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Sarà perché ti fumo

La marijuana legale e la “non” marijuana

29 Maggio 2014 di  Paolo Maria Addabbo

C'è confusione sullo status legale della cannabis. Liberalizzazioni, sperimentazioni: cosa è cambiato davvero nelle leggi di paesi come Usa e Uruguay? Quali sarebbero i costi maggiori e i benefici del libero uso della droga più diffusa dopo l’alcool?

La marijuana legale e la “non” marijuana
In molti servizi radiotelevisivi e articoli si annunciano fantapolitiche legalizzazioni della droga illecita più diffusa al Mondo, quasi sempre seguiti da opinioni di personalità nostrane su temi generici legati alla droga.

O magari si parla di battaglie politiche, come quelle dei radicali, strutturate sulla demagogia piuttosto che su serie politiche volte a risolvere i problemi della dipendenza da sostanze, o magari utili solo a tamponare il problema del sovraffollamento delle carceri mettendo fuori i piccoli-medi spacciatori pregiudicati che devono scontare una pena per spaccio di cannabis oltre a chi avesse ceduto droga, magari passato uno spinello a qualcuno lbccon cui si è soliti condividere questa insalubre abitudine...

“Che confusione, sarà perché ti”... fumo!
Anche se, bisogna ricordare, su questo tema gli ultimi orientamenti della Cassazione sembrano non riconoscere colpevole qualcuno che consuma droga con amici, a patto che questi ne abbiano commissionato l’acquisto, e quindi solo sanzioni amministrative per l’affidatario della “colletta” e non la più grave ipotesi di spaccio (orientamenti, come al solito, trasformati  in legge sicura e perfettamente matematica dai titoloni della stampa disinformativa che non analizza mai i contesti in cui le sentenze vengono date, e meno che mai le stesse sentenze, e che recitano qualcosa come “La Cassazione permette di coltivarvi le vostre piante e di comprare droga insieme agli amici” , mentre in realtà è leggermente più complicato...).

Terapeutico, ricreativo o turistico?
Sempre nei servizi dei telegiornali si intravedono scene di concerti rap e dozzine di “blunt” (grandi spinelli) che sgorgano dalle bocche dei fan, insieme a possenti boccate di fumo densissimo. Si spiega che l’intero ciclo della marijuana “ricreazionale” è controllato, sin dallo scorso anno, dagli stati di Colorado e Washington, ma non si spiega quasi mai che l’uso di marijuana a scopo terapeutico è legale negli Usa fin dagli anni ’90, che è regolamentato in venti stati  e in altri è ancora in via di approvazione. La grande differenza con la maggioranza dei paesi è la lista di malattie per le quali è possibile richiedere il farmaco: di solito in USA spazia dai reumatismi all’emicrania, mentre nel resto del Mondo la somministrazione del farmaco è possibile solo in casi gravissimi come i tumori, fatta eccezione per il Colorado per esempio, dove la marijuana medica, diversa da quella venduta al dettaglio, può essere usata solo per gravissime patologie. E per rendersi conto del funzionamento del business basta provare a vedere gli annunci in cui ci si imbatte quando si provano a fare ricerche sulla marijuana in America: “ottieni il tuo certificato per la cannabis medica in 30 minuti con 20 dollari” recitano gli sponsor che spuntano ai lati delle pagine.
Ma tornando al Colorado e a Washington, quello che non spiegano i servizi dei telegiornali con le immagini di cannoni stracolmi di “fiori” e gli articoli con lunghe digressioni sulle battaglie pseudo-antiproibizioniste, è che è vietato assumere (quindi anche consumare lecca lecca, dolciumi e prodotti commestibili vari a base di THC e degli altri principi psicoattivi), fumare ma anche solo mostrare marijuana in pubblico. Bisogna inoltre avere almeno 21 anni e si può comprare fino a un’oncia di cannabis e derivati, trenta grammi circa per persona. E se si preferisce “l’erba di casa propria” il limite coltivabile per uso personale è di circa 5 piante. C’è da ricordare, per chi stesse preparando le valige per le nuove “mecche” dello spinello, che le regole per consumare la “ganja” possono variare anche in base alla municipalità. E adesso sembrano sorpassati anche i problemi finanziari dei primi mesi: c’era il panico tra chi ha acquistato le licenze per produrre e vendere la droga, dato che le banche si rifiutavano di accettare i proventi dello “spaccio” legale, in quanto potenzialmente contro la legge federale... Problema poi risolto anche con l’istituzione di cooperative ad hoc per gestire i guadagni.
Situazione simile in Uruguay, che può vantare di essere la prima nazione ad aver regolamentato lo scorso dicembre tutte le fasi di produzione e vendita di cannabis per scopo ricreativo, anche se la differenza sostanziale sta nel dover essere cittadino uruguaiano per poter accedere all’erba, che sia quella medica, ricreazionale o che sia il raccolto di circa 500 grammi che può essere stoccato per uso personale.

