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Un invito a riflettere

La grande bellezza e noi

31 Maggio 2013 di  Paolo De Falco

“Con gli anni ho un atteggiamento sempre più disincantato e distaccato”, osserva Sorrentino. Ma nel tempo il disincanto diventa scetticismo e forse cinismo. E’ questo il fuoco centrale dell’imborghesimento del paesaggio culturale italiano?

La grande bellezza e noi
Si parla molto in questi giorni del film di Sorrentino. Cercherò di mettere a fuoco alcuni pensieri che mi passano per la testa da anni, come se questo evento fosse la goccia, l’ultima goccia che fa traboccare il vaso.

Un vaso che così pieno ha, invero, trovato un suo equilibrio e che dunque svuotare diventa non solo un rischio ma soprattutto potrebbe rappresentare un abbandono inopportuno. Svuotare un vaso è sempre un’operazione rischiosa: l’acqua potrebbe cadere sui nostri stessi piedi o finire sopra qualcosa che non ha voglia di essere bagnata. E io, sinceramente, non ho voglia di arrabbiarmi, di fare alcuna dimostrazione, di esternare alcun disprezzo, neppure nei miei confronti, seppure certo disprezzo manifestato nella storia artistica del Novecento (penso a Craig, a Picabia, ad Artaud, a Bunuel, a Godard per esempio) mi stia molto a cuore.
Mi chiedo perché?
Perché non ho voglia di arrabbiarmi? Ho imparato finalmente ad accettare il mondo?
Ho ridimensionato la mia passione, quell’attrito che c’è, che c’è sempre stato tra me e l’ambiente che mi circonda, e ora ho sola voglia di stare in pace?

Questa premessa per dire che tenterò, in modo sintetico, di parlare di alcune questioni che mi stanno a cuore partendo dal film di Sorrentino, sapendo che la mia “posizione” (di collega), non solo potrebbe ostacolarmi, ma potrebbe anche portarmi verso delle cadute pericolose.
Il disprezzo citato e il ridicolo, che è una condizione che può anche essere molto fertile, però, potranno forse aiutarmi a dare un senso alle cadute che, del resto, da sempre sono atti con cui noi esseri fragili impariamo a sostenerci.

Prima di tutto preciso che non svolgerò un’analisi critica del film, pur pensando che la lettura analitica della forma drammaturgica o della scrittura scenica presente in un’opera, è quanto mai importante, specialmente oggi: in un momento in cui regna la superficialità e la pigrizia, analizzare l’arte è opportuno e forse doveroso perché serve a ricostruire quel terreno comune, quella “base” che si è andata sgretolando sotto gli attacchi di una costante tensione soggettiva, fondamentalmente frutto proprio di quella superficialità e pigrizia appena citate.  O dell’immensa disponibilità degli esseri umani ad essere autoreferenziali e vanitosi.
Dunque non andrà in scena il mio giudizio analitico sul film che, comunque, dirò, per rilassare i lettori, non mi è piaciuto, pur considerandolo interessante per diversi motivi. Così come tali giudico i film di Garrone, specialmente Reality, suo ultimo, di cui vorrei parlare.

Aggiungo solo che auspico a me stesso e ad altri autori di film di cimentarsi con questa analisi, in modo pubblico. Di fronte a questo scenario così triste, infatti, dove non esiste più una critica seria, non solo per i motivi che dicevo prima, ma anche perché ormai molto basso è il quoziente d’amore che si prova per gli altri e, in special modo, per gli artisti, (i quali facendo un lavoro più o meno libero e privilegiato, fondato sull’espressione della propria sensibilità, sono diventati oggetto di una invidia tanto profonda quanto “inconscia”, che si alimenta a causa della sempre più generale condizione di frustrazione), penso che proprio dagli addetti ai lavori, dagli autori prima di tutto, dovrebbe venire un impegno a ricostruire quel patrimonio condiviso andato quasi perduto.
Intendo dire che è compito, oggi, prima di tutto di chi concretamente fa film, “servire” il cinema e svolgere un’osservazione critica rigorosa che alzi la temperatura e il livello così scaduto, levandosi per questo dalla competizione (o dalla finta non competizione) che li assorbe e li disarma.

Il problema non è solo portare un sistema di riferimento “colto” o specialistico nella valutazione delle opere ma rimettere in piedi quel complesso di cose che sta dietro ad un gesto creativo, intendendo per creativo qualcosa che si pone anche il compito di smuovere veramente uno scenario, quale esso sia.
Mi si potrà obiettare: ma la realtà non è mai ferma, è sempre in movimento e non c’è bisogno degli artisti o dei creativi per dinamicizzare… il mare! Forse. Ma forse l’arte può risvegliare o tenere alta la concentrazione, spingendo ad un’osservazione profonda, di sé e degli altri, che magari permette di accorgersi della meravigliosa monotonia del mondo (tanto per citare Pasolini).

