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Oxa - Zazzaroni

Il fragile cinismo

08 Novembre 2013 di  Paolo De Falco

Come nel medioevo lo spettacolo migliore è sempre la morte e chi ha pagato il biglietto o il canone è questo che si augura sotto sotto: la morte in diretta, specie quella “televisiva”, potrebbe magari svegliarci un po’ dal torpore del sabato sera.

Il fragile cinismo
Che cosa accadrebbe se invece di limitarci a costruire la nostra esistenza avessimo il coraggio, la follia o la saggezza di danzarla?
Così cominciava un bel libro sulla storia della danza moderna del filosofo Roger Garaudy dal titolo Danzare la vita.

Garaudy è stato uno dei maggiori esponenti del marxismo francese, ma quel libro esprimeva, insieme al suo amore  per l’arte, anche il suo misticismo, il suo interesse a sentire pulsare l’invisibile nel visibile (ancor prima di parlarne), che lo portò a convertirsi al cattolicesimo e poi all’islamismo prima di morire l’anno scorso all’età di quasi 100 anni.
Garaudy trovava nella danza, nell’evoluzione del suo percorso novecentesco, a partire dai piedi nudi della Duncan che, come il quadro di Malevic, spogliavano, distruggevano “il palazzo d’inverno” dell’illusione (creandone però un’altra), il senso del suo ottimismo, della sua fede nella vita e nell’uomo, nella sua capacità di vedere le cose dal “punto di vista del creatore”.
Un atto rivoluzionario, scriveva, è vedere o fare le cose dal punto di vista del creatore.
Ricordo ancora con nitidezza, nonostante siano passati tantissimi anni da quando la lessi, l’intensa introduzione di Danzare la vita.
Per me, allora ventenne, quel libro segnò, ahimé, non solo l’unione tra arte e politica ma l’inizio del racconto del novecento, il secolo che prima mi prese e poi mi abbandonò. E che oggi sembra tanto lontano come può esserlo la casa di un vicino che non torna mai a casa. La casa di un assente che, con la sua scomparsa improvvisa, ci ha lasciato nel terrore.  Il novecento ha tradito la nostra fiducia, verrebbe da dire, pensando alla sua vitalità, certo contorta e ingenua, ma pur sempre appassionante e contagiosa.

Ma se ho citato Garaudy non è per parlare di tempo o di illusioni, quanto dell’oggetto del suo appassionato libro, ovvero di danza. Si parla poco di danza e ancor meno la si pratica, se per danza intendiamo un movimento ricco… di sfumature. Eppure, non userò il mio tempo per fare uno spot sull’importanza o la bellezza del danzare. Sarebbe, certamente, vano e ridicolo.
Piuttosto, partendo da un fatto accaduto l’altra sera in televisione (chissà poi se è realmente accaduto, mi verrebbe da pensare, dubitando ormai perfino della veridicità dei colori che si vedono in tv e d’altra parte, non so a voi, ma a me il digitale oscura e colora a suo totale piacimento), vorrei provare a riflettere su certe espressioni e certe parole a cui ho assistito.

La trasmissione era Ballando sotto le stelle su Rai 1. Da anni questa trasmissione porta al sonno milioni di persone, per lo più anziane che, così, il sabato possono provare a divertirsi vedendo dei personaggi noti misurarsi a passi di danza. Dunque, il solito meccanismo competitivo che schiaccia tutti e tutto in quella zona dove le persone diventano più dei “numeri”, delle “prestazioni” che dei misteri e chi vince è solo la “riduzione”.
Un meccanismo facile che la televisione persegue in linea con la società dei consumi, illudendosi di proporre personaggi, quindi esseri particolari, ma uniformando totalmente le loro condizioni di vita. Se rinchiudi dei geni in un ascensore prima o poi rideranno e piangeranno nello stesso modo, a meno che, certo, non trovino il modo di uscire da quell’unica e claustrofobica inquadratura.

Finché, però, questi fantomatici personaggi tentano di indovinare il blob dell’enigmistica, incrociando se stessi nel nulla della tuttologia,  finché questi sventurati se ne stanno orgogliosamente seduti su poltrone che forse, segretamente, devono mandare piccole scosse elettriche quando non parlano dei soliti argomenti (se no, altrimenti, non si spiegherebbe una tale monotonia dei talk show), finché le voci dei giornalisti s’inseguono come un’eco da un canale all’altro con lo stesso identico tono e cantilena, specie nei cosiddetti servizi (“vado a fare un servizio” diceva mio nonno napoletano quando usciva, ma quella parola mi incantava facendomi sognare chissà quali avventure e compiti), la cosa ormai non produce più alcuna sorpresa.
Ma quando questi personaggi si mettono a ballare, ecco che le cose si complicano naturalmente… e qualcosa può perfino accadere.
La ragione è semplice: ed è perché c’è il corpo… di mezzo.

