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Metafora italiana

L’attesa è ciò che conta

01 Marzo 2013 di  Paolo De Falco

I fatti non contano, diceva sempre Carmelo Bene. I fatti non esistono. Noi italiani lo abbiamo provato al mondo. Anche perché sempre pronti da decenni a parlare solo di fatti e non dei fatti. I profughi, i clandestini, gli esclusi, sono diventati, finalmente, la massa.

L’attesa è ciò che conta
Dopo aver incontrato, la volta scorsa, un bambino di otto anni, avrei voluto questa settimana proporre una conversazione con una giovane artista ed organizzatrice culturale siciliana di 29 anni.
Ma la situazione politica mi ha suggerito di scrivere altro e dunque troverete questa conversazione la prossima settimana.

L’attesa del piacere
Nonostante questo paese non riesca a leggere più le metafore e soprattutto ad elaborarle, figuriamoci a cavalcarle, esse continuano a pararsi di fronte al muso degli italiani.
I terremoti, le frane, gli allagamenti che sono avvenuti negli ultimi tempi, sembravano, infatti, portare non solo vittime e danni, dolore e rabbia ma anche dei segnali, dei messaggi.
Stessa cosa valeva per quella nave infrantasi vicino alla costa per un gesto di vanità.
E, naturalmente, stessa cosa vale, oggi, per il grande rifiuto del Papa che, dal centro della terra italica, rinuncia alla guida della Chiesa con un gesto umano e politico di grande potenza simbolica.

Mi rendo conto di addentrarmi in una percezione delle cose che potrebbe appartenere ad un uomo di un’altra epoca, quando esistevano gli dei, e la terra aveva un’anima in grado di parlare continuamente agli uomini che abitavano il suo tempo.
Dunque, di essere fuori “luogo” con questa mia lettura delle cose.
Ma ho già scritto nell’introduzione a questa rubrica che il viaggio nel tempo e oltre il tempo è la prospettiva che più auspico a me stesso e poi, come creativo, le metafore mi attraggono più di ogni altra cosa. Non tanto perché, pur conducendoci verso una specie di segreto, un territorio sotterraneo (oggi la cultura underground, a mio parere, sta in attesa nelle zone di frontiera, nel vuoto del mondo) esse ci liberano dalla nostra gravità, ma perché, le metafore, sono in grado di riportare la nostra vita alla sua dimensione più reale: quella del gioco.
Senza dire poi che le letture “concrete”, che si possono ascoltare “in giro”, mi appaiono così lontane dalla realtà che sembra impossibile evitare di rifugiarsi nel “potere” di queste metafore. Nel tentativo, forse, di trovarvi una qualche salvezza.

Nel mio primo articolo su Golem che prendeva spunto dal caso de La nave dolce, film prodotto dall’Apulia Film Commission, al soldo dell’onorevole Vendola, rivedevo la nave di Fellini procedere persa nel Mediterraneo.
Su la Gloria N. c’erano attori, cantanti, nobili etc, forse una società in decadenza, stordita dal benessere, incapace di accettare quello che stava al di fuori della sua cerchia del privilegio.
Ma mentre la nave va, nonostante l’inconsistenza dei suoi abitanti e della meta, i Balcani si infiammano e il Capitano è costretto ad accogliere a bordo dei profughi serbi.
Chi sono oggi questi profughi?
I profughi, i clandestini, gli esclusi, sono diventati, finalmente, la massa. Una massa che ha riempito la stiva, si è fatta trasportare, sballottolare di qua e di là, si è confusa con la merce, mischiata agli attori, ai cantanti, ai nobili e poi, pian piano, ha “sentito” la voglia di venire su, di prendere il timone per provare il gusto del comando.
Come aveva profetizzato Carmelo Bene, nella sua celebre apparizione televisiva al Costanzo show, circa 20 anni fa, la massa, appena alfabetizzata, da massa di elettori (spettatori) diventa massa di eletti (attori), sentendosi sempre più libera, “in rete”, di esprimersi al riparo dal vento. Dalla sua meravigliosa e cangiante monotonia.
Così le vele, ora, sono gonfie e fibrillano su questa nave bloccata, che aspetta alla deriva, guidata dalla massa.