Naturalmente questo impegno potrebbe voler dire salire in cattedra. E qui andiamo al centro della questione di cui vorrei parlare e che a mio parere La grande bellezza ci consegna.
Per farlo userei le stesse parole di Sorrentino che risponde alla domanda se ha mai partecipato alle feste che mette in scena nel film.

“Si… qualche volta, per pura curiosità “documentativa” in vista del film: le ho trovate piuttosto deludenti. Con gli anni ho un atteggiamento sempre più disincantato e distaccato… in questo senso c’è un’assonanza tra me e il personaggio (Gambarotta). Ho difficoltà a credere fino in fondo alle cose, una forma di scetticismo che a volte ti mette in difficoltà e a volte è una risorsa perché ti protegge, non rende nulla davvero indispensabile. Tranne cose intoccabili quali i figli, la famiglia, il lavoro”.

Sono parole molto significative, non solo per un artista, ma nelle quali, penso, molte persone oggi possono ritrovarsi. Molti vanno o andrebbero a queste feste non tanto per una curiosità “documentativa” ma per una curiosità, diciamo, generale nei confronti della vita. D’altra parte si può dire che la festa rappresenta una potente metafora della vita, e dunque parteciparvi è una tentazione naturale per degli esseri sociali e curiosi quali noi siamo. E spesso la vita è deludente, anche se poi nel fondo, resta sempre, a mio parere, un’avventura straordinaria per tutti, anche per quelli più sfortunati.
Ora saranno forse queste delusioni che ci creano quel disincanto o distacco, di cui parla Sorrentino, ma sta di fatto che nel tempo il disincanto diventa l’anticamera dello scetticismo e forse del cinismo. Quello scetticismo che ti “protegge e ti mette in difficoltà e che non rende nulla davvero indispensabile, a parte i valori intoccabili come la famiglia”.
Già, la famiglia. Ma non è importante allo stesso livello anche la “famiglia” sociale? O il valore del lavoro non si nutre, oltre che dell’impegno che possiamo metterci, anche di quella nostra più complessa passione che può farci considerare il lavoro uno strumento e non un fine, un modo (per quanto bello, se lo amiamo) di dare il nostro contributo al mondo?

Possono sembrare cose scontate ma credo che siano questioni piuttosto sostanziali. Quanto più siamo disillusi e distaccati tanto più ci chiudiamo in quei valori-sistemi che qualcuno un tempo definiva borghesi. O che rappresentano e vogliono da noi proprio un certo grado di chiusura, di “conservatorismo”. Mi chiudo nel lavoro e/o nella famiglia e per il resto fondamentalmente… mi proteggo. Pur se creo, oso, osservo magari anche propongo… sempre.

Questo forse è il fuoco centrale dell’imborghesimento della sinistra italiana, di questo ambiente “antropologico” che esprime il paesaggio culturale italiano.
Il fatto che a dire queste cose sia un uomo impegnato (nel senso che affronta temi impegnati con il suo lavoro), un artista che l’opinione pubblica percepisce come un intellettuale, non fa che dirci di quale profonda sia stata questa trasformazione o questo processo di delusione-protezione del-dal mondo.
Figuriamoci il resto, che non ha il talento creativo di Sorrentino, la sua imprevedibilità, frutto di quella intelligenza sensibile che permette agli uomini di potere sorprendere se stessi! Figuriamoci quanto poco, questo resto, concepisce il suo lavoro come uno strumento e non come un fine, quanto poco tenta di non piegarsi, non tanto alla legge del mercato (che il mercato è sempre più imprevedibile, nonostante tutto, del paesaggio degli addetti ai lavori), ma all’atmosfera generale di disincanto e di comodità che porta all’opportunismo e al conformismo.

Attenzione però. Le mie parole possono trarre in inganno. In un doppio senso. Ci sono persone, artisti, che credono molto nell’idea di mandare un “messaggio” attraverso l’opera. Naturalmente maggiormente nel mondo della sinistra. Si tratta, diciamo, di un riflesso genetico, una sorta di “memoria” assorbita. Ma quanto, poi, questo corrisponda o stimoli una ricerca profonda (in sé e nella realtà) è un’altra cosa. Per cui alla fine le buone intenzioni nascondono una pochezza di passione, di rigore, di ampiezza nella e della osservazione. E il lavoro creativo nasce e finisce nell’ideologia senza infrangersi nel setaccio della realtà. Nella sua complessità e anche nella sua  vanità.
Viceversa ci sono artisti, come Sorrentino, che tendono o amano il distacco (per carattere, per vocazione, per vezzo, etc), che non vogliono ergersi a dare un messaggio unico ma tentano di interpretare o di narrare qualcosa che appaia semplicemente significativo e spettacolare. Ma che nonostante il loro disincanto riescono a generare più domande e riflessioni dei primi e dunque il loro lavoro risulta essere più politico di chi tende, o pensa di tendere, direttamente al cambiamento.

