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Processo lungo, prescrizione breve

15 Aprile 2011 di  Roberto Ormanni

La Camera approva la riforma che cancella la giustizia invece di provare a costruirne una efficiente. Cambia anche il nome del Ddl che ora torna al Senato per l’eventuale approvazione definitiva

Processo lungo, prescrizione breve
Il processo breve non c’è più. E' rimasto quello lungo, O meglio, non c’è più quel disegno di legge che pur con molti errori giuridici, tentava di garantire una giustizia più veloce. La Camera ha radicalmente modificato il Ddl approvato l’anno scorso dal Senato e gli ha cambiato nome.



Non più “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi” ma “Disposizioni in materia di spese di giustizia, danno erariale, prescrizione e durata del processo”.
La Camera ha approvato la prima delle “grandi riforme” in vista per una “grande giustizia” e l’ha rispedita al Senato per l’approvazione definitiva.
La foglia di fico del processo breve è rimasta soltanto alla fine del testo (che trovate in allegato), nella parte che inserisce nuove prescrizioni nelle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale.
Il piccolo passo del legislatore nella direzione del processo breve, che certo rappresenterà un grande passo per l’umanità, consiste in una previsione di scambi epistolari tra dirigenti degli uffici giudiziari e ministro della Giustizia. Ogni volta che un processo si rivela troppo lungo – dunque a cose fatte, a eccessiva durata ormai consumata – il capo dell’ufficio dovrà scrivere una bella letterina al Guardasigilli per segnalare l’increscioso episodio.
Il ministro potrà poi avviare un procedimento disciplinare per vedere di chi è la colpa. Che come al solito non sarà di nessuno. Di volta in volta sarà colpa dei meccanismi complicati delle notifiche, della mancanza di personale, della mancanza di fondi per pagare gli straordinari ai cancellieri che dunque non possono lavorare il pomeriggio e le udienze si celebrano solo al mattino, dei trasferimenti dei detenuti dal carcere che “saltano” perché gli uomini di scorta non sono sufficienti e non ci sono soldi per assumerne altri, e così via.
Intanto, l’unico articolo del codice di procedura penale che cambia realmente, tanto per cambiare, è uno di quelli relativi alla prescrizione dei reati. Che viene ancora una volta ridotta. Un’ulteriore riduzione dopo quella imposta dalla legge cosiddetta “ex Cirielli”. Una legge, quella, che alla luce di quest’ultima proposta appare addirittura ragionevole.
A dire il vero il ministro Angelino Alfano ha anche sostenuto, per spegnere le polemiche, che in fondo questa legge cambierà di pochissimo i termini di prescrizione. Che, insomma, si sta facendo tanto rumore per nulla. Ma allora, se questa legge è così marginale, che l’abbiamo approvata a fare?
La legge approvata dalla Camera
Partiamo dalla fine: la Camera ha smontato pezzo per pezzo il disegno di legge approvato dal Senato. Del processo breve non resta neppure l’ombra. Basta confrontare i due testi, quello di Palazzo Madama e quello in discussione oggi – che sono allegati a quest’articolo – per rendersene conto facilmente.
Ciò che resta è una norma semplice semplice che cambia novamente il secondo comma, la seconda parte, dell’articolo 161 del codice penale, già cambiata nel 2005 dalla legge “ex Cirielli”. Attualmente il secondo comme così prevede: “Salvo che si proceda per i reati di cui all'articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale, in nessun caso l'interruzione della prescrizione può comportare l'aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere, della metà nei casi di cui all'articolo 99, secondo comma, di due terzi nel caso di cui all'articolo 99, quarto comma, e del doppio nei casi di cui agli articoli 102, 103 e 105”.
L'articolo dice, in parole semplici, che per gli imputati recidivi (quelli di cui si parla negli articoli 99, 102, 103 e 105) la prescrizione è più lunga, mentre per tutti gli altri i tempi si possono aumentare al massimo di un quarto.
La riforma del presunto processo breve vuole invece sostituire le parole “un quarto” con “un sesto”. In pratica: se un reato, ad esempio la corruzione, è punito con la pena massima di 5 anni, ora la prescrizione si “abbatte” sul processo al massimo dopo 5 anni più un quarto, ossia dopo 6 anni e 91 giorni. Con la riforma in discussione la prescrizione farebbe il suo lavoro dopo 5 anni e un sesto, cioè 5 anni e 304 giorni.