Il modello europeo, il “cannabis club”.
Negli ultimi anni, tra battaglie legali e politiche, romantiche e strumentali, sembra essersi affermato un modello di associazione a scopo non lucrativo nel vecchio continente: invece di creare dei punti vendita si fondano club con soci privati che coltivano e consumano la marijuana dopo averne controllato la qualità.
La Spagna è il paese dove questi sono più diffusi: per accedere ai circoli dove si può sorseggiare un bicchiere di vino e fumare un “porro” bisogna avere un certificato medico o essere introdotti da un altro socio. A Barcellona si concentrano circa la metà dei 500 circoli spagnoli, e le autorità locali stanno provando a combattere il fenomeno del turismo della droga, con iscritti ai club che permettono l’iscrizione a turisti e studenti non residenti, magari in cambio di un corrispettivo in danaro, e ovviamente infrangendo le regole dell’associazione.
Sono andati male invece i tentativi francesi: in un primo momento i club erano “underground”, più nascosti. Pian piano sono poi venuti allo scoperto e per i promotori ci sono state condanne fino a un mese di galera con condizionale e multe inferiori ai mille euro.
Tentativi del genere e relative condanne ci sono state anche in Inghilterra dove la cannabis è considerata droga di “classe B”, seconda quindi solo alla cocaina, e dove da 15 anni attivisti come Colin Davies provano ad aprire club puntualmente chiusi dalla polizia e a portare avanti iniziative di protesta, come una fumata collettiva ad Hyde Park o la consegna di un mazzo di fiori di marijuana alla regina, che ricorda molto di quando i Beatles provocatoriamente dichiararono di aver fumato nel bagno del palazzo reale: infatti le associazioni della cannabis rimaste aperte nel Regno Unito sono solo quelle che si limitano al semplice studio della pianta e delle politiche che la regolano, anche se alcune di queste non nascondono l’insegnamento di tecniche di coltivazione. Ma in Spagna e in Belgio ci sono state anche delle sentenze a favore di questi club, significativa una che imponeva alla polizia iberica di restituire l’erba confiscata all’associazione. Perfino nella tollerante Olanda è stato aperto il primo cannabis club, una risposta alla cosiddetta politica dell’ “entrata posteriore” che è da dove arrivano le scorte, dato che è consentita la vendita di cannabis e derivati (anche importati dall’estero, come l’hashish) ma non la produzione, fatta eccezione per la cannabis usata per farmaci come il Bedrocan, ossia marijuana di altissima qualità decine di volte più costosa di quella dei coffeeshop, pesticidi e metalli pesanti free, che non dovrebbe essere fumata ma almeno vaporizzata tramite sofisticate pipe elettroniche, come spiega la casa farmaceutica...
E anche in Italia, dopo che diverse regioni hanno reso più semplice l’accesso alla marijuana medica, anche a carico del SSN, è stata aperta in provincia di Lecce un’associazione con cinquecento soci da tutto il paese: la metà di questi sono pazienti che usano la cannabis terapeutica per curare o alleviare le pene di patologie come la sclerosi multipla, il glaucoma, i dolori cronici e tutte quelle per le quali altri farmaci siano “esauriti o inefficaci”, così come recita la legge nazionale.

