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Il libro il legno le lacrime

L’ultimo pianto

25 Ottobre 2013 di  Paolo De Falco

Il pianto è come la musica, liberatorio perché ci imprigiona. Quello che avviene è che, improvvisamente, non ci sentiamo più soli. Sentiamo di avere una strana, bellissima, disperazione dentro.

L’ultimo pianto
Dedicato all’Eritrea e al Giappone
Ispirato dalla musica di Ryuichi Sakamoto
http://www.youtube.com/watch?v=ug2s7zkEWpA

Tutti noi piangiamo ancora. Improvvisamente o inevitabilmente, alla fine di una giornata, alla fine di una lunga impressione, alla fine di un’attesa.

Il pianto sempre ci fa bene. Come acqua che perdiamo e che ci lava. Ci stringe e ci apre… all’infinito.
Ma di cosa piangere se tutto è stato già vissuto? Se nulla difficilmente, ormai assolutamente, ci sa sorprendere? Se il mondo che noi siamo ha perso la purezza o l’imperscrutabilità?
La cultura del pianto ha prodotto la morte del pianto, forse?
Potrebbe farci piangere un happy end o una domanda insistente, uno sguardo teso che lotta?
Potrebbe farci piangere il niente? Una gru che resta sospesa lassù, nella notte di una città?
Potrebbe farci piangere una mela o un mandarino che ci chiede un bambino, le sue smorfie quando le mangia? O la fine di un amore che non finirà?

Se fossi veramente un documentarista me ne andrei a cercare il momento in cui le persone piangono e non sapevano che lo avrebbero fatto. E cercherei quelle persone che nessuno si aspetta di vedere piangere. Non per mostrarle al mondo. Né per vederle io. Ma per testimoniare che è accaduto, qualora qualcuno lo chiedesse o fosse necessario farlo, fosse necessario testimoniarlo.

Il pianto è come la musica, liberatorio perché ci imprigiona. Come un volo supera la forza di gravità, con un semplice movimento del capo. Non sappiamo se il motivo per cui stiamo volando è quello per cui siamo partiti, non sappiamo se il cielo è intorno o sotto. Se sopra c’è qualcosa che ci aspetta o se stiamo ancora giù, attaccati. Non sappiamo se siamo foglie o se potremo ancora vederci, se vale la pena sorridere. Quello che avviene è che, improvvisamente, non ci sentiamo più soli. Sentiamo di avere una strana, bellissima, disperazione dentro. Qualcosa che abbiamo avuto in eredità, più della nostra faccia o della nostra pelle. Del nostro amore.

Così piangiamo, come pulcini e foglie. Come assenti e innamorati.
E se ci voltiamo con la testa, piangiamo ancora di più.
Anche se la finestra non è aperta. O fuori, il vento, non c’è. Né ci porterebbe con lui.
E sembriamo infine qualcosa a noi. Ghiaccio che si scioglie e diventa specchio, quello strano occhio smarrito che resta ancora e osserva così la nostra mutevolezza.

Noi siamo fuoco. Siamo una corda. Siamo come quello scorcio che s’incunea nell’immobilità.
E fa finta di muoverla. O, certe volte, di esserne mosso.
Noi siamo noi stessi. Foglie che seccano, per lasciare un peso.
Se qualcuno ci dicesse che non vale la pena di piangere, resteremmo meravigliati.
Anche se il mondo dorme. O se la terra dorme. Anche se le zebre e i serpenti sono lontani. E non torneranno questa notte nello stesso posto. Anche se la notte cancellerà le loro orme. E l’acqua si alzerà, fino alle alte vette del buio.

Il monte ci chiama, ora. Forse per questo piangiamo. Forse per la morte. O per quel fiore giapponese. L’Africa sventola il vento che piange. Ora.

Non lo faremo. Non è il momento. E’ forse il momento di piangere? E’ forse il momento di tornare al libro? O al legno?
Il suono è tutto, però. Il suono sta qui adesso e regna, tremando, sempre tremando.
Non piangeremo. No. E’ la notte che lo farà. Farà anche questo per noi.
Paolo De Falco
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Paolo De Falco
Paolo De Falco
Informazioni sull'autore

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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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