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Archeologia a rischio

Mitra, il dio dei rifiuti

23 Maggio 2015 di 

A Itri, nel territorio pontino, viene chiusa la cava che minacciava il complesso archeologico ma soltanto per essere adibita a discarica. Con la benedizione della Regione Lazio.

Mitra, il dio dei rifiuti
Il mitreo di Itri, un unicum nel territorio pontino, non trova pace. La notizia dell’esaurimento dell’estrazione della cava Cardi, che da circa trent’anni incombe sul sito, aveva fatto ben sperare. Ma come dice un noto proverbio, il peggio deve sempre ancora venire. E così la Regione Lazio ha concesso l’autorizzazione a trasformare la cava in una discarica di rifiuti.

Era il 1979 quando l’archeologa Marisa De Spagnolis, nel corso di una ricognizione compiuta per la compilazione della carta archeologica del territorio di Itri e Gaeta, in località San Giacomo, rinveniva le strutture di una imponente villa romana (databile al I secolo d.C.,) che mostrava, in una delle concamerazioni, la sua trasformazione in sacello pagano. La costruzione, nota con il nome Le Grotte, sorge in prossimità dell’Appia e si inserisce in un territorio ricco di insediamenti romani di tipo agricolo-residenziale databili tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio di quella imperiale. Gode di una eccezionale posizione, con vista sul golfo di Gaeta e controllo della vallata sottostante in cui corre la regina viarum. Le dimensioni del criptoportico, delle cisterne e dei canali di drenaggio, suggeriscono che doveva trattarsi di una villa rustico-residenziale imponente. La piattaforma su cui si erge, lunga circa 50 metri, è in calcestruzzo mentre i muri in opera reticolata. Molti degli ambienti non sono accessibili perché crollati o invasi dalla vegetazione, altri conservano ancora oggi la loro funzione originaria, e cioè quella di conservazione dell’acqua. In una fase successiva alla costruzione della villa, in uno dei criptoportici viene installato un sacello pagano che presenta orientamento O-E, lo stesso della villa. Il templum, di forma rettangolare e con volta centinata a botte, è diviso in due settori (A e B) da un muro posto a circa 3 metri dalla parete di fondo; lungo i lati lunghi corrono due bancali, della stessa altezza del muro divisorio e con una pendenza dall’esterno verso l’interno, che, solo nel settore A, presentano un totale di 7 nicchie. Davanti al muro divisorio, nel settore B, sul pavimento è visibile una impronta circolare che suggerisce la presenza, in origine, di una base cilindrica. Il settore B inoltre, di dimensioni più piccole rispetto ad A, è una sorta di vasca rettangolare (3,25 x 2,15 m.) il cui pavimento è in pendenza verso l’angolo (S-O) dove si trova un pozzetto di raccolta dell’acqua. La parte centrale della parete di fondo è invece occupata dall’edicola del templum, di cui oggi rimane un frontoncino con architrave al di sotto del quale si apre una nicchia. Al di là della nicchia si trovano due ambienti a corridoio (C e D), fra loro ortogonalmente convergenti: il corridoio D è coperto a botte fuorchè nella parte finale poiché doveva ricevere l’acqua piovana per alimentare il complesso; in fondo al corridoio si trovano infatti due vasche rettangolari che dovevano raccogliere l’acqua e, attraverso un sistema di saracinesche che ne regolava il flusso, portarla  nel luogo di culto.  In un secondo momento sopra la villa viene costruita una chiesetta intitolata a San Giacomo, di cui rimane solo un muro con resti di un affresco raffigurante un Santo. Attribuire il templum ad un determinato culto è assai difficile dal momento che al suo interno non è stato rinvenuto materiale archeologico e non esistono fonti epigrafiche dirette. L’assenza di materiale è dovuta al fatto che l’edificio è stato intensamente utilizzato fino ai nostri giorni. Alcune caratteristiche del sito hanno però spinto Marisa De Spagnolis ad interpretarlo come un mitreo, ossia un sacello dedicato al dio persiano Mithra. Innanzitutto il riuso di ambienti della villa appartati e nascosti, l’accesso laterale, l’orientamento a est, il complesso sistema di alimentazione idrica del sacello, la tripartizione dell’ambiente con i due bancali e il corridoio centrale e, infine, le sette nicchiette. Due sono gli elementi di estremo interesse individuati nel mitreo. Innanzitutto le nicchie. Nel mitreo di Itri sono presenti sette nicchie, mentre negli altri mitrei noti le nicchie sono quasi sempre due. Questo potrebbe dipendere dal fatto che inizialmente i gradi di purificazione previsti dalla religione mitraica erano due ma, dopo i contatti con il mondo greco-romano, divennero sette. Le sette nicchie potrebbero dunque rappresentare i sette gradi di purificazione del rito di iniziazione dei fedeli, posti ciascuno sotto l’influsso di un particolare pianeta. Altro elemento interessante è il complesso impianto idraulico costruito in funzione del settore B, identificato come una vasca, e al cui angolo destro è scavato un pozzetto. E’ noto che l’acqua era fondamentale nel culto mitraico. E’ probabile quindi, data la presenza di altri elementi riconducibili al culto mitraico, che la vasca fosse funzionale al battesimo di purificazione e iniziazione. Ma l’elemento più significativo a favore di tale interpretazione è la costruzione della chiesa cristiana di San Giacomo. Il cristianesimo assimilò riti e cerimonie del culto mitraico ma, divenuto nel IV secolo d.C. religione di Stato, lo combattè strenuamente arrivando a distruggere fisicamente tutti i suoi luoghi di culto per sostituirli con i propri. Il culto di Mitra era una religione misterica, sorta nell’area del Mediterraneo orientale intorno al II-I secolo a.C., che prometteva eguaglianza e premi oltre la vita, sollecitando l’immaginazione soprattutto dei ceti subalterni. Il culto veniva celebrato in grotte e gli adepti trovavano, nei riti di iniziazione e purificazione, conforto spirituale e elevazione morale. Si diffuse in Italia a partire dal I secolo d.C. ad opera dei veterani reduci dalle campagne di oriente, dei mercanti e degli schiavi orientali importati, raggiungendo la sua massima diffusione nel II secolo d.C. E’ probabile che il mitreo di Itri sia sorto nel II secolo d.C. proprio per influenza di schiavi orientali impiegati nei praedia della zona.  La chiesa di San Giacomo fu costruita sopra il mitreo a sugello dell’avvenuta cancellazione del rito preesistente, per impedirne una sua possibile sopravvivenza e per non alterare le abitudini dei fedeli che se prima erano soliti recarsi in quel punto a pregare Mithra, ora ci si sarebbero recati per pregare Cristo.