Il fatto è che questa questione del distacco è centrale in arte. Tanto centrale che vorrei provare un esperimento. Invece di continuare a parlare, forse come un entomologo fuori tempo, di questioni inerenti le radici dell’opera d’arte e la sua funzione, proverei ad usare questa rubrica “giornalistica”
come uno scenario di discussione, di confronto.
Su internet è oggi più facile inserire il proprio commento al termine di un articolo. Basta registrarsi e si può scrivere la propria opinione. Finora i miei articoli, compreso quello sul caso de La nave dolce, che è stato molto letto, non hanno mai avuto alcun commento. No, mi sbaglio: solo un paio.
La cosa non mi piace e credo che sia mia responsabilità. Dunque chiedo ai lettori di provare a partecipare a questa mia riflessione, inviando un loro intervento o delle domande o delle risposte, una citazione, insomma qualsiasi cosa pensino possa dare un contributo.
Il film di Sorrentino può essere lo spunto ma vi chiedo di non fermarsi ad esso. Né di fermarsi al cinema italiano. O al cinema. La questione è “universale” e ha bisogno di una prospettiva quanto più ampia possibile.
Così come per la giustizia, per i diritti del lavoro e per altri campi del nostro vivere sociale, la questione dell’arte è un valore fondante: ci si preoccupa di conservare, nei musei, nelle chiese, nelle città e ora anche sul web, la bellezza del nostro patrimonio, ma di conservare il fuoco che alimenta la creazione, una creazione necessaria e rivelatrice, nessuno se ne occupa. Neanche le scuole d’arte deputate, forse, che tra superficialità e impreparazione a stento consegnano un mestiere figuriamoci un compito.
E invece no. Bisogna ritrovare questa tensione. Anche attraverso le parole che certo non possono restituire la magia di un atto misterioso, che tuttavia si nutre, ha bisogno anche di una “scienza”, ma che possono comunque rimettere in circolo una riflessione, una tensione appunto, contribuendo a creare una atmosfera meno superficiale.
Non si può lasciare questa questione solo al talento “naturale” degli artisti. O non si possono lasciare soli gli artisti. Essi hanno bisogno del mondo come il mondo ha bisogno di loro.
Pirandello diceva: “se il teatro muore… continuerà nella vita”.  Forse questo è gia avvenuto, ma questo “passaggio” cosa ha portato? Che uomo “nuovo” ha creato? Chiediamocelo, tutti insieme.

Ognuno con il proprio linguaggio e la propria esperienza, con i propri limiti e la propria sensibilità. Chiediamocelo e … servirà.

Dunque aspetto i vostri contributi per continuare a dire la mia. E però voglio coinvolgere qualcun altro che condivida e reagisca, con me, alle sollecitazioni che arriveranno: si tratta di Onofrio Romano, un sociologo che insegna all’Università di Bari e che ho conosciuto tempo fa in occasione della presentazione di un suo testo sulle fabbriche di Niky Vendola. Un testo intelligente e coraggioso che apriva uno squarcio di verità in un momento in cui l’atmosfera generale non era certo molto critica con la politica del Governatore pugliese.
Ma a parte questo, Onofrio Romano si occupa della consunzione dei valori, di “questo fallimento che genera la divaricazione tra le forme e la vita”, e lo fa interessandosi anche agli artisti.
Inoltre insegna, e questo ruolo lo porta ad essere vicino ai più giovani, a coloro i quali, nonostante il mondo sia così terribile e frustrante, nonostante ricevano dai più adulti indicazioni o suggerimenti “inconsci” ad abbrutirsi su modalità legate alla sola convenienza, manifestano un “vuoto” crepitante, una sete che deve essere ascoltata e potenziata. Prima che sia troppo tardi.
Dunque Onofrio mi aiuterà a tenere accesa la fiamma e anzi a ravvivarla, e insieme proveremo a ragionare, percepire, ricordare e immaginare.
Sono sicuro che il tempo è dalla nostra parte. E che la bellezza ci aiuterà.
Paolo De Falco
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Paolo De Falco
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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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