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Il vento delle conversazioni

La deriva

12 Ottobre 2013 di  Paolo De Falco

La filosofa Francesca Romana Recchia Luciani: “Il vecchio PCI aveva preso alla lettera la questione gramsciana dell’egemonia, forgiando fior fior d’intellettuali. Proprio loro però non hanno saputo riprodurre un ceto intellettuale perché si sono concentrati sul loro ombelico”.

La deriva
Il mercato del vento riprende oggi a proporre una “conversazione”. L’occasione è, continuando sul percorso già tracciato da alcuni articoli-conversazioni precedenti che prendevano spunto dal film La grande bellezza di P. Sorrentino, la pubblicazione su Affari italiani di un articolo della filosofa Francesca Romana Recchia Luciani che riflette sullo stato di cose del cinema italiano. (http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/la-deriva-del-cinema-italiano-il-neo-neorealismo-da-emma-dante-a-paolo-sorrentino.html?refresh_ce)

Francesca R. Recchia Luciani è docente di Filosofie contemporanee e saperi di genere dell’Università di Bari e, invitando a leggere integralmente il suo articolo, cercherò di proporre a lei alcune domande-riflessioni che mi sono state stimolate appunto dal suo intervento.
Per riassumere brevemente e far comprendere al lettore, che non ha letto o che non leggerà l’articolo completo, il pensiero della filosofa, mi sembra di poter copiare e incollare qualche passaggio emblematico:
“… Via Castellana Bandiera, È stato il figlio (Ciprì), Bellas Mariposas (Salvatore Mereu) sono film girati più o meno nell'ultimo anno e raccontano tutti la stessa immutabile, stantia e putrescente storia, rimestano nel torbido di un paese che si crogiola nel fango, dove gli intellettuali in primis hanno rinunciato a qualsiasi idea di futuro, a ogni possibile o impossibile (figuriamoci!) prospettiva. Come avvoltoi che banchettano intorno ad un cadavere in decomposizione rimandano continuamente, all'infinito, l'idea di un fallimento senza speranza, di una collettività dispersa, disperata e disperante, naturalmente facendolo ancora più spesso e volentieri con soldi pubblici.
… Ovviamente non si sta invocando né l'occultamento delle piaghe infette del moribondo, né tanto meno l'invenzione puramente fantastica di realtà parallele, che suonerebbe nello stato comatoso in cui versiamo come pura e semplice fantascienza. Uno scatto di immaginazione sì, però, si pretende. Si potrebbe, per esempio, provare a non tentare supinamente di scimmiottare (ancora!) il neorealismo, al quale solo gli stranieri sarebbero tuttora legittimati a richiamare il nostro cinema per analogia all'idea folcloristica che nutrono di esso, ammaliati da un'immagine dell'ex Belpaese dal quale inviare cartoline con stilizzate rappresentazioni dell'indigeno orrido antropologico e con tanti saluti dall'immobile "terra del rimorso".

Dunque, vengo subito a quello che mi sembra il nocciolo della questione del tuo articolo: tu scrivi che “ questo ripiegamento (a cui assistiamo così diffusamente e non solo nel cinema italiano) dello stile a esigenze ideologico-culturali di pura denuncia, di segnalazione sociologica, di avvistamento di un problema che viene illustrato con un certo compiacimento e immediatamente accantonato”, è sia squisitamente cinematografico che profondamente politico… “come se il prenderne atto fosse già la soluzione o - peggio - lavasse tutte le colpe di un ceto intellettuale del tutto autoreferenziale, privo di inventiva, di capacità di rinnovarsi e creare, e dunque perennemente imbambolato dinanzi allo spessore incombente della realtà.
Sono d’accordo ma ti chiedo: quest’immobilità da cosa deriva? Forse tentare di comprendere, di concentrarsi su quali possono essere le cause di questo imbambolamento, può servire a modificarlo, no? Altrimenti, non credi, che dirsi che c’è l’imbambolamento serva a poco o, magari, serve solo, come scrivi, a lavarsi di tutte le colpe?
Per esempio, a mio parere, una delle cause è la presunzione degli italiani. Nascosta, molte volte, in una finta modestia. Quella presunzione che impedisce alle persone, spesso proprio quelle che hanno degli strumenti maggiori sul piano culturale, di mettersi in gioco, di ascoltare, imparare, ricevere veramente. Di conoscere. E anche di prendersi la responsabilità di guidare. Di dirigere.
La cosa è solo apparentemente paradossale dato che la presunzione cela proprio l’assenza di coraggio e un’insicurezza, una debolezza, invece, strutturali. Solo un io forte può aprirsi autenticamente, esporsi, accogliere. Quello debole si chiude o si appoggia.
Naturalmente, mi rendo conto che possiamo cominciare il processo delle scatole cinesi per cui, una volta messe a fuoco le ragioni della presunzione, verrebbe di tentare di scoprire le ragioni di queste ragioni… etc. Ma non credi che questo processo, questo approfondimento, questa ricerca costante, sia necessaria?

- La presunzione è un dato soggettivo, caratteriale, non può essere assunta come fattore etnico (se proprio volessimo indugiare sugli stereotipi – cosa che disapprovo totalmente – e se ammettessimo che gli italiani sono presuntuosi, allora dei francesi che dovremmo dire...). Per rispondere alla tua domanda io voglio invece evocare il piano politico, perché trovo che il corrente disarmo degli intellettuali nazionali dipenda completamente dalla incapacità della politica di accoglierne il pensiero, gli atti, la produzione, le opere. Un intellettuale, un’artista, un creativo non emerge dal nulla, non compare come una mosca bianca, non è il soggetto di un’epifania, non si genera e non crea nell’isolamento, l’arte e la cultura sono come un fungo, hanno bisogno di un terreno in cui le spore prendano vita e forme, se manca quel terreno, non trovano spazio e alimento per crescere e svilupparsi, e per contagiare altri che poi li imitino. La cultura e la sua amministrazione in Italia è feudale, in mano alle lobby  e alle corporazioni (lobby teatrali, cinematografiche, universitarie, editoriali, e chi più ne ha più ne metta), non si può imputare ai singoli di non essere in grado di risollevare le sorti culturali di un paese inerte. D’altra parte nessun partito come il vecchio PCI aveva preso tanto alla lettera la questione gramsciana dell’egemonia, praticandola e forgiando fior fior d’intellettuali, di artisti, di cineasti e di pensatori di prim’ordine, purtroppo poi sono stati proprio loro a non saper riprodurre un ceto intellettuale all'altezza delle sfide del tempo, perché spesso si sono concentrati “presuntuosamente” sul loro ombelico e non hanno consentito agli altri, alle giovani generazioni di crescere, non hanno seminato nulla, hanno prodotto quella desertificazione che oggi è il nostro paesaggio culturale.

Certo, la cultura è in mano alle lobby e alle corporazioni (anche quelle familiari) e certo, se manca un terreno fertile di ascolto, l’arte non può contagiare molto (quanto al suo svilupparsi la cosa è più complessa dato che la solitudine o la rabbia – se riconosciute ed elaborate- possono essere dei motori molto potenti ed efficaci per la creatività). Se mi permetti, come ho già scritto in un precedente articolo con Onofrio Romano, come artista e come intellettuale, pago sulla mia pelle quotidianamente tutto ciò. E questo sia sul piano concreto, “imprenditoriale”, come produttore di opere che non riescono, per una serie di ragioni, ad incontrare un “mercato”, sia sul piano emozionale. Se lo dico è per un motivo ma preferisco lasciare alla “sensibilità” di chi legge la comprensione o quantomeno una riflessione su questo.
Il fatto è, però, che tu parli delle colpe della politica (innegabili) e non delle responsabilità degli stessi intellettuali e artisti. O diciamo, generalizzando, della classe dirigente in campo culturale.
Salvo aggiungere che, nonostante la “preparazione” della vecchia classe intellettuale, essa si è poi concentrata presuntuosamente sul proprio ombelico etc.

