo. Si ottiene intervenendo sull’assetto generale nel quale i mondi e gli sguardi si dispongono. Occorre un’entità che abbia la facoltà d’intervenire su questo assetto, altrimenti prevarrà sempre lo sguardo del più forte. E questa entità non può che essere la politica, qualora in tanti provassimo a riscriverla con la P maiuscola.

Le tue parole sono a mio parere tanto interessanti e indicative che mi stimolerebbero molte riflessioni. Ma vorrei provare ad essere molto sintetico, sperando che la nostra discussione possa continuare nei prossimi numeri, scendendo ancora più a terra rispetto alla gravità che può richiedere un film e inoltrandosi in un’analisi concreta di quella che è la politica e la situazione culturale della nostra regione, ovvero la Puglia. Arricchendosi magari, questa discussione, del contributo di altri operatori “intellettuali” che qui operano o tentano di farlo; in modo da offrire diversi punti di vista al lettore e, come in un quadro di Picasso, sperare che, poi, possa trovare una sua prospettiva, una via d’uscita personale.
Chissà che il cubismo non possa essere maieutico!

Dunque, se su l’analisi dell’impasse siamo d’accordo, sul come provare a modificare lo stato delle cose, credo che abbiamo idee diverse. Per primo tu scrivi che la catastrofe non arriva mai e che non ci lascia desti abbastanza per permettere una rinascita. Capisco quello che tu vuoi dire ma, aldilà della catastrofe “esterna”, vorrei provare a concentrare il discorso su quella interna. Del resto se noi come individui non riconosciamo interiormente la catastrofe, essa diventa altro. Ma gli esseri umani hanno, a mio parere, la capacità di riconoscere il dolore. A vari livelli. Si tratta solo di stimolare e coltivare questa facoltà, che come diceva Amleto, è dentro di noi. Di coltivare il dolore e non di negarlo, sentendo che proprio da questa co-ultura può nascere una forza misteriosa. Una rinascita, un riscatto.
Il punto è che troppe cose hanno insegnato agli uomini, forse da dopo la seconda guerra mondiale, a non ascoltare più il dolore. Comprese quelle pratiche umane deputate ad occuparsi proprio della sofferenza, come la medicina, la psicologia, le scienze sociali. Lasciamo stare le religioni che subiscono, forse, meno influenze da parte del … tempo, ma credo di non esagerare nel dire che aldilà dell’evoluzione innegabile che queste discipline hanno avuto, è come se esse avessero perso, nel tempo, la radice della loro esistenza.
Il loro, appunto, rappresentare dei tentativi di trasformare il dolore in qualcos’altro.
Se queste discipline, e soprattutto gli uomini che le praticano, fossero animati da una profonda volontà di aiutare l’uomo a saper soffrire e a saper riconoscere le sue risorse, le sue straordinarie potenzialità, suggerendogli di accettare anche la morte (non tanto come palingenesi ma come atto “naturale” della vita) forse questo avrebbe un peso, una conseguenza su quella che oggi appare sempre più come una massa informe di individui e sempre meno una somma di persone.
Ma, mi dirai, anche la classe “dirigente” perde la lucidità di fronte alla catastrofe e quindi non può, non riesce più ad aiutare i più deboli, i meno dotati di strumenti a vari livelli.
Certo, ma il punto è capire perché questa classe dirigente abbia perso forza e lucidità.
Forse perché l’incedere della massa li ha così spaventati, da rinchiudersi, automaticamente, nella disillusione e dunque nella difesa e nel cinismo?
Forse perché essa si è imborghesita, come dicevamo, smettendo fondamentalmente di viaggiare? Di esplorare?