Giusto quello che serve per dichiarare prescritto, subito, il processo nei confronti di Silvio Berlusconi imputato di corruzione, in quanto corruttore secondo l’accusa, nel procedimento che già si è concluso con la condanna del corrotto (secondo la sentenza) avvocato inglese David Mills.
La restante parte di ciò che è diventata la riforma del processo breve modula diversamente, sempre riducendoli, anche l’aumento dei termini di prescrizione per gli imputati recidivi ma questo è soltanto per salvare la faccia e conservare un minimo di coerenza all’intervento legislativo. Ciò che conta è la prima parte. Quella che riguarda gli imputati incensurati.
Il parere del Csm
E’ su questo aspetto che è intervenuto il Consiglio Superiore della Magistratura con la sua relazione, critica, del 6 aprile scorso. Anche questa la trovate in allegato.
Per chi non avesse tempo e voglia di leggerla (non è lunga, anche se non ci sono figure e forse per questo non ha avuto molto successo), il passaggio fondamentale è questo: “tutto l'insieme della norma sugli effetti dell'interruzione della prescrizione resta sostanzialmente invariato, ad eccezione di un nuovo intervento di riduzione sul termine massimo di durata della prescrizione per i soli imputati incensurati per i quali lo stesso era già stato considerevolmente ridotto dalla l. n. 251/2005 (cd. legge Cirielli)”. E poi, poco più avanti: “è agevole pronosticare che l'impatto della modifica normativa da ultimo proposta sui processi in corso sarà notevole, atteggiandosi come una sostanziale amnistia, nonostante la limitazione proposta al secondo comma dell'art. 3, che comunque non vale ad impedire il prodursi degli effetti negativi nei gradi successivi al primo. A ciò deve aggiungersi la preoccupazione per gli effetti negativi, a regime, sul sistema penale indotti da una ulteriore riduzione dei termini di prescrizione inseriti per tutti i processi futuri, a causa della prevedibile inefficacia dell'azione penale per numerosi reati”.
La maggioranza dei processi in corso ha come imputati degli incensurati. Se per salvarne uno, il presidente del Consiglio, si impedisce sistematicamente alla giustizia di condannarli (perché non si fa nulla per garantire il processo breve, ma ci si limita a cancellare i processi lunghi), ci saranno sempre incensurati per decisione di qualcuno (per factum principis, si potrebbe dire) che non è mai il giudice. E dunque incensurati ma non già perché innocenti.
E questo non è bello.
Il paravento dell’Europa
La riforma è stata presentata, dai suoi sostenitori, come necessaria per adempiere a ciò che l’Europa pretende dall’Italia ormai da anni: la durata ragionevole del processo.
Messa così, quest’affermazione è falsa. E il Csm lo sottolinea: l’Europa – ma più in generale la Convenzione dei diritti dell’Uomo – vuole che i processi abbiano una durata ragionevole, ma non vuole che uno Stato li cancelli perché sono lunghi, e dunque non accerti se gli imputati sono colpevoli o innocenti, senza fare assolutamente nulla per abbreviarli.
Sarebbe come se i passeggeri di un treno che arriva in ritardo vengano obbligati a scendere e proseguire a piedi perché così non arriveranno in ritardo col treno. E chi si occupa del vero problema, che è quello di far arrivare il treno in orario?
L’Europa non può certo essere contenta che uno dei Paesi dell’Unione continui a sfornare, e a lasciare in circolazione, cittadini europei apparentemente innocenti ma, in teoria, virtualmente colpevoli, dal momento che un conto è la presunzione di non colpevolezza, altro è bloccare i processi prima che possano giungere ad una qualsiasi conclusione.
E infatti, a questo proposito, la relazione del Consiglio superiore della magistratura sottolinea: “Invero, il diritto consacrato dall'art. 6 della Convenzione, e prima di essa dagli articoli 24 e 111 della nostra Costituzione, è anzitutto che il processo ci sia e che sia un processo che si concluda con una decisione di merito. In secondo luogo che sia un processo di durata ragionevole ed improntato agli altri principi descritti dalla norma costituzionale. Ciò che si chiede all'ordinamento italiano è, cioè, di trovare gli strumenti per accelerare lo svolgimento dei processi facilitando l'accertamento giudiziario, non certo di favorire l'espunzione dei reati prima ancora che ci sia una decisione nel merito”.
