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Il tema della vita

Il nodo alla gola

28 Marzo 2014 di  Paolo De Falco

Conversazione in due tempi con Samantha di Paolo, ballerina e insegnante di tango argentino. L’energia del contenimento e il laboratorio di relazione, l’equilibrio di lusso e lo spazio-tempo del “noi”.

Il nodo alla gola
Ritroviamo, oggi, dopo diversi articoli solitari, lo spazio di una conversazione.
Una conversazione ha (o può avere) un clima,  un’intensità, una bellezza e perfino un’utilità che il viaggio solitario difficilmente può raggiungere. Anche se c’è solitudine e solitudine, anche se non si è mai… soli.

E per riprendere il vento di questo spazio condiviso quale miglior argomento del tango!
Quale migliore conversazione o meglio scenario in grado di restituire il tema della vita o del desiderio che di essa abbiamo?
La vita, qualcuno ha detto, è un terreno che scivola senza sosta.
Il tango, certo, sa come scivolare nei corpi e con i corpi. Ha un potere che è difficile non vedere o meglio sentire.  Molti, infatti, desidererebbero saperlo ballare o saperlo suonare e soprattutto negli ultimi anni questo potere sembra svilupparsi, allargarsi quasi come se ci fosse una ragione segreta di questa sua diffusione, di questo suo contagio.

Ma è veramente così? Davvero il tango sta portando l’umanità da qualche parte? O la sta, invece, incantando per ingannarla, per distoglierla, per sottrarla da qualcosa, fosse pure, questa cosa, una frontiera o una radice mai ferma?

Ne parliamo con Samantha di Paolo, una ballerina e insegnante di tango argentino italiana ma che ha vissuto a lungo a Buenos Aires, dove ha studiato, esplorato e ricevuto la cultura del tango ancor prima che le sue tecniche e i suoi codici.

Allora, Samantha, comincia con il raccontarmi che cosa è il tango per te e soprattutto come si è evoluto il vostro rapporto. Intendo dire come si è trasformato, se si è trasformato, il tuo modo di ballarlo e il tuo modo di insegnarlo. Ma anche la tua  più generale relazione con l’ambiente del tango, sia quello professionistico che quello ordinario, composto dalle tante persone che lo amano e lo ballano nelle milonghe…

Definire il tango e me stessa significa inevitabilmente riconoscere che la mia vita ne è intessuta in maniera diretta da 18 anni e in maniera sottile da sempre. Mi ha accompagnata nella mia formazione sentimentale e professionale, nello sviluppo da adolescente a donna e anche madre: la mia stessa bambina è nata da un incontro del tango.  Insomma è stato presente in quasi tutto ciò che ho fatto e vissuto dai miei 19 anni in poi. Ma, come dicevo, sentivo che il tango mi apparteneva, o io a lui, da sempre. Si dice che il tango non lo scegli, ma ti sceglie.

Ho sempre avuto  nella mente l’immagine esatta di cosa dovesse essere una coppia di ballerini di tango. Di cosa si sentisse. Ascoltavo sin da preadolescente musica di Astor Piazzolla e la sentivo come la colonna sonora della mia vita interiore. Seppur si dica che Piazzolla non sia il tango ma musica di Buenos Aires, contiene sicuramente la vibrazione del tango. Non so dove mi sia entrata questa sorta di memoria né dove. Ricordo molto bene il giorno della mia prima lezione di tango: mi sono sentita a casa. Ho provato un senso di appartenenza. Non ero stupita, né eccitata. Ero calma, lucida e mio agio. Venivo da qualche anno di danza moderna, classica, e dal flamenco. Ma col tango ho sentito che la mia ricerca di un mezzo espressivo si poteva fermare e ripartire da lì. In realtà ciò che più mi attraeva e attrae è la possibilità relazionale con l’uomo in un modo che solo il tango mi sa dare.  Mi affascina follemente questo aspetto di relazione delimitato dalle regole dello spazio e del tempo, con la sospensione della parola. Credo di non aver conosciuto ma riconosciuto il tango in me.

Credo che questa appartenenza che si prova abbia a che vedere con la particolare energia del CONTENIMENTO.  Il contenimento è come un fiume arginato.  E’ un nodo alla gola. Un impulso che non si permette di sfogare se non poco alla volta. La dilatazione cosciente di un istante.  Ha a che fare col dolore. Contenere e contenersi può far male. Anche con la malinconia ma senza… distacco. Una malinconia pienamente assunta e attraversata in corpo. Una malinconia atavica e a volte contingente. E’ una tensione sottile e costante, un desiderio di abbandono che non si concretizza. Non una esplosione, ma piuttosto un’implosione. Credo somigli al blues. Piuttosto, la canalizzazione di un desiderio primitivo di fusione. Sei a metà tra la testa e la pancia. Sei vicino al cuore, e aprire il cuore è l’esercizio massimo di comunicazione che possa avvenire in un incontro. Può diventare intimo o un completo disincontro, molto più di qualunque altra situazione danzante, per tutti questi motivi. Per ballare bene devi saperti controllare, devi avere equilibrio personale, devi costruirti un equilibrio di lusso, come direbbe Eugenio Barba, per creare una terza entità: lo spazio/tempo della coppia, del noi. E devi saper gestire continui cambi di dinamica. I cambi di dinamica che la musica ti chiede. La musica e le parole del tango riflettono perfettamente questa energia del contenimento.  Sospensioni, sfoghi stemperati, riflessioni. Una passione cerebrale.  La sofisticazione di un impulso.

Ho viaggiato da subito a Buenos Aires, dopo pochi mesi, perché ho una parte della famiglia di mio padre laggiù.  E anche in quella città ho sentito di essere a casa. Perché è una città che accoglie tutti e non fa domande. E’ il luogo-non luogo. Guarda all’Europa, guarda lontano, imita, eppure la sua identità è quasi una non-identità. Un ibrido.

Ovviamente, come capita a quasi tutti coloro che scoprono l’appartenenza al tango, ho passato una fase di totale dedizione e iniziazione ai misteri, ai rituali e alla gavetta del suo mondo notturno e bastardo. A Roma ero, con un’altra ragazza, la più giovane tanguera. A Buenos Aires c’erano già i giovani. Ballavo, desideravo, amavo, e soffrivo. Mi viene da ridere a dirlo così, ma giuro che soffrire è parte delle regole del gioco. Il dazio da pagare. L’attesa, la frenesia e l’arte di contenerle. Tanta ingiustizia, tanto espiare, la coscienza di dover accettare cose che una donna emancipata non vuole più, ma che stanno lì, e che dopotutto in qualche modo ti insegnano a diventare donna. (spiego meglio nella domanda relativa al machismo)

Non avevo previsto di diventare una ballerina professionista. Studiavo all’università, cercavo, ero in una fase di apertura e curiosità come ogni ventenne.  E’ successo fluidamente, semplicemente. Senza sforzo alcuno.

A volte penso che ho transitato in un mondo troppo adulto mentre i miei coetanei andavano in discoteca o al pub. Ma non potevo farne a meno.

Quando è diventato il mio lavoro sono riuscita a farne il mezzo di sostentamento economico, laurearmi, dedicarmi agli aggiornamenti e viaggi continui. Ho passato anni a Buenos Aires ballando… milongueando. Qualche show nei locali  per turisti, spettacoli francamente non proprio  gratificanti a livello artistico, studio intenso, provando e passando esperienze brutte e belle.

Ricordo il tango a Roma di 18 anni fa, era tutto molto diverso. Lo ricordo con un po’ di nostalgia. Era molto “underground” e anche un po’ snob, gente che era interessata anche all’aspetto culturale. Professionisti, intellettuali. Non c’era l’affanno del marketing e della moda. Ci si compiaceva del fatto che non fosse di moda ma che fosse una confraternita segreta, piuttosto.

A Buenos Aires invece all’epoca la cosa molto bella era che si trattava di un momento di transizione tra il vecchio e il nuovo.  Potevi ancora vedere gli anziani fare il loro tango e avvicinarti per studiare ma dovevi carpire le cose dall’osservazione e dal “tra le righe”. C’era la nuova generazione emergente che già raffinava molto il tango danza attraverso la conoscenza e il dominio della danza accademica e del teatro. Usciva la nuova didattica di de-strutturazione della trasmissione tradizionale e orale del tango che funzionava per sequenze coreografiche a favore di uno studio realmente dinamico e ordinato di tutto il materiale disponibile, scomposto e riassemblato. E si aprivano grandi possibilità, eppure ancora molta essenza.