Ora a me pare che bisogna parlare di un’altra questione di cui nessuno parla e che è fondamentale soprattutto in questi anni: essa non è la presunzione ma la vanità. Concentrarsi su se stessi, infatti, deriva da questa tentazione più che dal credersi immuni dal dover imparare o dal dover ascoltare. Ma cosa c’è dietro la vanità? O quando essa diventa così potente? Quando la vanità, invece che essere liberatoria, ci imprigiona in questa idea dell’io così “catastrofica” o meglio così arida? La catastrofe anzi, per me, è la malattia che cura…
Sicuramente la vanità è anche una fuga dal dolore, quel dolore  che deriva dal fatto che gli altri, semplicemente, ci amano così poco o perfino si accorgono così poco di noi. Ma essa nasce sostanzialmente dalla nostra debolezza, dal nostro non credere in noi, a tal punto che dobbiamo specchiarci continuamente per vedere se esistiamo veramente. O per riconoscerci, per sentirci amati.
Invece di concentrarci sulla nostra salute, ascoltando i meccanismi “fisiologici” del nostro motore esistenziale, invece di abbandonarci alla nostra vanità più profonda, quel “senso” in grado di farci sentire che siamo (e come siamo) solo esseri che passano, invece di amarci e disprezzarci in modo fertile e distaccato, preferiamo guardare “l’immagine” che, pur essendo impietosa, riesce a permetterci un processo illusorio. Tra l’immagine e il “reale” ci siamo noi, infatti, con i nostri limiti e le nostre facoltà straordinarie.
Naturalmente l’illusione non sta nell’immagine ma in quello che essa produce su di noi.
Mi riferisco al fatto che l’immagine, come la parola del resto, non è più vana di ciò che trasmette e dunque, proprio per questo, è inutile processarla. Essa vuole fermare l’immediato ma riuscendoci… non ci riesce. Dovrebbe scorrere in contemporanea, dovremmo avere costantemente un occhio dentro allo specchio e uno fuori… ma impazziremmo presto.
Forse, se ci concentriamo sul significato, e non sul significante, potremmo, però, scorgere che anch’esso è illusorio, che anch’esso è mutevole.
In questo modo questa mutevolezza potrebbe spingerci all’ascolto costante e  il nostro lavoro dovrebbe essere quello di stargli dietro a questo significato e di perderci nel mistero della sua indicibilità, percependolo a pieno con il nostro corpo. Noi siamo un corpo, infatti, non abbiamo un corpo….
Ora si può vivere sempre nel mistero? Può l’uomo sopportare questo vuoto continuo, questa ricerca continua?
O è meglio che s’illuda? Su se stesso e su ciò che apparentemente è altro da lui?

Ma, ritornando a questioni di tipo “storiche”, come possiamo forgiare degli uomini e delle donne capaci di non pensare solo a loro stessi? Perché la sinistra ha fallito, ammesso che gli uomini, di cui parli, si siano formati solo attraverso i comandamenti politici? E del resto che cos’è politica?
La presunzione non è certo un fattore etnico e non è neanche uno stereotipo, quanto un comportamento che si può, certo, vedere o meno ma sul quale sarebbe bene riflettere.
Essa dimostra qualcosa e, del resto, prolifica attraverso quel contagio, quella spinta conformista che pervade una società quanto più l’individuo è debole.
Non si tratta di considerarla un fattore etnico anche se, ti chiedo, i fattori etnici non derivano forse anche dalla politica? L’etnia non è una “cosa” immutabile, si trasforma continuamente e deriva, come Barth ha scritto, dalle dinamiche pratiche e simboliche che i gruppi producono allo scopo di stabilire dei  confini tra sé e gli altri gruppi. Gli italiani sono presuntuosi in un modo diverso dai francesi, a mio parere. Nei francesi io scorgo un senso di superiorità che, se in passato aveva radici nella loro vitalità intellettuale, oggi appare una forma quasi vuota. E poi il loro “istinto coloniale” e protezionistico li porta a dover affermare anche quando non hanno nulla da dire o da difendere. Noi, invece, siamo presuntuosi per paura. Per ignoranza. E per scimmiottare i francesi, magari.