Il tesoro dimenticato e il rischio ambientale
Sono passati quasi 40 anni dalla scoperta del mitreo di Itri. Eppure nulla è mai stato fatto per valorizzarlo né tantomeno per tutelarlo. Sul sito ha insistito per tanti anni la cava Cardi. Ora che l’estrazione del calcare è quasi esaurita i proprietari, nel novembre 2010, hanno presentato alla Direzione Regionale Ambiente Area Rifiuti Regionale un progetto per riconvertire la cava in impianto di recupero di rifiuti non pericolosi. Il progetto, dopo aver prima ricevuto parere positivo da parte dall’Area Difesa del Suolo e Concessioni Demaniali nel 2011, ha poi ottenuto l’autorizzazione dall’Area Valutazione impatto ambientale e valutazione ambientale strategica della Direzione Regionale Ambiente nel 2012. Infine, a giugno del 2013, ha ricevuto l’approvazione definitiva dalla Regione Lazio. I cittadini sono insorti allarmati dai rischi ambientali che incombono sul loro territorio. La discarica infatti è prevista sopra una falda acquifera. Si tratta della principale falda acquifera della zona che, dopo aver alimentato i terreni di Itri, Gaeta e Formia, si butta in mare. A preoccupare sono i danni che un simile inquinamento potrebbe arrecare non solo alle coltivazioni ma soprattutto alla salute degli abitanti. A preoccupare è lo stravolgimento del paesaggio in cui si inserisce, da secoli, il mitreo che verrebbe così a trovarsi in mezzo ai rifiuti. Non tutelare e non valorizzare un sito di grande interesse come il mitreo di Itri è già di per sé vergognoso. Ma addirittura marginalizzarlo in questo modo sembra veramente troppo. Esistono diversi modi per distruggere la memoria storica di un monumento. Esiste la distruzione fisica, quella violenta fatta a colpi di martello, fuoco e bombe, ne esiste poi una più subdola, meno eclatante ma altrettanto dolorosa. Si chiama oblio. Il risultato, a guardar bene, è lo stesso.

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