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Pippi calzelunghe e l’infanzia rubata

22 Febbraio 2013 di  Paolo De Falco

Il fantastico viaggio di un adulto attraverso gli occhi di un bambino alla riscoperta di avventure, immaginazioni e tanta meraviglia.

Pippi calzelunghe e l’infanzia rubata
Mi sono chiesto delle volte come potrebbe essere fare un viaggio con un bambino o con una
bambina. Intendo dire partire solo con loro, così … un po’ all’avventura, attraversando insieme
paesaggi e difficoltà, incontri e scoperte. Penso che potrebbe essere un’esperienza, non solo,
da augurare a tutti, ma addirittura da proporre come obbligatoria. Alla stessa stregua della leva
militare (abolita quando invece si sarebbe potuta mutare in un servizio civile reale) o delle
tasse da pagare.
Per un uomo e una donna “maturi”, viaggiare con un bambino‐a sarebbe probabilmente una
terapia di grande efficacia e intensità, che permetterebbe non tanto di riscoprire il mondo, ma
l’infinità possibilità di uno sguardo “aperto”, sul mondo. Dentro, anche, quella strana
concretezza di cui sono capaci i bambini.
Il mio viaggio attraverso il paesaggio culturale italiano, dunque, non può che cominciare
incontrando un bambino. Chiedendogli il suo punto di vista su alcune questioni che lo
riguardano da vicino ma che in realtà riguardano ancora di più la nostra società “adulta”.
Penso che riflettere su come nel nostro tempo l’infanzia viva il suo “stato”, su come i bambini
possono esplorare se stessi e il mondo, può farci capire non solo a che grado di civiltà siamo
giunti e che individui si stanno formando (cosa che dovrebbe, poi, influenzare le direttive
politiche) ma anche riconnetterci, più autenticamente, con la “dimensione” del cambiamento.
Stare vicino ai bambini, infatti, ci contagia positivamente, facendoci venire voglia di migliorare il
mondo in cui essi crescono.
Intendo dire che di fronte a una pianta piccolina che ha delle difficoltà, ammesso, appunto che
ci accorgiamo delle sue difficoltà, istintivamente reagiamo con più solerzia e agiamo più
facilmente, quasi senza accorgercene, per modificare l’ambiente affinché la natura possa
sviluppare il suo corso.
Non potendo fare, in questo momento, un viaggio nello spazio con un bambino, ho pensato di
fare con lui un piccolo viaggio nel tempo. E ho scelto Pippi calzelunghe come nostra compagna.
Tempo fa, infatti, ho visto una puntata di Pippi (la serie degli anni settanta) in compagnia di
alcuni bambini e mi è così piaciuta che sono tornato non tanto indietro negli anni, a quando, io
bambino, l’aspettavo arrivare al pomeriggio in una televisione che sapeva ancora di magico, ma
piuttosto al futuro. A quell’imperativo interiore che suggerisce a tutti noi quanto sia
importante occuparsi (o non occuparsi) della vita infantile.
Ma veniamo ai fatti: chiedo infatti al mio piccolo amico di 8 anni, il cui nome è Christian, di
parlarmi di Pippi e di raccontarmi di una puntata che lo ha particolarmente colpito. All’inizio mi
risponde che è da tempo che non vede Pippi in tv, poi comincia a raccontarmi una puntata che,
il caso vuole, è proprio quella che ho visto io, da poco. La sua memoria è formidabile e mi
racconta tutto con estrema precisione.
Lasciamo parlare gli accadimenti di questa puntata, allora, perché essi sono talmente forti da
far impallidire qualsiasi trattato di educazione creativa. E poi, se è il caso, proverò a chiedergli
un commento su ciò che ha visto.
Pippi e i suoi due amici sono scappati di casa. Il cavallo, spaventato da un fulmine, li abbandona
e loro devono continuare a piedi. Per mangiare suonano e cantano sotto le finestre della gente,
chiedendo qualche soldino. Non tutti glieli danno e la puntata comincia con un uomo di
mezz’età che, arrabbiato per il frastuono che fanno, gli butta addosso, dalla finestra, delle
scarpe. Pippi lo invita a venire a riprendersele e mentre l’uomo scende, gliele incolla sull’uscio
della porta del suo giardino. L’uomo arriva scalzo e quando indossa le sue scarpe, resta
bloccato.