Io ho studiato cinema a Roma con il prof Aristarco, che è stato un esponente importante di quel mondo che tu hai citato. Aristarco mi ha insegnato a leggere un film e dunque il suo “metodo” me lo porto dentro. L’impegno che la lettura di un film prevedeva e prevede non vuol dire che uno spettatore critico non possa anche abbandonarsi, disfarsi di sé e dei suoi strumenti.
Ricordo di una polemica tra Calvino e Aristarco negli anni settanta, credo, che vedeva Calvino affermare l’importanza dell’abbandono di fronte ad un film, in quanto opera essenzialmente estetica. A dispetto, appunto, dell’analisi proposta da Aristarco. Allora ero con Calvino, oggi penso che sia necessario ritornare al momento dell’analisi, che bisogna ricostruire un patrimonio di regole o impressioni, se vuoi, condivise. Mi verrebbe da dire un patrimonio oggettivo.
E’ il momento di essere didascalici e didattici. Come base fondante, però, di una proposta maieutica che diventa seriamente possibile solo a partire da questo patrimonio condiviso.
E poi l’estetica non è slegata dall’etica, così come la consapevolezza può nutrire l’abbandono e l’impegno può servire la resa, perfino la deriva, che sono, io credo, così necessarie all’uomo. Calvino parlava in un’altra Italia, un altro mondo, che magari aveva meno informazioni ma che accoglieva più in profondità quelle che “giravano” o che semplicemente stavano… nell’aria.
E questo per un’atmosfera generale che presentava più vitalità, più “purezza”, più sete… direi.

Ora se il novecento ha fallito, le cause non stanno solo nelle sue utopie ma nel fatto che esso ha prodotto, da una parte, una stanchezza pesante, come quella di un atleta che ha corso a perdifiato senza riuscire ad amministrarsi internamente, eccitato com’era dalla pista; dall’altra, il dato materiale ha vinto sugli altri “dati”, presentendo gli uomini (inconsciamente) che le risorse non sarebbero state a breve sufficienti per tutti. E poi c’è stata la vanità.
Dietro a queste lobby c’è, quindi, il loro interesse materiale, il loro non voler mollare l’osso, come la loro (nostra) stanchezza. E c’è la vanità.
Poi, certo, ci sono tante altre cose, come le illusioni che hanno creato la tecnologia e la comunicazione. Illusioni che ci hanno indebolito tanto.  Illusioni che hanno colpito soprattutto i più giovani, a cui i più vecchi non hanno saputo parlare più, soprattutto in privato. Quando muore il rapporto tra le generazioni, non muore solo la memoria che è magari anche un secchio dove poter rimescolare il mondo (se il rimorso non amplificasse la paura di farlo), ma anche il setaccio della complessità, il senso della gradualità.
Mi fermo qui e fermo anche questa conversazione per il momento, dato che ho troppo commentato la tua risposta: non voglio stancare e quindi rimando  alla prossima settimana la continuazione di questa conversazione sul cinema e la cultura italiani. Nel prossimo numero parleremo più in dettaglio di cosa è “reale” e di questo  neo-neorealismo di cui tu parli. Di cinema di fiction e di cinema documentario. Chi vorrà seguirci e commentare sarà il benvenuto: al mercato del vento le idee possono costare poco o molto. L’importante è non illudersi di averle per sempre…
Paolo De Falco
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Paolo De Falco
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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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