Non voglio ora mettermi a fare un elogio del corpo. Sarebbe inutile e imbarazzante. Chiunque di noi, nonostante lo dimentichi ogni giorno di più, sa riconoscere la sua bellezza e la sua importanza. Chiunque di noi sa, anche se non sa di saperlo, che noi siamo un corpo e non che abbiamo un corpo.
Dunque, non parliamo del corpo ma parliamo del fascismo televisivo. Della sua ideologia che a volte, meno male, si palesa attraverso la fragilità proprio dei personaggi più cinici. Dei suoi interpreti più devoti e fedeli.
Ma andiamo con ordine e come comanda il giornalismo più ispirato (o più ingenuo oppure più meschinamente falso) rispettiamo i fatti, tentando un breve resoconto degli avvenimenti. Tanto chi vorrà vedersi l’accaduto non avrà difficoltà a restare impigliato anche nella differita.

Anna Oxa propone, durante la gara, delle performance diverse e invece di ballare secondo lo stile e la consueta mentalità scenica, o generale, poco importa, (che la scena è la “porta” dell’esistenza, oltreché il suo specchio), si mette a ballare liberamente, a piedi nudi, interpretando i vari balli proposti e usando a pieno per esprimersi una più generale scrittura scenica: luci, scelte delle musiche, costumi, trucco, uso dello spazio, movimento organico e non muscolare e perfino il commento finale davanti alla giuria diventano così ben altra cosa da quelli degli altri concorrenti, impelagati a tentare di abitare ansiosamente un movimento sensuale e brillante anche quando non sentono nulla se non l’ansia da prestazione o il calore delle luci puntate sulla loro pelle.

Ma Anna Oxa è un personaggio complesso, una donna volitiva con molta personalità e intelligenza e se ha accettato questa gara, non è stato, dice, per vincere quanto per invogliare alla riflessione e a sensazioni più articolate di quelle che abitualmente prendono un pubblico sempre più interessato solo a vedere i muscoli, i culi, le tette, la brillantezza o la caduta… a terra.
Come nel medioevo lo spettacolo migliore, infatti, è sempre la morte e chi ha pagato il biglietto o il canone è questo che si augura sotto sotto: la morte in diretta, specie quella “televisiva”, potrebbe magari svegliarci un po’ dal torpore del sabato sera.
Così Anna Oxa propone la sua visione delle cose con tenacia, sfrontatezza e un po’ di enfasi, ingrediente che sembrerebbe imprescindibile per chi devia dal sistema generale.
L’enfasi è un microfono della volontà, in grado sicuramente di prendersi l’attenzione ma, a mio modo di vedere, capace anche di levare forza agli auditori. Alla loro responsabilità.  A meno che non ci si amplifica per sottrarsi, per non esserci, come diceva qualcuno, offrendo lo spettacolo della propria solitudine. Della solitudine popolata che ci contiene e ci costringe a comunicare.
Ma ora non è dell’enfasi e dell’assenza che voglio parlare, quanto della reazione che questa donna ha procurato. Davanti alla giuria, infatti, lei tenta di spiegare, di “allargare” le cose, prendendosi un tempo-spazio che la gara non prevede. E, intanto, dietro, il pollaio scalpita, sentendosi giustamente relegato al ruolo di gregario e quindi inutile, dimenticato. Il fatto è, però, che ora va in scena il conflitto che, come si sa, tira su l’audience eccitandola e gratificandola: se posso vedere litigare, se posso sentire la tensione, se assisto al fatto… dunque sono, dunque esisto. Di fronte all’evento mi alzo di grado, divento un testimone privilegiato e non cambierò mai canale…