Ritroviamo i tre bambini che mangiano in campagna finché improvvisamente sentono il fischio
del treno. Pippi corre al ponte e chiama gli altri due. Il treno passa sotto al ponte, sfrecciando
né troppo piano né troppo forte, e i tre amici si lanciano e finiscono sul suo groppone come in
un film di 007.
Anika dice di aver paura ma Pippi la rassicura rispondendo che il treno è sempre stato un mezzo
di trasporto molto sicuro. Dopo poco arriva il tunnel e si stendono pancia sotto. Qualche
secondo di buio e la campagna riappare con tutta la sua luce. I volti dei tre sono ora tutti
sporchi di fuliggine a causa del vapore scuro che esce dal treno e che il tunnel ha “bloccato”.
Si guardano e ridono di gusto delle loro facce sporche. Poi cantano e la puntata diventa un
documentario, inquadrando i diversi animali che vivono nella campagna da loro attraversata.
La fiction riprende con Pippi che si sporge, a testa all’ingiù, verso il finestrino dello
scompartimento sotto di loro e chiede che ore sono ad una signora comodamente seduta. Lei
quasi sviene incredula e Pippi, scomparendo, commenta: “non ha l’orologio!”.
Immediatamente arriva un uomo e, vedendo le condizioni della donna, le chiede cos’è
successo. La donna, allora, risponde che ha avuto delle allucinazioni.
Il viaggio continua e i tre si gettano dal treno per finire su un carro pieno di fieno che passa
vicino. Il treno si allontana fischiando, come per salutare. Il carro arriva ad una fattoria dove
scorazzano liberi un po’ di animali e di bambini, tutti maschi. Il più piccolo mangia della terra.
L’uomo che guida il carro è il loro papà. I tre protagonisti si presentano e chiedono di poter
restare a dormire nella fattoria. Il padre sta per rifiutare ma capisce che i tre possono tenere
compagnia ai suoi figli. La mamma, infatti, sembra non esserci, senza però che questo appaia
drammatico. Pippi aiuta il più piccolo ad imparare a camminare. Quando è sera, ritroviamo i tre
bambini nel fienile, arrampicati sulle capriate di legno come trapezisti del circo. Pippi si butta e
vola per qualche istante. Anika replica che è pericoloso e Pippi risponde che “sì è pericoloso
ma… divertente”. Thomas dice che “qui, nel fienile, è meraviglioso ed è meraviglioso esserci
insieme”. Dopo poco li raggiungono i maschietti di casa, portandogli delle cose da mangiare.
Stesi sul fienile cominciano a “confessarsi” delle imprecazioni e uno alla volta tutti i bambini
dicono la loro imprecazione all’orecchio di Pippi, che appare come una liberatrice del proibito.
Il più piccolo però piange e allora Pippi esclama: “piangi perché non sai imprecare?”
La mattina dopo ritorna il documentario, facendoci scoprire tutti gli animali della fattoria che si
svegliano. Animali veri. Quando arriviamo al maiale troviamo Anika che lo sta osservando e che
gli dice: “tu sembri il mio salvadanaio ma gli somigli soltanto, perché tu sei sporco come un
maiale”. La bambina, allora, tenta di lavarlo ma l’animale non ne vuole sapere e scappa…
Poi i tre fanno colazione sui tetti della fattoria e vengono raggiunti da gli altri bambini. Da lassù
guardano il paesaggio della campagna e così, improvvisamente, vedono il papà che entra nel
recinto del toro senza essersi accorto che l’animale è libero. Pippi lo chiama e lo avvisa del
pericolo. L’uomo si allarma del fatto che sono tutti sul tetto pericolante ma Pippi gli risponde di
guardarsi intorno… L’uomo, inseguito dal toro, scappa e riesce a mettersi in salvo ma intanto
anche il figlio più piccolo è entrato nel recinto e il toro se ne accorge. Pippi, allora, interviene e,
prendendo una camicia rossa stesa al sole ad asciugare, salva il bimbo e incanta gli spettatori
con una corrida improvvisata. Poi, messo in fuga il toro, salta dalla staccionata e cade in una
pozzanghera facendo ridere tutti. E pure se stessa.