La malafede del legislatore
Gli esponenti della maggioranza, che in quanto maggioranza detiene il potere legislativo, vorrebbero far credere che abbreviare la prescrizione significa “spaventare” il sistema-giustizia inducendolo così a darsi da fare per garantire il processo breve. La prescrizione viene cioè considerata una sanzione per la giustizia che non funziona, un po’ come la multa del vigile urbano all’automobilista indisciplinato.
Perciò, proprio come la multa, lo spauracchio della prescrizione dovrebbe assumere un valore deterrente per evitare che la giustizia si “comporti male”: come l’automobilista multato non ripete più (non dovrebbe ripetere più) il suo errore, così la giustizia sanzionata eviterebbe di ricadere nella stessa violazione.
Questo ragionamento è nella migliore delle ipotesi stupido. Nella peggiore in malafede. Per due motivi: anzitutto la sanzione, ammesso che la prescrizione abbia il valore di sanzione, potrebbe funzionare come deterrente solo se la giustizia avesse la possibilità di scegliere se comportarsi bene o male. Proprio come l’automobilista. Nella realtà invece, tranne alcune eccezioni di giudici particolarmente incapaci e scansafatiche (che purtroppo non vengono adeguatamente sanzionati in sede disciplinare, ma questo è un altro discorso), la giustizia, per la situazione in cui oggettivamente versa, non ha tanta scelta. Semplicemente, così stando le cose non riesce a funzionare meglio. Il secondo motivo: una sanzione, per essere tale, deve rappresentare un problema, uno svantaggio, un peso, per chi si comporta male, non per le vittime di quel cattivo comportamento. Per restare all’esempio dell’automobilista e delle multe, sarebbe come se in caso di eccesso di velocità oltre a multare chi corre si facesse la contravvenzione anche a chi andava piano perché intralciava chi stava correndo.
Prevedere che il processo debba essere cancellato dalla prescrizione infatti, oltre a rappresentare una sanzione per la giustizia lenta, diventa una punizione anche per le vittime del reato.
La filosofia della prescrizione
In filosofia del diritto, una materia che naturalmente il nostro legislatore ignora del tutto perché è difficile studiarla durante cene e festini, si spiega che la componente principale dell’istituto della prescrizione non è il valore sanzionatorio, ma quello della perdita d’interesse, per il sistema, di continuare a discutere della colpevolezza o dell’innocenza di qualcuno in riferimento a qualcosa accaduta tanto di quel tempo prima che, in concreto, alla società – che il sistema ha il compito di tutelare – non interessa più nulla.
Per la serie: chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato (scurdammoce ‘o ppassato: trad: lasciamo perdere perché ormai non ha senso continuare a parlarne, pensiamo piuttosto a cose più concrete)
La legge Pinto e il risarcimento per l’eccessiva durata dei processi
Ecco perché, invece, l’unica sanzione che ogni Paese civile può prevedere a carico dello Stato (del “sistema”) che non funziona è il risarcimento del danno in favore di chi ha dovuto subire il cattivo funzionamento.
Per anni, fino al 2001, l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo per le sue lentezze giudiziarie. Tanto che, ad un certo punto, l’Europa, stufa di doversi occupare sempre di questo Paese indegno di sedere al tavolo dell’Unione, ci obbligò a darci una legge interna che prevedesse il risarcimento per le vittime dei ritardi della giustizia. Così da non ingolfare i ruoli di udienza della Corte europea (che stava diventando anch’essa ritardataria per colpa dell’Italia perché la mole di lavoro di marca italiana bloccava la discussione di tutte le altre questioni).
Il nostro Parlamento perciò nel 2001 approvò la legge che prevede un indennizzo a favore delle vittime dei ritardi giudiziari.
Un Paese dotato di etica pubblica, di senso dello Stato, di fronte alla multa da pagare si “vergogna” e si dà da fare per porre rimedio (sempre come l’automobilista che un po’ si vergogna per essere passato col rosso e la volta successiva sta più attento).
Ma l’Italia no, se ne è fregata (in omaggio all’espressione colorita che piaceva molto ad un altro presidente del Consiglio che pure lui saliva sui predellini delle auto per tenere improvvisati comizi).
