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Scandali & errori

Le statue coperte, la sora Ilva e la confusione dei blog

03 Febbraio 2016 di  Pacuvio Labeone

Le polemiche sul “pudore” imposto all’arte greco-romana in occasione della visita del presidente dell’Iran inducono gli “opinionisti della rete” a una tirata su caste, autodichia e dintorni. Peccato che la “rete” abbia poche idee ma confuse.

Le statue coperte, la sora Ilva e la confusione dei blog
Al giurista, dopo la lettura dell’articolo del blog ((http://www.maurizioblondet.it/il-vero-scandalo-e-la-sora-ilva-la-giannizzera-inamovibile/)), sono possibili due reazioni.

La prima è quella formale, che - come insegnano le pandette - è la più corretta, ma anche la più semplice: la dottoressa Sapora non rientra in nessuna delle amministrazioni i cui dipendenti sono sottoposti ad autodichia e, men che meno, ad autocrinia. La Presidenza del consiglio dei ministri, anzi, è al vertice dell’Esecutivo e, quindi, della pubblica amministrazione nella sua accezione più standardizzata e meno “derogatoria”, tant’è vero che presso di essa, per decenni, è stato collocato il dipartimento della Funzione pubblica. Pertanto, quanto al modus operandi della dirigenza amministrativa, nulla di ciò che avviene a palazzo Chigi non potrebbe avvenire alla ASL di Trapani o al rettorato dell’Università di Trento. Nell’infelice decisione di celare alla vista dell’ayatollah i capolavori dei Musei capitolini, la dottoressa ha affrontato lo stesso tipo di problema che fronteggia, nei rapporti col decisore politico (ma anche con l’utenza imprenditoriale, che è il terzo corno del dilemma), il caporipartizione dell’assessorato all’urbanistica di Roccacannuccia o il revisore dei conti della Stazione sperimentale Oli e Grassi di Milano.

Ma se la reazione formale ha l’indubbio pregio dell’avalutatività (anche  il diritto - per quanto scienza umana - rimane una scienza, e come tale deve operare), essa rischia di non cogliere l’enorme sottinteso di quella descrizione delle pubbliche amministrazioni centrali dello Stato: il blog porta l’attacco alla stessa esistenza di una funzione pubblica al cuore dello Stato sotto forma di alta amministrazione, a supporto, istruttoria ed ausilio del decisore politico eletto dai cittadini. Si tratta dei ruoli non sottoposti al diritto comune del lavoro (i cosiddetti “non contrattualizzati”): i prefetti, i diplomatici, gli ufficiali, i consiglieri parlamentari, i magistrati ordinari, amministrativi e contabili.

Perché i vincitori di concorsi nazionali così diversi sono stati chiamati a presidiare - con un ruolo consulenziale di qualità - gli organi centrali dello Stato? perché in Italia sono falliti tutti i tentativi di imitare De Gaulle, anche per quanto riguarda il metodo di selezione del personale dirigenziale. Mentre l’ENA a Parigi si è dimostrata la degna erede dell’Accademia militare di Saint-Cyr, da noi la polverizzazione degli enti pubblici autocefali ha slabbrato tra centinaia di centri di spesa l’accesso, la formazione e la carriera dei pubblici dipendenti. è fin troppo ovvio che l’Esecutivo - ma non solo quello - attinga a tutti questi bacini di professionalità, per supportare il vertice politico con una grammatica giuridica, idonea a resistere alle molteplici sfide che l’interpretazione della norma giuridica pone all’applicazione del programma di governo.

Fin troppo facile è descrivere questa nicchia burocratica come un ridotto di sfaccendati, intriganti ed autoreferenziali burattinai della “fauna di passo” (come la chiamava il defunto presidente Cossiga) costituita dagli ingenui eletti del popolo. La realtà è, come sempre, assai meno binaria ed assai più ricca di sfumature: come i due milioni di dipendenti pubblici italiani contengono, al loro interno, tutto il campionario delle virtù e dei vizi dello spirito italico, così anche il sottogoverno esprime appieno il giudizio di Pascal sull’animo umano (che non è né angelo né demone, ma un fascio inestricabile di ambedue).