A questo punto il papà offre in regalo a Pippi una vecchia macchina abbandonata nell’aia, come
riconoscimento per il suo salvataggio. La macchina sembra un rudere ma è fantastica, piena di
colori e segni che il tempo ha lasciato sulla carrozzeria. Tutti i bimbi si mettono a pulirla,
svuotandola di tutto. Comincia il riciclo e Pippi mette dell’acqua piovana nel serbatoio, al posto
della benzina, potenziata con cacche di mosche e zanzare. E ci aggiunge anche della colla
speciale. La macchina parte e sfreccia nella campagna, senza freni. A stento riescono a salutare
i loro amici della fattoria. Poi, quando perdono uno zaino a causa di una buca, Pippi,
nonostante la velocità, scende, lo riprende e insegue la macchina di corsa, risalendo al volo.
A questo punto comincia una spettacolare sequenza: come se fossimo in una play station
vediamo, attraverso una semisoggettiva dei tre bambini, la strada di campagna che scorre,
mentre la macchina affronta a 100 all’ora una curva dopo l’altra. La velocità cresce ma Pippi
guida sicura con i piedi. Finché, nel silenzio magico della corsa e della campagna, la peste con le
trecce, alza le braccia e la macchina decolla, come un aereo. Così, con gli stessi occhi pieni di
meraviglia di Thomas e Anika e ricordando ancora l’immagine di una vecchia ma fantastica
macchina che vola nel cielo con loro in groppa, come se quest’immagine si fosse consegnata
per sempre alla sua memoria, il racconto di Christian finisce, e pure la puntata.
Gli chiedo: “vorresti vivere delle avventure come quella che mi hai raccontato?”
Resta un po’ in silenzio e poi mi dice: “ma quella è fantasia!”
Insisto allora, e lui piano piano si abbandona a questa possibilità.
“C’è differenza tra realtà e fantasia ma Pippi è forte” e resta nuovamente in silenzio. Cerco di
collegarmi con il suo silenzio. Non è facile interpretarlo e sento che nonostante mi conosca e si
fidi abbastanza di me, dovrei passare con lui un po’ di tempo affinché possa aprirsi e dirmi
meglio ciò che pensa. “Ma una vita in mezzo alla natura, scorazzando per i campi, non la vedi
possibile”? Mi risponde che “bisogna andare a scuola”.
Già la scuola. Ma come dovrebbe essere la scuola per renderti felice? “Bè… con i banchi puliti,
bisognerebbe rispettare i materiali”. “E poi? – replico ‐ Non ti piacerebbe fare una scuola che
avviene anche all’esterno, in un giardino, una campagna”?
“Si”, mi dice, cominciando a scaldarsi. “Ci potrebbe essere un giardino con delle piante e
magari anche degli animali”. “Ah, vedi!” gli rispondo, incitandolo a continuare.
“Si, sarebbe bello ma non esiste una scuola così!”.
Già, non esiste. E se invece esistesse? Mi verrebbe da chiedergli. Ma mi censuro, per uno strano
pudore. Christian è un bambino che conosco da tempo. Qualche anno fa era meraviglioso.
Irriverente, simpatico, creativo se ne andava in giro con la sua canottiera celeste saltellando
vispo come un furetto. Ricordo una sua battuta, mentre camminavamo un giorno vicino al
mare, folgorante soprattutto per il modo con cui pronunciò le parole, per quella luce così viva
che aveva negli occhi. Stava seguendo una fila di formiche e le perdeva e ritrovava
continuamente, dato che scomparivano e riaffioravano sulla terra, finché, riavvistandole, dopo
un po’ che le cercava, si fermò, le guardò intensamente e mi disse tutto eccitato: “le
ussidiamo?”.