Aggiungi anche, nella tua risposta, che oggi non è possibile più “trovare uno sguardo limpido e incontaminato, che non c’è un “fuori” in questa civiltà”. E che “quand’anche ci fosse questo sguardo altro, si confonderebbe nel calderone infinito degli sguardi e soccomberebbe agli sguardi più potenti, quelli che sanno produrre immagini più seducenti”.
Anche qui capisco il tuo “realismo”. Lo vivo sulla mia pelle, se mi permetti. Ma credo che esso nasca proprio da quella stessa malattia, di cui si è detto. Intanto voglio precisare che non pensavo ad uno sguardo incontaminato: questo, certo, è impossibile. Siamo, del resto, contaminati fin dalla nascita. E anche prima di… farlo. Però continuo a credere e a sentire che ci può essere uno sguardo dedito all’esplorazione, che sa affidarsi, sa abbandonarsi alla nostra capacità e al nostro desiderio di “ascolto”.
Se cercassimo questo sguardo, anche di fronte, al paesaggio più consueto, anche di fronte a noi stessi, metteremmo in campo una disponibilità e una “meraviglia” automatiche. La purezza è cosa diversa dall’ingenuità e comporta un lavoro costante, non una predisposizione naturale (o non solo). È attraverso l’impegno che essa si può, fondamentalmente, perseguire e trovare. Un impegno autentico, quella crudeltà che Artaud definiva come un appetito di vita che squarcia le tenebre.
La mia visione è reale, non solo mistica o ideale. O romantica e ideologica come quella che “portava” Pasolini a vedere la purezza solo negli accattoni. Tutti possiamo appartenere a questo stato, a mio parere. Non solo i miserabili o i giovani. Se non si è d’accordo con questo credo che la conseguenza sia inevitabile e la sfiducia non possa non portare all’accettazione del degrado dei “forti”. Pasolini, dunque, con il suo romanticismo, con il suo “settarismo” è stato, paradossalmente, un costruttore di cinismo. Dietro alla sua nostalgia c’è non solo la negazione del futuro, un conservatorismo profondo, ma quell’ impasse dell’anima, assolutamente comprensibile e giustificabile, che tuttavia aliena il corpo dalla mente, noi dagli altri. Impedendoci di ballare con “tutto”, di abbandonarci alla costruzione e alla distruzione, al passato e al futuro. Senza generare ostruzioni e fratture nevrotiche.

Anche io credo che la politica sia e debba essere, più che l’esilio spirituale, la strada che ricostruisce lo sguardo. Tu parli di assetto generale nel quale gli sguardi si dispongono.
Ma cominciamo a costruirlo questo assetto partendo dalle persone. Partendo da noi. Partendo da chi per vocazione, destino o condizioni, si ritrova a dover educare.
Partiamo dal nutrire gli intellettuali, chiedendo loro, con forza, di cercare e trovare atti più autentici e aperti di quelli che abitualmente si dispongono sulla scena dominante. E di dargli il valore che meritano. Partiamo dall’assunto che questi atti esistono e sono nel mondo… da qualche parte.
Partiamo dalla responsabilità degli educatori di educarsi continuamente. Di mettersi in gioco veramente. La sinistra parte, invece, dalla massa (ha in sé questo dna… direi fascista) e non dalle persone. La storia ha dimostrato la sconfitta di questo “sguardo”, di questa prospettiva, ma essa continua (e il tuo ragionamento n’è una prova) a perdurare ostinatamente.
A me importa, più che Bersani ricostruisca il senso democratico di un partito, che i suoi elettori vadano a cercarsi un cinema diverso o che, se non lo trovano, lo reclamino a voce alta. Che vadano a sedersi di fronte ad un atto creativo, non tanto per rilassarsi con l’aperitivo o con il vino rosso che sempre li aspetta, ma si concentrino, si ben dispongano verso l’interno e verso l’esterno, affinché la commozione, il riso e l’immaginazione possano arrivare e portarseli lontano…
Avendo perfino l’ardire, dopo, di raccontarla questa esperienza rigenerante. Di narrarla ad altri con quella passione e lucidità che sola potrà salvarci. La bellezza non è che l’inizio… dopo ci siamo noi. La nostra responsabilità nei confronti della vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *