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Le discariche della morte

Rifiuti: l’ipocrisia dell’emergenza

04 Ottobre 2013 di  Nicola Castaldo

In Campania il problema non sono solo (e non tanto) i sacchi di “monnezza” per le strade. Da 30 anni la regione è al centro del traffico di rifiuti industriali e tossici. Le indagini si moltiplicano ma di bonifiche nemmeno l’ombra.

Rifiuti: l’ipocrisia dell’emergenza
Quanto tempo sarà necessario per superare definitivamente l’emergenza ambientale in Campania? Una domanda a cui è difficile, se non impossibile, dare una risposta.

Se lo stato di emergenza, iniziato nel 1994 e proseguito fra alterne vicende fino al 2011, è oramai ufficialmente archiviato, la situazione nella nell’ormai ex “Campania felix” è ancora più drammatica. Scomparsi i sacchi di “monnezza” dalle strade del centro di Napoli, sta emergendo una realtà inquietante, per troppo tempo rimasta sepolta sotto il clamore mediatico suscitato da quei cumuli di spazzatura urbana. Fin dagli anni Ottanta la seconda regione più popolosa d’Italia è stata la meta del più grande traffico di rifiuti industriali, tossici e nocivi che l’Europa abbia mai conosciuto sul suo territorio. Piombo, amianto, scorie radioattive, solventi chimici e qualsiasi altro veleno prodotto dalle lavorazioni industriali finiva direttamente nell’ormai celebre “triangolo della morte”, la zona fra Napoli e Caserta, che per vent’anni è stata trasformata in una discarica a cielo aperto di rifiuti tossici.

Le rivelazioni dei pentiti

A riaccendere i riflettori sulla vicenda sono state le rivelazioni dei collaboratori di giustizia, pentiti dopo anni di crimini ambientali commessi al soldo del clan dei casalesi, principale artefice del traffico dei rifiuti tossici smaltiti, a costi bassissimi, per conto delle grandi lobby industriali del Nord Italia e di altri Paesi europei. A raccontare per primo il sistema dello smaltimento dei rifiuti tossici è stato Carmine Schiavone, ex cassiere del clan dei casalesi che di recente è tornato ad esternare, in televisive, quello che aveva già raccontato agli inquirenti a partire dal 1993, anno di inizio della sua collaborazione con la giustizia. L’ex boss ha ribadito in una recente intervista a Sky tg24 i metodi e i luoghi usati dalla camorra per interrare i veleni provenienti da tutta Europa e probabilmente tra i fusti scaricati erano presenti anche scorie nucleari altamente radioattive. Niente di nuovo però: le dichiarazioni di Schiavone erano note alle istituzioni fin dagli anni ’90 e anche i siti di stoccaggio indicati dal pentito si sono rivelati effettivamente contaminati dalle scorie tossiche. Secondo quanto ha raccontato lo stesso Schiavone, nel 1997 le sue dichiarazioni furono portate a conoscenza anche della Commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti. Il pentito indicò alla commissione non solo i luoghi dello smaltimento ma anche i nomi delle società coinvolte. La sua dichiarazione alla commissione è ancora oggi secretata e non è possibile conoscerne il contenuto. Da qui l’accusa di Carmine Schiavone alle istituzioni: pur conoscendo da vent’anni i luoghi precisi interessati dal disastro ecologico e sanitario, non sono intervenute con nessuna azione di bonifica.

L’allarme sociale

Ma le rivelazioni dei pentiti arrivano fino ai nostri giorni, a testimonianza di un’attività criminale ininterrotta nonostante l’entità del problema fosse oramai acclarata. Sono di pochi giorni fa le inquietanti dichiarazioni di Luigi Guida che durante il processo Eco4, nel quale è imputato anche Nicola Cosentino, ha raccontato di come gli scarti tossici provenienti, dal Nord Italia, venissero puntualmente sversati nella discarica di Campo Saurino, gestita al tempo dai fratelli Orsi, a Santa Maria Capua Vetere. Tutte queste rivelazioni hanno messo in moto una serie di verifiche che da Caserta a Giugliano hanno portato al ritrovamento di molti dei siti usati come discariche di veleni. Così, a distanza di vent’anni, qualcosa ha iniziato a muoversi: dopo la visita del Capo dello Stato nella “terra dei fuochi” e alcune interrogazioni parlamentari, le tv e i social media hanno rilanciato l’allarme per la strage silenziosa che sta mietendo vittime innocenti come, e forse più, di una vera e propria guerra. I dati sanitari parlano chiaro: dal 1998 ad oggi i casi di morte per malattie oncologiche sono aumentate, nel Napoletano fino al 47% in controtendenza con il resto del Paese. Ma il rischio riguarda tutti: la terra contaminata è infatti quella della prima regione produttrice di prodotti agroalimentari e i prodotti coltivati nei campi “tossici” finiscono sulle tavole di tutt’Italia e, spesso, varcano i confini nazionali.

Ma nonostante il disastro sia ormai conclamato, lo smaltimento illegale continua e con esso la minaccia alla salute di milioni di persone. Nella quasi totale indifferenza generale, i roghi di sostanze tossiche continuano indisturbati nelle province di Napoli e Caserta, dove ogni giorno si contano decine di incendi appiccati per bruciare materiali inquinanti. E non va meglio neanche in quelle zone della Campania considerate, fino a poco tempo fa, incontaminate. La terra dei fuochi sta allargando i suoi confini anche alle aree interne, un tempo meno interessate da fenomeni di smaltimento illecito. Da qualche giorno infatti una nube tossica sta imperversando sulla provincia di Benevento dopo l’ennesimo rogo delle ecoballe custodite nel sito di stoccaggio di Fragneto Monforte. Le numerose balle di rifiuti furono poste "momentaneamente", circa 10 anni fa per alleviare l’emergenza in corso, al tempo, a Napoli, da allora non sono più state rimosse. Il nuovo episodio di incendio doloso è durato quasi una settimana intera, sprigionando nell’aria veleni di ogni tipo, ed è solo l’ultimo di una serie di ripetuti attacchi incendiari al sito di stoccaggio, la cui frequenza si è intensificata nonostante l'intervento delle forze dell'ordine. A causa della zona impervia e priva di strade asfaltate i mezzi dei vigili del fuoco non hanno avuto vita facile nel tentativo di arginare le fiamme per cui si è dovuti infine ricorrere ad una colata di cemento per fermare le fiamme.

Quanto costano le bonifiche?

Mentre i danni all’ambiente si moltiplicano quotidianamente, le bonifiche dei luoghi avvelenati sono ferme al palo. L’Arpac, l’agenzia nazionale che si occupa della protezione ambientale, ha individuato 5200 siti potenzialmente inquinati e 460 con un alto livello di inquinamento. Ma probabilmente questi numeri sono riduttivi e il numero di siti che necessitano di una bonifica è molto maggiore. È quasi impossibile individuarli tutti. Nella sola provincia di Napoli il 70% del territorio necessiterebbe di interventi d riqualificazione ambientale. La cifra per effettuare degli interventi di bonifica si aggira attorno ai 500 milioni di euro. Fino ad ora è stato fatto poco o niente. Nonostante i richiami e le sanzioni dell’Ue nei confronti dell’Italia non un processo serio di risanamento dell’ambiente è ben lontano dall’essere avviato. Anzi, in quei pochi casi in cui si è tentato di bonificare terreni e siti contaminati, si sono spesso registrate infiltrazioni camorristiche di ditte legate ai clan, pronte a usare, per continuare a interrare veleni, gli stessi appalti che avrebbero dovuto risolvere il problema.
La terribile crisi economica in corso non aiuta a migliorare la situazione. Le bonifiche costano e i 526 milioni inizialmente stanziati per la riqualificazione ambientale in Campani sono stati ridotti, nel tempo, a 280 a cui si aggiungono 61 milioni di euro di Fondi Por stanziati dalla regione per evitare la sanzione dall'Unione Europea. I soldi serviranno per risanare 49 discariche regionali. Praticamente una goccia nel mare se paragonata all’enorme numero di siti di smaltimento illegale presente in regione. Il problema resta di difficile soluzione, soprattutto per la difficoltà di riuscire ad arginare il continuo smaltimento di scorie nocive tutt’ora in corso in Campania. Il crimine è ormai diventato norma e sarebbe necessario innanzitutto smantellare la fitta rete di collusioni e di corruzione che ha consentito alle organizzazioni criminali di smaltire indisturbate i pericolosi rifiuti, in barba a qualsiasi normativa. Un processo per cui non bastano l’attività repressiva e le sanzioni ma per il quale è necessaria una vera e propria rivoluzione culturale ed etica che in parte è iniziata grazie alla presa di coscienza dell’opinione pubblica e all’attività di molte associazioni ambientaliste presenti sui territori avvelenati, ma che non può fare a meno di un coordinamento e di un sostegno concreto, e non solo retorico, di tutte le istituzioni centrali e periferiche. Finché non si riuscirà a fermare il più grande avvelenamento di massa in un Paese occidentale che la storia ricordi, l’Italia non andrà da nessuna parte.
Nicola Castaldo
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Nicola Castaldo
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Informazioni sull'autore

Mi chiamo Nicola Castaldo, ho 30 anni e una laurea in Filosofia. Nato a Napoli, ho vissuto e studiato nel Sannio fino all'università per la quale mi sono trasferito a Napoli. Oggi vivo fra Napoli e Benevento dove attualmente edito, come presidente di un'associazione, un magazine online di cultura e attualità: magmazone.it. Dopo la laurea in Filosofia nel 2006 ho avuto varie esperienze di lavoro nel campo della formazione, dell'istruzione e del giornalismo. Dal 2008 al 2009 ho collaborato presso una casa editrice: Di Salvo Editore, imparando i rudimenti dell'Ufficio stampa. Dal 2009 al 2010 ho collaborato con un quotidiano locale: “Corriere del Sannio”.Successivamente ho deciso di fondare un magazine che colmasse il vuoto lasciato dalle testate locali nel territorio in cui risiedo.

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