Poniamo che, dinanzi ad uno di costoro, il decisore politico emani una direttiva tipo: “all’ayatollah si dia trattamento super-lusso: non voglio sentire lamentele prima della firma di contratti per milioni di euro”. Nessuno che sappia quanto (poco) tempo venga dedicato ai dettagli cerimonialistici, può ragionevolmente attendersi che siano state spese sulla questione più di queste venti parole; non sono molte meno di quelle dedicate al Ministero dell’interno al caso Shalabayeva, eppure bastarono per far accampare al Viminale l’ambasciatore kazako e la sua variopinta delegazione, per diversi giorni.

Proprio la funzione pubblica - che tanto dispiace a Blondet - legittima un ruolo, per il “tecnico”, di difensore dei principi di legalità, di correttezza o del semplice buon senso. Solo riconoscendo una forza cogente ai precedenti, si può attribuire al loro depositario una posizione solida, dinanzi alle sventatezze, alle fatuità o alle grossolanerie del decisore politico. Solo appellandosi alla conoscenza burocratica, si ha titolo per tornare dal “Capo” a prospettare una difficoltà sopraggiunta e, chissà, forse persino un ripiego (se non si ha la forza di prospettare una soluzione).

Non c’era bisogno dei sorrisetti sarcastici del primo ministro francese per scoprire che l’obiezione antietilica alla cena di gala non è un evento nuovo: un decennio fa era stata portata direttamente a Chirac, che l’aveva risolta in prima persona assumendosi la responsabilità di cancellare l’invito all’allora presidente iraniano Khatami. Ma anche la più recente scelta di Hollande di considerare la richiesta dei teocrati iraniani - ma degradando la cena (innaffiata a bordeaux) a Parigi ad un più sobrio buffet (a succhi di frutta) - era stata già narrata dal maggior sito di cerimoniale nostrano (http://www.ilcerimoniale.it), così come agli addetti ai lavori era ben noto.

Ricevuta la lista dei desiderata iraniani, che cosa quindi ostava a ribussare alla porta su cui (per seguire il detto di Lyndon Johnson) dovrebbe essere scritto “Qui finisce lo scaricabarile”? Non il buon senso e nemmeno il diritto: anche chi ha studiato sul Manzini sa che, da noi, non portano offesa al “comune senso del pudore” i nudi artistici (e prim’ancora il commento di G. Formica agli articoli 338 e 339 del codice previgente, nel 1907, ammoniva che “il nudo può essere casto, e ne sono esempio gli angeli dipinti da mistici pittori” o “la statua della Venere greca”). Per chi, poi, non ha dimestichezza con la relazione al Codice del 1930, sarebbe dovuto bastare il rischio di fall-out mediatico dell’inverecondo occultamento dei capolavori capitolini.

Forse è proprio quell’euro in più che si percepisce a Roma, rispetto al caporipartizione di Roccacannuccia, che ti mette in condizione di resistere alla forza economica di terze parti interessate al “successo” della visita di Stato “a qualunque costo”. Forse è proprio quel posto fisso del “non contrattualizzato” che consente, a determinati livelli di responsabilità, di superare i timori reverenziali nei confronti del Presidente, rappresentandogli tutto il ventaglio delle soluzioni (e dei ripieghi) possibili.

E, per converso, quando nulla di tutto ciò avviene, all’accigliata geremiade - con cui Blondet si impanca a giudice di tutto il vertice amministrativo dello Stato - preferiamo il fescennino di Checco Zalone, che colpisce chi ha sbagliato. Forse perché, con Aristofane, un po’ ridiamo anche di noi stessi e delle nostre debolezze.
Pacuvio Labeone
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Pacuvio Labeone
Pacuvio Labeone
Informazioni sull'autore
Giureconsulto romano, amico di Giulio Cesare e discepolo di Servio Sulpicio Rufo del quale commentò gli Editti in un'opera che superò per importanza quella del suo maestro.
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