Oggi c’è un’enorme disponibilità di informazioni a disposizione di chi vuole studiare il tango come danza, movimento. All’epoca dovevi  cercare, oggi è tutto lì. Ma forse si è persa l’essenza che ti dava la ricerca e il vedere tante possibilità diverse. L’essenza della tradizione e di una cultura. Oggi puoi diventare un bravo ballerino in relativamente poco tempo  ma c’è scarsa attenzione ai contenuti culturali del tango. All’aspetto relazionale anche. C’è poca essenza e molto marketing. E molto glamour. Quanto meno in Italia. Per glamour intendo il bisogno di gratificazione estetica e di immagine. Ma un’immagine un po’ falsata. Certo il glamour fa parte del tango, ma non ne costituisce l’essenza. Il glamour lo leggo come questo bisogno di identificazione sociale, come la seduzione superficiale. Essendo il mio lavoro e vivendo del tango, dovrei essere felice del fatto che sia di moda e che ci sia bisogno di occuparsi di marketing. Ma non posso fare a meno di notare invece anche l’inevitabile impoverimento che noto attorno al tango. A volte sembra che l’unico grande assente in alcuni eventi di tango sia proprio il tango stesso. Sembra più un marchio che una forma immateriale di cultura e un mezzo sofisticato per entrare in relazione.

Il tango in verità è  praticamente un laboratorio di relazione maschile-femminile in senso ampio. Energetico, intellettuale, creativo.

La mia personale evoluzione artistica e pedagogica adesso va in direzione della cura e trasmissione dell’aspetto relazionale, anche nel suo aspetto terapeutico e quasi sciamanico. Mi avvalgo del mio ricercare anche in altri ambiti come la danza-terapia.  E nell’aspetto squisitamente artistico - performativo, nel trascendere la rappresentazione del tango in quanto genere, che per me rappresenta un approccio “folcloristico” al tango, per utilizzarlo, invece, come linguaggio. La potenza del tango è nella sua essenza, è vero. Ma se trattata con rispetto, questa peculiare forma artistica popolare può raccontare molto più che la mera rappresentazione di se stessa, proprio perché appartiene a un modo di sentire umano universale.

La penso anche io come te. Forse andare all’essenza del tango vuol dire, proprio, trascenderlo, superarlo non solo come forma codificata ma anche come territorio d’appartenenza, di dipendenza… se  si vuole. Naturalmente la cosa vale non solo per il tango ma per ogni forma d’espressione. Il fatto è che abbiamo tutti bisogno di “case” in cui chiuderci, ripararci, di prigioni perfino. Eppure esiste una porta, in noi o nella prigione poco importa, che, se varcata, può liberarci e restituirci ancora di più ciò che… abbandoniamo.

Ricordo una frase, letta durante l’adolescenza, forse di Herman Hesse, che diceva che per percorrere la tua strada… devi abbandonarla. Il difficile è farlo.

Ma torniamo al tango che è nato da un miscuglio di culture e oggi si sta diffondendo davvero in tutto il mondo. Sarà anche per questo, infatti, che non molto tempo fa è stato riconosciuto dall’Unesco come un “bene” patrimonio dell’Umanità.  Eppure, nonostante questa vitalità (che si registra anche nei vari stili di tango attualmente presenti e ballati) il tango appare un mondo piuttosto chiuso. È proprio questa chiusura che affascina le persone, questo suo essere un rituale, fatto di codici e comportamenti ripetitivi? Oppure è il suo famoso abbraccio ad intrigare, questo mistero che collega l’intimità all’estraneità, che raduna le pulsioni del corpo e della mente, facendole dialogare in un mondo dove tutto, invece, sembra frammentarsi e svilirsi?

Certamente la ritualità del tango affascina. Credo abbia a che fare col bisogno di ritualità in quanto “playground”, spazio di gioco per adulti, spazi di gioco “sul serio”. Il gioco serio o il “gioco divino” (lìla la parola sanscrita che indica gioco della creazione, piacere, godimento e amore).

Sicuramente sono andati persi spazi nei quali ri-conoscersi, comunicare in modo più profondo, luoghi protetti, di “sospensione” del quotidiano. Mettiamoci anche che la peculiare relazione tra i sessi è francamente in crisi, e che urge un bisogno di riequilibrio del maschile e femminile come principio in ognuno di noi e nella relazione col tutto. Per tutti questi motivi entrare in uno spazio extra-ordinario, con alcune regole del gioco fissate, regole diverse dal quotidiano, dove si sospende l’uso costante della parola e ci si permette di mettere in gioco il corpo nella relazione, sicuramente affascina chi vi entra la prima volta.

Ovviamente non si è al riparo delle insidie di sempre: il conformismo, inteso come rigidità della forma e  tensione dello sforzo di adeguarsi a modelli imposti o la volgarità della ricerca di piacere senza cedere niente di sé. O ancora l’arroganza della competitività. Ma di certo, avvicinarsi al tango, che sia per ballarlo o per suonarlo o per scriverlo, richiede sempre un extra di fatica. Non regala soddisfazioni a buon mercato, quasi mai.

L’abbraccio è sicuramente il “marchio di fabbrica” del tango. L’abbraccio è una frontiera, un laboratorio. E’ una situazione, un accordo, un compromesso costante, vivo, plastico. Impossibile che sia reale se lo si cerca dalla forma. Non inizia dalle braccia. Inizia dal petto, e quindi dallo spazio energetico del cuore. E a volte non basta. Perché se si abbraccia partendo dalla forma si abbraccia meccanicamente. Meccanico è tutto ciò che non rispetta un’intenzione sincera di entrare in relazione. Fosse anche con se stessi. Esiste il sesso meccanico, il gesto meccanico e anche ovviamente la danza meccanica. Meccanico è come dire: non connesso. Pornografico. La forma di un abbraccio senza  connessione può risultare orribilmente scomoda, perché ti espone al fatto che sei in una situazione bloccata e penosamente negata. Ora, non intendo dire che ci sia una franca intenzione di non entrare in relazione quando questo avviene…almeno non in modo cosciente. Nascondersi dietro alla forma e al “glamour”, che è pura forma, e la forma ha bellezza, non è certo un atto di cattiveria.  Ma occorre rompere la dolce geometria appresa della musa, come direbbe Lorca, per fare spazio al “duende”. Che ha il sapore della morte. E la morte è quel cedere qualcosa di sé per finire trasformati. Nel bene e nel male.  L’intimità è un po’ questo, in fondo. E la frontiera tra intimità ed estraneità passa da quella disponibilità alla trasformazione.  L’intimità è una possibilità, e non è detto che avvenga sempre e comunque, poiché occorre la “entrega”, la consegna di se stessi alla relazione. Occorre anche provare un senso di fiducia.

L’intimità tra due estranei è una frontiera molto interessante. A volte accadono incastri talmente perfetti che ci si chiede cosa sia dopotutto l’estraneità se non il puro caso di non essersi mai incontrati prima. Siamo estranei se non abbiamo mai parlato? O forse lo restiamo anche dopo esserci abbracciati meccanicamente senza cercarci? O forse abbiamo condiviso l’intimità di un incontro scomodo, e quindi ci siamo conosciuti, se ci permettiamo di rilevare anche il disincontro?

Questo contatto a metà tra testa e pancia che tuttavia chiede l’apertura del cuore, che ha sempre grandi resistenze, è la potenza sotterranea del tango. 

Occorre anche sfatare un mito, quello della passione sessuale sempre e comunque.  Certo, a volte avviene una sintonia di pancia, e allora il tango è un preludio. A volte succede di testa, allora è un gioco sofisticato. Oppure di cuore… e allora è tenerezza. Oppure, di tutto, e allora è amore, forse solo sublimato. Inutile dire che vale anche per gli scambi di ruolo, nei tanghi tra persone dello stesso sesso anche eterosessuali…

Le sfumature sono tante come tante sono le persone. E tanti sono gli abbracci e gli incastri.
C’è poi questa questione affascinante del camminare insieme, dello scaricare il peso a volte all’unisono, a volte no, questa ricerca del ritmo comune, della transizione comune, dove ci si aspetta o si insegue, si regola il passo sull’altro, e si cerca di smussare gli angoli delle dissonanze di tempo e misura. E’ un dialogo molto sottile.

Le cose che dici sono molto interessanti. E anche se preferirei ballare con te più che parlare o ragionare, entrando nella comoda scomodità di un abbraccio, vorrei non rinunciare a “usare” la testa per esprimere alcune cose che mi hai fatto venire in mente.