E qual è questo conflitto? È presto detto e devo dire che esso sembra davvero “reale”, così che improvvisamente lo spettacolo cattura i miei occhi di spettatore occasionale e passeggero, venuto in cucina per svolgere ben altri servizi, e mi risucchia, fino a farmi venire in mente perfino di dire… la mia.
La giuria si spacca. Tutti ammettono la bellezza e artisticità della performance ma qualcuno la giudica fortemente… inopportuna. Di tutti parlerò di un certo Ivan Zazzaroni, un personaggio che purtroppo ogni tanto ascolto nella domenica sportiva, essendo appassionato di calcio, perché a lui sfugge qualcosa… di interessante.
Dice, infatti, Zazzaroni, rivolgendosi alla Oxa con fermezza, che a ballando sotto le stelle non si può fare una cosa così, che il suo balletto gli ricordava Pasolini ma che qui, su Rai1, in piena serata,  anche solo tentare di fare una cosa del genere, è un atto presuntuoso e ridicolo. In verità le parole non sono proprio queste ma il sentimento che le anima è ancora più netto. Si percepisce chiaramente che egli si erge pubblicamente a custode non tanto della gara ma della televisione generalista, dell’importanza o necessità di rispettare i bisogni e i limiti del pubblico italiano.
Non si tratta di stigmatizzare una deviazione dai passi consueti che i vari balli prevedono, ma di condannare un atteggiamento generale che non può essere ammesso e contemplato, perché altrimenti, non c’è più ordine. Non si rispetta il “programma”. Che deve essere più forte di lei.
La presentatrice è in difficoltà e tenta di salvare le cose che invece degenerano: Anna Oxa abbandona la sala mentre gli altri concorrenti la punzecchiamo a vari livelli e un altro personaggio della giuria invece la “insegue” tentando di difenderla attaccando Zazzaroni.
Il suo nome è Guillermo Mariotto e poco prima, quando doveva dare un voto ad un’altra coppia di gareggianti che si era esibita nella solita triste maniera, aveva detto qualcosa di molto emblematico. Aveva detto, cioè, che dopo aver visto le performance della Oxa, ora improvvisamente tutto il resto gli sembrava banale. E non lo divertiva più, non lo appassionava più.

Fin qui i fatti.
Anche se commentarli mi sembrerebbe perfino inutile, anche se questo Zazzarroni è un zazzarone, in fondo, piuttosto consueto, c’è stato qualcosa in lui che si è “aperto” e che trovo interessante evidenziare. Non tanto ciò che egli ha detto ma ciò che si poteva sentire del suo “sentimento” se, certo, lo si vuol sentire. Teorizzare la necessità di un basso livello in tv non solo per fare ascolti ma per “rispettare” la condizione del pubblico impreparato a vari livelli (anche e soprattutto nella disponibilità della concentrazione) non è, infatti, cosa nuova. Pochi lo dicono magari, e mai lo fanno i dirigenti che da anni si avvicendano sulle poltrone della nostra televisione di stato, ma tutti lo pensano. O quasi tutti. 
Diverso è fare sfuggire il risentimento che si ha nei confronti di chi osa altro, cercando di proporre dei “prodotti” anche solo un po’ più complessi, siano essi pensieri, movimenti o comportamenti.
La televisione è proprietà del popolo, di cui i zazzaroni sono i migliori interpreti. Lo sono perché, magari, vengono proprio dal popolo, perché hanno il senso concreto delle cose e il dono della semplicità, la brillantezza degli “esperti”, l’efficacia e il carattere persuasivo dei “giusti” e perché per arrivare a sedere sulle poltrone televisive hanno dovuto lottare, sgomitare e soffrire rinunciando alla propria complessità forse. E questo gli dà, ora, il diritto di essere lì.

Zazzaroni ha chiesto la parola dopo il gesto della Oxa, dicendo che lui non aveva affatto risentimento o invidia (cose di cui lo aveva accusato il Mariotto), ma che la sua era normale routine, il normale atteggiamento di chi siede sulle poltrone della giuria proprio per decretare ciò che è lecito fare o non fare in televisione. Naturalmente noi tutti siamo liberi di ascoltarlo o di farcelo stare antipatico, magari pensando anche che, invece, in televisione si può portare altro.
Magari scoprendo, come il Mariotto, che vedere ballare con un piglio più creativo ed originale, che vedere qualcuno cercare la propria danza smettendola di eseguire dei passi “tipici” senza avere l’elasticità per farli, che accorgersi che qualcuno sta ascoltando la musica e il proprio partner in un modo più intenso e profondo e che addirittura assistere al tentativo di giocare con lo spazio e la luce (non occupandoli semplicemente), può essere perfino divertente e “spettacolare” oltre che più interessante.
Noi italiani, che abbiamo mediamente un alto senso dello spettacolo, abbiamo inventato secoli fa la scrittura scenica e la “ricerca”; e fino ai primi anni ‘80 la Rai aveva contribuito alla diffusione del nostro talento, producendo anche delle Canzonissime che mettevano in scena una cura e un talento scenico che inchiodavano milioni di spettatori ancora non volgarizzati dalla “semplicità” delle tette o del presenzialismo e basta.
Ma chi se lo ricorda più? Tutto ciò che è passato, per noi, o è “mito” o non è esistito.
Un mito vuoto di potere, naturalmente, dato che esiste anche una mitologia molto efficace e capace di condizionare il presente.