Non solo al Governo italiano - in persona dei vari ministri della Giustizia, dell’Economia e dei presidenti del Consiglio che si sono succeduti dal 2001 ad oggi – non fa né caldo né freddo essere continuamente condannati a pagare indennizzi per cattivo funzionamento della giustizia, ma addirittura tanto se ne frega che non ci pensa neppure a pagare.
I debiti (ignorati) della Giustizia
In dieci anni, dal 2001 ad oggi, lo Stato – attraverso la Giustizia – ha accumulato oltre 90 milioni di euro di debiti nei confronti di cittadini che hanno ottenuto indennizzi per l’eccessiva durata dei processi che li hanno visti coinvolti (attenzione: l’indennizzo spetta anche a chi è stato condannato, anche chi è colpevole infatti ha tutto il diritto di sentirselo dire in un tempo ragionevole).
Debiti che, con la massima noncuranza, il Governo non paga.
Perché la Giustizia non ha i soldi per pagarli.
Ma i soldi glieli deve dare l’Economia. Che non glieli dà. E il Governo, di cui Economia e Giustizia fanno parte, se ne frega (sempre come accadeva tanti anni fa).
Così i creditori, i cittadini che hanno subìto i ritardi, sono costretti a ricorrere ai pignoramenti.
I pignoramenti a Bankitalia
Al ministero della Giustizia però da tempo non c’è più nulla da pignorare. E accadeva che i creditori insoddisfatti tornassero alla Corte europea per far condannare l’Italia che non onorava i suoi debiti verso i cittadini.
E l’Italia veniva condannata. Una volta condannata, la sentenza di condanna metteva a carico dell’Economia l’obbligo di pagare. L’Economia, a differenza della Giustizia, qualcosina da parte ce l’ha – e comunque può lavorare sul debito, e non solo sulla disponibilità di cassa come la Giustizia – e così succedeva che un indennizzo, ad esempio, di 5mila euro per eccessiva durata del processo, non pagato tempestivamente, lievitava di cinque o sei volte diventando un debito di 30mila euro composto da sanzioni dell’Europa, interessi, rivalutazione e così via.
Allora nel 2007, la Legge Finanziaria stabilì, per evitare le continue condanne dell’Europa che stava di nuovo incazzandosi, che dei debiti della Giustizia poteva rispondere direttamente l’Economia.
Da quel momento in poi perciò tutti gli indennizzi liquidati ai cittadini vittime dei ritardi, sono stati “girati” all’Economia.
Che, udite udite, ha continuato a non pagare.
A questo punto però dire Economia equivale a dire Casse dello Stato e dunque è come dire Banca d’Italia.
Morale della favola: i creditori della Giustizia stanno, da 4 anni a questa parte, pignorando i fondi dello Stato depositati presso le Tesorerie Centrali gestite da Bankitalia.
Ma anche questa procedura comporta un notevolissimo aggravio di costi, che vengono aggiunti alla somma liquidata per indennizzo.
Ricapitolando: pur di non far funzionare la Giustizia lo Stato è disposto a rimetterci milioni di euro.
Quando investire “nella” Giustizia anche soltanto una parte di quella stessa somma potrebbe significare garantire, appunto, un processo breve.
Per esempio pagando le bollette della luce dei tribunali (sono quasi tutti morosi) e assicurare così la possibilità di fare udienza anche al pomeriggio.
L’indifferenza verso i ritardi
Nei mesi scorsi il Capo Dipartimento degli Affari di Giustizia del ministero retto da Angelino Alfano ha inviato a tutti i presidenti delle Corti d’appello italiane diverse note con le quali si invitavano i colleghi (il Capo del Dipartimento è un magistrato) a fare di tutto per accelerare i tempi di definizione dei processi. Magari creando sezioni dedicate a quelli più vecchi.
Hanno risposto soltanto quattro o cinque presidenti su circa 30.
E di questo il ministro della Giustizia, il Governo, di nuovo, se ne frega.
Che senso ha dunque pensare che prevedere una prescrizione più breve possa “invogliare” la giustizia a funzionare?
E che senso ha, come si ipotizza nella riforma in discussione alla Camera, limitarsi a “segnalare” al ministro e al procuratore generale della Cassazione (i titolari dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati) i ritardi nei processi?
La responsabilità prevista dalla Legge Pinto
Invece di sanzioni senza senso, la Legge Pinto, la legge 89 del 2001, oltre a percorrere l’unica strada civile possibile (che sarebbe valida se il nostro Governo fosse civile), ossia quella della multa per chi non rispetta le regole del processo breve (e non quella della cancellazione del processo che in questo modo, oltre a continuare a non essere breve, diventa addirittura una chimera), prevede anche un serissimo sistema di rsponsabilità. E’ per questo che chi chiede l’indennizzo in nome della Pinto deve presentare la richiesta non ai giudici dello stesso distretto di Corte d’appello dove si è svolto il processo troppo lungo, ma a quelli del distretto di Corte d’appello che, in altre circostanze, sarebbero competenti a giudicare i colleghi responsabili di qualche violazione.
Per tornare alla filosofia del diritto, questo vuol dire che – sul piano strettamente giuridico – siccome l’eccessiva durata del processo può essere causata da una responsabilità del magistrato (ricordate? Quelli sfaticati...) è bene che la richiesta a esamini quello stesso giudice che è autorizzato a... giudicare i colleghi.
E così per i processi di Napoli la richiesta va a Roma, per quelli di Roma a Perugia, per quelli di Salerno a Catanzaro, per quelli di Milano a Brescia e così via.
Questo vuol dire che, in teoria, si potrebbe profilare anche una responsabilità contabile nei confronti dei magistrati che per negligenza hanno causato il ritardo del processo.
Ma i giudici degli altri distretti non fanno nulla di tutto questo, si limitano a riconoscere il diritto all’indennizzo.
La Corte dei Conti fa finta che il problema non esista.
Il ministro della Giustizia fa finta che il problema non esista.
Il Governo fa finta che il problema non esista.
I procuratori generali dei vari distretti si scambiano montagne di carte dove, formalmente e distrattamente, chiedono spiegazioni dei ritardi ai colleghi dei distretti... confinanti.
Che naturalmente tutti rispondono affermando che la colpa è del carico di lavoro, della mancanza di fondi che non consente di far fare gli straordinari ai cancellieri, dei guasti tecnici che non possono essere tempestivamente riparati perché le imprese di manutenzione non vengono pagate (sempre per mancanza di fondi) e così via.
Intendiamoci: in molti casi le giustificazioni sono vere. Il problema però è che nessuno, del Governo, si preoccupa di fare qualcosa per rimuovere le cause (o gli alibi, a seconda delle circostanze) dei ritardi e controllare quelle giustificazioni.
Il Governo preferisce pagare milioni di euro di indennizzi piuttosto che rimuovere le cause dei ritardi.
Basti pensare che ogni anno, allo stesso Stato che oggi sostiene di voler fare una riforma per abbreviare i tempi dei processi, questa indifferenza costa circa 20 milioni di euro.
Venti milioni di euro l’anno non bastano a indurre il Governo a fare qualcosa di concreto.
E’ ipocrita, poi, sostenere che abbreviando la prescrizione tutti corrono a lavorare: le cause dei ritardi restano ferme.
L’unica differenza, con la riforma, sarebbe un guadagno per le casse dello Stato che, cancellando i processi, non permetterebbe ai medesimi di essere... ritardatari. E dunque risparmierebbe gli indennizzi.
In sostanza: per non pagare la multa lo Stato abolisce il segnale di divieto.
Questo, come è ovvio, non vorrà dire che tutti si comporteranno bene. Anzi.
Vorrà dire che sostituiamo un danno, quello economico, con un altro, quello dell’impossibilità di stabilire chi è colpevole o innocente.
Il testo approvato dal Senato
Un’ultima osservazione non può essere taciuta. Se è vero che il testo come modificato dalla Camera è un’aberrazione inventata per favorire qualcuno, è anche vero che il testo approvato dal Senato a gennaio 2010 non è certo una soluzione giuridicamente valida.
Quel testo, in sostanza, prevedeva dei tetti di durata massima per il processo penale: in caso di reati commessi prima del maggio 2006 puniti con pene inferiori nel massimo a 10 anni il giudizio doveva concludersi:
entro 3 anni dall'esercizio dell'azione penale in primo grado;
entro 2 anni per l'appello
entro 1 anno e sei mesi per il giudizio in Cassazione.