E ora la scuola lo ha addomesticato. Ha cominciato ad ucciderlo… lei. Parole pesanti ma come
si fa a non pensarle? Oggi Christian è oberato di compiti e poi deve correre dalla piscina al
catechismo ad altri impegni famigliari. E’ un prodotto del conformismo italiano, dello
spaventoso imborghesimento della cultura italiana, per cui mangiare la terra, saltare su un
carro di fieno o vendicarsi degli adulti insensibili, sarebbero non tanto delle azioni pericolose
ma del tutto impensabili. Dagli anni settanta in poi, gradualmente, non siamo diventati solo più
ignoranti ma anche meno vivi. Non è solo la televisione ad aver ucciso la vitalità, ma l’idea che la
povertà dovesse essere vinta con la pulizia ossessiva, il decoro formale, la lontananza dalla
terra. Così oggi la natura, nell’immaginario scolastico, è diventata solo un bosco di ulivi, ordinati
e pronti per essere inquadrati come dei prodotti rassicuranti ( e tipici). Ma del resto, dei boschi
e dei fiumi, i bambini sanno ben poco. Certo, vedono i documentari in tv e infatti Christian
adora i documentari, soprattutto quelli degli animali più selvatici come i leoni, le tigri, i serpenti
etc. Ha consegnato a questa visione tutta la sua voglia di vita selvatica, pericolosa.
Ma l’infanzia senza un rapporto magico e vero con il pericolo, che cos’è?
I bambini devono stare con i bambini, il più possibile. Negli anni settanta questa bambina
straordinaria che è Pippi calzelunghe, diceva soprattutto questo. E lo faceva con una tale forza
che oggi rivedendole, queste puntate, per tanti motivi, sembrano delle opere di un cinema
d’autore tanto consapevole della sua funzione quanto abbandonato alla sua dimensione
avventurosa. Non è solo il ritmo della narrazione e del montaggio così più lento e “vero” a
colpirmi, nel paragone con il linguaggio attuale, ma la ricchezza dei dettagli e delle sfumature
che allargano continuamente il punto di vista, pur dentro una dimensione creativa che è
assolutamente conscia, ripeto, del suo ruolo educativo. La puntata che Christian mi ha
raccontato parla da sé eppure ogni accadimento mette in campo una metafora.
“I bambini sono più complicati dei grandi” mi disse, una volta, un altro bambino con cui feci un
film diversi anni fa.
Il problema è che noi ci siamo troppo “ridotti” in questi ultimi 30‐40 anni; ridotti ad essere
troppo simili gli uni con gli altri. E allora non sappiamo neanche più accorgerci della
complessità. Certo, anche gli adulti sanno essere complicati. Meglio si potrebbe dire, però, che
sanno complicarsi la vita… forse non potendola esplorare come avrebbero voluto.
Oggi che il mondo e l’Italia sono così bloccati, allora, i bambini potrebbero insegnarci molto a
dipanare le nostre paure e rabbie, se li ascoltassimo veramente. Il conformismo “naturale”
dell’infanzia si amplifica, forse, se gli adulti appaiono poco responsabili nei confronti della…
vita. Se gli adulti appaiono persi, in preda alle allucinazioni.
E quale responsabilità, quale politica, è più rispettosa della vita di quella che sa rispettare il
bambino, sa lasciargli la possibilità di esplorare e di scoprire senza imporgli una realtà
confezionata, priva, sempre più, d’immaginazione e di ironia?
Eh si, cara Pippi, se tu fossi qui, ti chiederei di farmi salire su quella macchina che vola con la
colla come benzina. Insieme magari si potrebbe cercare una strada che non è tracciata sulle
mappe o che appare e scompare, come le formiche di Christian. Insieme si potrebbe andare in
cerca delle lucciole per farci incantare ancora dal buio. Prima o poi la puntata finirà, e allora, è
meglio godersela la nostra avventura…
Paolo De Falco
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Paolo De Falco
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Informazioni sull'autore

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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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