Aspetta. Già.
Eppure, in quest’attesa, c’è qualcosa di straordinario. Di eccitante e commovente insieme. Quest’Italia, pardon, questa nave, tirata di qua e di là come uno stivale puzzolente ma pur sempre affascinante, finalmente ha toccato il famoso fondo, quel punto che i teatranti norvegesi chiamano sats. Il sats è l’impulso all’azione che ancora s’ignora e che può andare in qualsiasi direzione. Naturalmente questa “posizione” che indica, dunque, il momento in cui “si è sul punto di agire, l'istante che precede l'azione nello spazio, quando tutta l'energia è già lì, preparata a intervenire, ma come sospesa, ancora tenuta in pugno”, si può considerarla anche come un punto che proviene da un movimento già fatto. Ma, indipendentemente dalla prospettiva, possiamo dire che si tratta del punto che sta in mezzo, tra un movimento che finisce e uno che inizia.
Eugenio Barba, che nel secolo scorso e dalla Norvegia ci parlava del sats, osservava che negli attori e danzatori asiatici c’è una facilità a sostare in questa posizione, restando in scena con le gambe molleggiate e un po’ piegate.
Ora, vorrei far notare che questa posizione è quella che si potrebbe prendere qualora si decidesse di cacare in piedi.
Quindi, mentre stiamo cacando, e magari siamo circondati da ciò che abbiamo “espresso”, siamo maggiormente pronti a sollevarci, siamo, cioè, nella posizione tecnicamente ideale per spiccare il volo. Come si può vedere, possono nascere metafore interessanti da considerazioni molto fisiche, si potrebbe dire, appunto, tecniche.

Ma torniamo alla nostra nave, pardon, la massa, che nella sua attuale posizione sembra pronta, quindi, all’infinita possibilità. La sua è una posizione terapeutica che confina con il nulla, dato che l’infinita possibilità potrebbe anche bloccarla per sempre. Potrebbe portarla, in altre parole, a quello “stato” in cui vive la principessa addormentata nel bosco che, come si sa, resta così fino a che il principe non viene a svegliarla.
Naturalmente bisogna sperare che esistano ancora dei principi che, o perché hanno già loro troppa puzza sotto al naso o perché nati con un difetto percettivo congenito che non gli fa sentire alcun odore, riescano ad avvicinarsi senza problemi ad una tal signora puzzolente baciandosela e portandosela a casa.

Insomma, mai come ora, è chiaro che siamo vicini agli opposti, alla dittatura come alla democrazia totale. A quella condizione, che abbiamo conosciuto nel corso del tempo e che ci attrae patologicamente (specie se i principi sono brillanti e un po’ pagliacci o dandy); ma anche a quella che qualcuno ha definito, forse profeticamente, come la “situazione politica, dove il popolo viene preso a calci dal popolo su mandato del popolo”.
Chi vivrà vedrà!
Ma questa posizione metaforica, questa sospensione del tutto, non è forse una condizione meravigliosa?
Cosa accadrebbe se, invece di limitarci a stare fermi, riuscissimo a decidere… di stare fermi?
Quale rivoluzione potrebbe avvenire in questo spazio bianco, che assomiglia ad un triangolo nero su sfondo bianco?
Si tratterebbe di entrare dentro un’energia in grado di trascenderci, di contenerci senza reprimerci?
Dunque, un’energia in grado di affrancarsi dai nostri limiti, in grado di usarci, per restare tanto eterea quanto pronta, divenendo il punto di un equilibrio capace di sedurre il mondo intero?

I mercati oggi sono fermi, in attesa. Il mondo ci guarda.
Guarda questo stivale, già da sempre sospeso nel mare più antico, mentre rimane così, nell’aria, come una gamba che sta per buttarsi in acqua o rientrare in sé, ruotare verso est o ancora battere il tacco al cielo.
Magari, questo piede potrebbe perfino camminare sull’acqua, lasciando tutti sbigottiti, per andare a prendere il nuovo papa dove un tempo andava a prendere la visione del deserto: in Africa.
Siamo il centro del mondo. Non il suo ombellico ma l’asse centrale, il baricentro, il piede che ha spostato il suo peso nel vuoto e ora, da qui, può indirizzare tutti.
Un altro teatrante, Grotowski, disse una volta: " I piedi sono il centro dell'espressività e comunicano le loro reazioni al resto del corpo".
Da loro, dunque, nasce tutto.
Inutile dire, allora, che questa meravigliosa libertà-prigione del nostro stato deriva da un processo storico, che la massa si è emancipata perché la rete, a differenza della televisione, è una finestra non già sul mondo ma del mondo. Una finestra dove l’io può illudersi di esistere e di avere tutto a disposizione, vivendo non solo da protagonista (la profezia di Warhol) o da dittatore, ma impressionando quel facebook che servirà ai figli per capire chi erano i padri. Illudendosi, quindi, non solo di avere ma anche di costruire una memoria.
Inutile pensare che la nostra responsabilità può consistere anche in quella di abdicare. Di levarci. Così come ci ha indicato il santo padre, prima al cinema e poi al Vaticano.
Oppure, dirci che la responsabilità si cura con la responsabilità, la politica con la politica, la metafora con la metafora.
I fatti non contano, diceva sempre Carmelo Bene. I fatti non esistono. Noi italiani lo abbiamo provato al mondo. Anche perché sempre pronti da decenni a parlare solo di fatti e non dei fatti.
Ma l’attesa, l’attesa viva, è ciò che conta! Da tutti i punti di vista.
In fondo, (come ci sussurra da tempo la più bella pubblicità) non è forse vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere?
Paolo De Falco
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Paolo De Falco
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Informazioni sull'autore

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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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