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Dalla petrolchimica Saras in Sardegna alle morti sospette a Praia a Mare in Calabria. Passando per la discarica di Malagrotta nel Lazio e le condanne ai vertici della Tav Bologna-Firenze.

Toghe Verdi: la toponomastica degli ecocrimini
“Rosse”, “sporche”, “rotte” e “lucane”, la metonimia delle toghe è stata spesso usata per formare diversi calembour che intitolano processi e libri di inchiesta come quello fresco di edizione chiamato “Toghe Verdi”: un viaggio attraverso l’Italia che narra molti delitti ambientali poco approfonditi dai media e noti al grande pubblico come semplici “toponimi” spogliati delle loro criticità, o peggio relegati nel dimenticatoio insieme alle sigle delle aziende responsabili, quei luoghi che la giovane giornalista e autrice definisce con l’espressione “toponomastica degli scempi”.

Un percorso che nelle circa duecento pagine approfondisce le battaglie legali portate avanti da associazioni, comitati e da quegli “investigatori togati”, come PM e avvocati specializzati in diritto ambientale, che sposano le loro cause con l’intenzione di fermare l’arroganza di chi stravolge migliaia di vite.
L’autrice, Stefania Divertito, introduce il volume con un cenno alle sue precedenti pubblicazioni sull’ambiente e poi comincia ad analizzare le vicende giudiziarie sui disastri del patrimonio naturale nazionale, con una precisione e una dovizia di particolari che rendono utile la lettura non solo per i lettori “medi” ma anche per i giuristi: gli “sbuffi tossici” della petrolchimica Saras nella cittadina sarda Sarroch che per la giovane giornalista sono diventati quasi “un vessillo” della famiglia Moratti; le denunce del Comitato di Malagrotta fondato da Sergio Apollonio sull’area che ospita la discarica con capacità esaurita più grande d’Europa e che fa socopertina_toghe_verdimigliare Roma a Mumbay; le condanne in primo grado per i vertici della Tav Bologna-Firenze e dei poteri che “per regalare all’Italia un treno da record, non hanno esitato a sventrare la pancia del Mugello e a rubare acqua a fiumi e acquedotti, mettendo in pericolo anche la stabilità di una fetta di Firenze” l’ avvio della centrale a carbone di Porto Tolle nel parco del Delta del Po, le quasi sconosciute morti sospette della maglieria di Praia a Mare e ancora le voci delle vittime dell’amianto; gli eventi esemplari citati nel libro meritano anche degli aggiornamenti che arrivano dal blog omonimo (http://togheverdi.wordpress.com) e le testimonianze di quegli avvocati protagonisti della rivalsa dei cittadini, sono il perno centrale su cui ruotano queste “inchieste nell’inchiesta” sugli ecocrimini e sulle normative.
Le difficoltà maggiori infatti, come evidenzia l’opera, sono di natura legislativa e processuale, molte delle quali comuni a tutto il sistema giuridico: tantissimi crimini contro l’ambiente sono ancora puniti con semplici contravvenzioni, si evidenziano problemi nella coordinazione dei mezzi di forze dell’ordine e procure, il rischio delle prescrizioni e i problemi nel riconoscere risarcimenti equi per i familiari possono vanificare anni di lotte e spese, e le vittime troppo spesso non riescono nemmeno a vedere la fine del primo grado di giudizio o l’inizio del processo.
Ma il punto di forza del libro (“Toghe verdi. Storie di avvocati e battaglie civili”, Verdenero edizioni, 2011) risiede non solo nella critica della corruzione, dei difetti legislativi e della politica che “da nord a sud –afferma la Divertito- inserisce deroghe alle leggi ordinarie che favoriscono imprese fortemente inquinanti”, infatti fornisce nuove proposte per contrastare l’ “Eco-crimine”: nella conclusione del volume Raffaele Guariniello, magistrato della procura torinese, immagina una “mega” procura con poteri e funzioni particolari specifica per i reati ambientali.
Con questa “superprocura” processi come quello contro le ecomafie a Viterbo non rischierebbero più di cadere in prescrizione, di cadere in quell’incubo che molti cittadini vivono vedendo sfumare tutte le possibilità di ricevere una qualche forma di giustizia.
Preservare l’ambiente è solo il primo passo che si deve fare per valorizzarlo e utilizzarlo come risorsa contro la crisi, e non come una gigantesca discarica a beneficio di pochi.
Paolo Maria Addabbo
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Paolo Maria Addabbo
Paolo Maria Addabbo
Informazioni sull'autore

Paolo Maria Addabbo crede di nascere sulla luna, anche per la sua ingenuità. Civilmente nasce nel 1989 in Campania, a Benevento. Studia umanistica (ha una laurea triennale italo-terrestre in “Studi Italiani), appassionato del web (badate che è una cosa diversa da Internet) e dei motori di ricerca, gli piace romanticamente definirsi “filologo del web”. Ha iniziato, non ufficialmente, la carriera di pubblicista intorno ai 15 anni, collaborando con un testata della sua cittadina e iniziando con le brevi di sport, facendogli gradire ancora meno lo “sport show business”, ma non lo sport. La passione per la cronaca nera era un percorso obbligato, dato che crimini formali e non sono ricorsi nella sua vita, come in quella di “molti” della classe borghese (c'è davvero la media o l'alta ancora?) campana, per certi versi inevitabile. L'interesse per la giurisprudenza (ma anche per la base dell'educazione civica, nella quale ha molte lacune che vuole colmare) da un lato, sono necessari al proseguimento della sua carriera, di cui Golem che ha sempre garantito la sua indipendenza, e il voler andare oltre l'informazione anche alla base di questa rappresenta un pilastro. L'interesse per il web programming nasce, oltre che dalle inchieste realizzate senza la mediazione di “fonti” ma andando direttamente alle fonte ufficiali, (metainformativamente e cercando la documentazione ufficiale online e non), anche dalla tesi di laurea triennale intitolata “Il metodo di Lachmann ai tempi di Google”. Crede che una delle cose più importanti per “cambiare” davvero sia avere meno paura possibile (idealisticamente non averne) delle proprie debolezze, delle paure in generale, e del senso del ridicolo, andando più nel particolare... Comunque, nel giornalismo, cerca di tenere a freno la creatività e le “passioni”, con un po' di crudezza, esaustività, e ignoranza “socratica” che sà almeno di non sapere e ricerca incessantemente la verità, cercandola nella maniera più analitica ed esprimedola nella maniera più esaustiva e semplice possibile... 

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