In caso di reati commessi dopo il maggio 2006 e con pene inferiori nel massimo a 10 anni:
dopo 2 anni per ogni grado di giudizio
In caso di reati più gravi:
4 anni per il primo grado;
2 anni per l'appello;
un anno e sei mesi per la Cassazione
In caso di reati di mafia e terrorismo:
5 anni per il primo grado
3 anni per l'appello
2 anni per la Cassazione
Se poi la Cassazione avesse disposto l'annullamento dei processi precedenti e il rinvio a nuovo giudizio, ogni grado del nuovo processo sarebbe dovuto durare al massimo un anno.
Nei casi di processi molto complessi o con molti imputati, il giudice avrebbe potuto aumentare fino ad un terzo i termini di durata.
Naturalmente tutti i rinvii richiesti dall’imputato o dalla difesa non sarebbero stati conteggiati.
Bene, in teoria il principio non è sbagliato.
Però: anzitutto la stessa cosa, sostanzialmente, è prevista dalla Legge Pinto (ignorata, come abbiamo visto, da tutti: perché qualcuno dovrebbe prendere a cuore la nuova?)
In secondo luogo la proposta di legge avrebbe introdotto nel codice di procedura penale un istituto inesistente e incompatibile con il sistema giuridico: l’estinzione del processo.
Si prevedeva infatti l’aggiunta di un articolo in una parte del codice di procedura che regola le sentenze di non doversi procedere per estinzione del REATO e non del PROCESSO.
In parole povere: il nostro codice non prevede altre cause di estinzione se non quelle del reato.
Il processo è uno strumento, un mezzo, e come tale non può estinguersi autononamente rispetto all’obiettivo, al fine, per cui esiste. Che è, appunto, il reato.
Per introdurre una causa di estinzione del processo non basta una piccola aggiunta al codice ma bisogna rivedere alcune norme fondamentali del nostro sistema giuridico sostanziale e processuale.
Altrimenti la Corte costituzionale boccia la legge ed è inutile poi sostenere che si tratta di un covo di comunisti.
Ma questo evidentemente i nostri senatori lo ignorano. Proprio come lo avrebbe ignorato un senatore dell’antichità: il Cavallo di Caligola.
Il prezzo da pagare
Una proposta conclusiva: se il prezzo da pagare per tentare di salvare un italiano dai suoi processi è quello di distruggere poco alla volta la giustizia, e con essa l'intero Stato, ma allora l'opposizione appoggi la maggioranza nell'approvazione di una legge che stabilisca inequivocabilmente che il presidente del Consiglio in carica non potrà essere processato per i prossimi... diciamo 30 anni (un termine sufficiente a garantire prima un altro tipo di giudizio). E ricominciamo ad occuparci delle cose serie. In fondo non sarebbe la prima volta che lo Stato rinuncia a perseguire un reato nell'interesse superiore della collettività e della giustizia: è quanto accade con i pentiti. Niente ergastolo, benefici vari, in cambio di confessioni che consentono di combattere la mafia.
E allora ribaltiamo il concetto: niente processi in cambio del silenzio che consentirà di evitare le idiozie del legislatore.
Roberto Ormanni
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Roberto Ormanni
Roberto Ormanni
Informazioni sull'autore
giornalista, cronista giudiziario, avvocato, direttore responsabile dei settimanali Goleminformazione.it e Il Parlamentare.it, dal 1985 a oggi ha lavorato per diverse testate, è stato direttore del settimanale giuridico Diritto e Giustizia (Giuffrè editore), è autore di un musical teatrale ("Due Carissimi Nemici"), ha collaborato alle trasmissioni "Quelli della Notte" e "Indietro Tutta" di Renzo Arbore, ai rotocalchi televisivi "Visto da Sud" e "Giorno per Giorno", alle sceneggiature della serie a cartoni animati "Ulisse - Il mio nome è Nessuno" prodotta dai RaiDue. Ha pubblicato i saggi "Napoli nel Cinema" (Newton Compton), "Cartoon non vuol dire cartone" (Tempolungo), "Storia del cinema di cartone (animato)" (Infinito Edizioni) e ha curato, insieme con Francesco De Filippo, il volume di Luigi Morsello "La mia vita dentro - Le memorie di un direttore di carceri" (Infinito Edizioni)
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