Quando parli, infatti, di fiducia e di cuore contrapponendoli alla forma meccanica o pornografica io provo insieme un’intimità ed un’estraneità con questa visione.
La cosa è indubbiamente affascinante e si tratta di uno “stato” seducente, di una condizione ambigua che di per sé mi nutre senza aver bisogno di troppe analisi.  Ma provo a spiegarmi.

Aprire il cuore, come dici, connettersi, o meglio vivere la connessione, è una cosa bellissima e che può salvare la nostra umanità. La nostra vita.
Nello stesso tempo che cosa è che noi cerchiamo veramente… la fiducia o il coraggio?
Può esistere un coraggio senza la fiducia? E una fiducia senza coraggio?

Forse sì e, forse, questa questione è piuttosto importante.
Ovviamente nelle tue parole si avverte, e tu lo indichi con nettezza, quanto sia importante la ricerca. Ballare (e specialmente l’abbraccio) è un atto di ricerca, che necessità, per questo, fondamentalmente di un inizio. Di un abbandono ad un inizio. Il resto è, appunto, ricerca che comporta un’apertura, un ascolto possibilmente costanti.
Ma può esserci  un’apertura se dall’altra parte c’è una chiusura?
Può esserci un cuore aperto e uno chiuso? O i cuori si aprono sempre insieme?

E’ difficile rispondere ma quello che vorrei anche provare a dire è che esiste una sensualità, un abbraccio romantico, basato su un sentire che spesso è distorto nella misura in cui è dipendente da un bisogno, e un amore o una sensualità più liberi perfino da loro stessi.

Le persone cercano la pornografia, la forma, forse per molte ragioni, per molte sfumature, come scrivi… Per pigrizia, disabitudine, ignoranza di sé, prima ancora che dell’altro, o per tutta una serie di blocchi che affondano nell’aria che viviamo, ma la cercano anche come una liberazione da qualcosa. Delle volte mi chiedo se questo qualcosa non è, magari, proprio la fiducia. L’ansia di fiducia.
Dunque, se questa liberazione non è proprio da… se stessi.

Se fosse così, la pornografia metterebbe in campo quell’autodistruzione necessaria all’uomo.
Non solo o non tanto perché l’uomo non si ama o è fondamentalmente masochista ma perché nella ripetizione (della forma) si riconnette con una forza sovrumana che lo trascende.
La danza, del resto, è un’energia individuale che si scioglie… che anela con tutta se stessa allo scioglimento nell’aria. La danza è un atto suicida. Ovviamente nel suo senso più fertile.
Quindi, dietro alla pornografia, al bisogno di solo forma, c’è, o ci potrebbe essere, tutta la pochezza dell’umanità e insieme tutta la sua straordinaria volontà. Che è, insieme, disperazione e reazione.

Tu dici che… “occorre rompere la dolce geometria appresa della musa, come direbbe Lorca, per fare spazio al “duende”. Che ha il sapore della morte. E la morte è quel cedere qualcosa di sé per finire trasformati. Nel bene e nel male.”

Ma se il duende fosse uno spazio sentimentale che necessita proprio dell’estraneità, del coraggio, del conflitto, per ritrovare l’intimità? Per esprimere la sua potenza?
Insomma se al cuore arrivassimo dopo una lunga camminata, una lunga battaglia proprio contro il cuore? Se la forma fosse l’arma con cui poter sentire la vanità della nostra vita e dunque la necessità della morte o del morire, per ritornare a vivere?

Forse si spiegherebbe tutta questa dipendenza dalla pornografia… E forse la pornografia e la forma diventerebbero dei tramiti e non dei fini. La consapevolezza, infatti, può nutrire l’abbandono…

Facciamo una pausa. Abbiamo accumulato un’intensità certamente non ordinaria, almeno per queste pagine virtuali dove finiscono le nostre parole.

Non lo dico per vanagloria ma perché mi sembra che il solo farsi delle domande non sia proprio la prima attività della nostra epoca.
Per questo lasciamo al silenzio il compito di correggerci o spostarci e poi torneremo la prossima settimana con la continuazione di questo viaggio nel tango, insieme a te.
Tra il maschile e il femminile (di cui parleremo più a fondo) e tra un tango ed un altro, intanto resta sempre il nodo alla gola…
Paolo De Falco
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Paolo De Falco
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Informazioni sull'autore

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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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