Ora aldilà di discorsi sulla banale piattezza risaputa del nostro stato televisivo (e non), vorrei sottolineare che l’importanza della Oxa in televisione sta nel fatto di dimostrare che si può ballare in un modo originale anche se non si è danzatori professionisti, che non importa eseguire “tecnicamente” un passo, essere conformi all’originale, andare dietro ai maestri come oche in fila “italiana” o tendere all’ideale sublime, la bellezza vincente, ma che invece ci si può divertire ad esplorare il proprio corpo e le proprie risorse con enfasi o con distacco, con ironia e intensità. 
Che è possibile concentrarsi ancora sul proprio istinto, risvegliandolo gradualmente da quel sonno a cui lo costringe la civiltà.
Dando all’istinto non il “ruolo” di quel cuore troppe volte invocato a sproposito, ma di ciò che ci radica nell’essere e nel non essere. Nei nostri talenti e nei nostri limiti.

Non voglio dare troppa responsabilità alla Oxa ma la fragilità del cinismo di Zazzaroni che esplode improvvisamente e, nonostante egli neghi con tutto se stesso, fa emergere il risentimento verso chi ha il coraggio di essere diverso, verso chi non accetta la legge della giungla, sia essa una cantante o un allenatore come Zeman (reo non solo di far giocare troppo coralmente una squadra ma di preoccuparsi di educare i suoi ragazzi anche lontano dai campi di gioco, quando li vede passare senza senso il loro tempo prezioso buttati sui video giochi), deve servire a farci comprendere non tanto il fascismo della televisione o il cinismo dell’audience, quanto che questo potere, che ha bloccato l’evoluzione culturale del paese (portandola molto indietro e molto velocemente) è, invero, assai fragile. Anzi è stressato.
Zazzaroni, infatti, respira ansiosamente e quando sorride dimostra una tensione da cui deve essere salvato. Ovviamente egli ha il diritto di essere ansioso quanto gli pare e non condividerà questa mia preoccupazione ma vederlo morire in diretta, mentre la sua rigidità o paura gli sgretolano la faccia come in un videogioco dell’horror, non sarebbe un bello spettacolo.
Come spettatore della Rai chiedo quindi ai nostri dirigenti di mandarlo in esilio o in riposo per un po’, magari al grande fratello dove potrà confessarsi (se vuole anche pubblicamente) e accettare maggiormente se stesso. Sono sicuro che dopo sarà più forte e dunque più consono al suo ruolo, ritornando a censurare con brillantezza e leggerezza e non più con risentimento o invidia.

Forse esagero e forse tutto, a partire dal prossimo sabato, si ricompatterà e scioglierà nella gara.
E nelle coscienze del sabato sera.
Ma Anna Oxa, Ivan Zazzaroni, Guillermo Mariotto, Zdenek Zeman sembrano dei nomi romanzati. Mi fanno pensare  addirittura al Don Chisciotte e all’ordine dei cavalieri perduti nell’etere immoto.
Mi perdonerà il lettore, dunque, se ho esagerato nella mia disamina. Sarà stato l’anniversario dei morti, della morte di Pasolini, che mi avrà condizionato o spaventato. Dell’enfasi romantica della sua vita e della sua morte.
O il ricordo di quell’introduzione di Garaudy scritta da un uomo che forse non aveva mai ballato liberamente, imbrigliato nel suo ruolo di intellettuale, ma che forse desiderava tanto farlo.

O sarà che la rivoluzione comincia dalla danza. O che la danza è rivoluzione. Non perché essa sia espressione della bellezza e della “tensione” ma perché, ballando sotto le stelle, si può far entrare il piccolo suono nel grande cocomero della nostra testa. Fino a cadere tutti giù per terra.
W Anna Oxa allora! E guardate che a dire questo è un regista che ama l’interprete che sa anche obbedire. Che alla Duncan preferisce le marionette di Kleist o di Craig. La classe morta di Kantor.
Ma quale gusto c’è nel vedere uno spirito libero abbandonarsi all’obbedienza!!
P.S.
Nel prossimo articolo incontreremo Silvana Barbarini, una coreografa ed organizzatrice culturale, con cui converseremo sullo stato della danza italiana
Paolo De Falco
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Paolo De Falco
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Informazioni sull'autore

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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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