L’erba del vicino è sempre più buona, ma potrebbe essere tagliata con oppiacei!
C’è poi un importantissimo problema pratico che non sarebbe tale in un contesto controllato dalle autorità e non alla mercé dei criminali, problema quasi mai preso in considerazione quando si parla di droga che è quello delle sostanze da taglio, usate per aumentare il volume della sostanza o per modificarne l’effetto. Secondo le statistiche, sono la polvere di cacao e la paraffina per uso alimentare le sostanze da taglio più usate per l’hashish, i blocchi di resina ottenuti dall’erba, ma in alcune occasioni è stato trovato anche hashish mischiato ad anfetamine. E pure riguardo all’altra forma più comune in cui la cannabis viene venduta, quella erbacea, le leggende metropolitane e la realtà si mescolano in un pentolone di veleni, prodotti per uso alimentare e alchemiche bugie: l’erba che viene esposta all’ammoniaca o immersa in questa per asciugare in fretta prodotti coltivati indoor o per arricchire quelli troppo secchi importati dall’estero e pagati meno di un euro al grammo, oppure ancora l’esempio della “glass grass” che è tagliata con polvere di vetro o silicio per farla sembrare piena di “tricomi”, ma che in realtà buca i polmoni. L’odore acre che invade le stradine della bella Italia non è solo quella della marijuana: due anni fa si è scoperto che un clan camorristico importava droga dall’Olanda fino a Torre Annunziata, e oltre alla cocaina si faceva arrivare anche l’ “Amnesia”: una delle varietà tra le più popolari degli ultimi anni che però veniva tagliata con un mix di droghe pesanti. Ma la stampa non è sembrata interessata alla composizione esatta dell’erba “tarocca”, quella che ti fa diventare davvero tossico con un solo spinello (non come l’ “unico” spinello dell’oramai rigettata e super-sorpassata “teoria del passaggio”, che spiega come dallo spinello si passi all’eroina in un battibaleno, ma non dice che prima dello spinello c’erano tabacco, alcool e, perché no, i cioccolatini che la mamma non voleva fossero toccati...), e anche l’interesse riguardo quest’inchiesta, che ha visto coinvolto il clan Gionta e il neomelodico Ciro Marciano, in arte Tony, è stato scarso, dato che a descriverne svolgimento ed esiti sono state così poche testate che si possono contare in un’unica pagina di risultati su Google e su una sola mano, mentre invece quando scattano rinvii a giudizio e arresti tutti i flash delle telecamere brillano e le tastiere si infiammano per i processi mediatici anticipati.

Ma sono i narcotest da fare in casa la grande novità nel mercato della droga, destinata a rivoluzionarlo perlomeno fino a quando questo rimarrà un business della criminalità. Un business, è il caso di ricordarlo, che non rimane esclusivamente a loro... Basti pensare a tutte le aziende che incrociano e studiano varietà di cannabis da tutto il Mondo e per tutti gli usi, compresi quelli non psicoattivi, per poi commerciarli come souvenir e semi a scopo collezionistico, uniche finalità valide in paesi in cui la coltivazione non è consentita. Aziende che si espandono e che spesso fondano catene di negozi che vendono, oltre ad attrezzature per coltivare “indoor”, anche le cosiddette “smart drugs”, chiamate così perché nonostante le proprietà psicoattive sono ancora considerate lecite, per lo meno fino a quando le commissioni mediche non ne stabiliscono la pericolosità, come avvenuto in Italia per la “Salvia Divinorum” per esempio.
Nei cosiddetti “smartshop”, molto presenti anche sul web, è possibile comprare anche i kit per analizzare la droga, simili a quelli utilizzati dalle forze dell’ordine. E negli stessi negozi è possibile comprare anche i cosiddetti “legal highs”, un settore delle svariate “droghe furbe”, cioè sostanze vendute perlopiù come profumi e incensi ma con nomi e scritte che esplicitamente richiamano a diverse sostanze... I solventi dello sballo vengono venduti anche nei tabacchini e nei negozi di souvenir inglesi, ma non c’è da meravigliarsi se si pensa che da decadi pitture e solventi vari sono le “scappatoie” dalla società delle classi meno e per nulla abbienti. Tra i vari “legal highs” ci sono anche i cannabinoidi sintetici, oramai quasi tutti illegali in UE, anche se si prova sempre ad aggirare la normativa studiando nuove formule chimiche con effetti uguali, però non incluse tra le sostanze proibite. E quindi, per esempio, oltre al test con i reagenti ai più comuni tagli della cocaina, si trovano anche i test per vedere se l’erba è stata allungata con cannabinoidi sintetici che, come tutti gli altri “sballi legali”, sono dagli effetti collaterali praticamente sconosciuti, e quindi paradossalmente e potenzialmente molto più pericolosi di quelli illegali.

In Italia il dibattito sulle droghe sembra regolato da logiche populiste e bipolariste da stadio: si dipinge la marijuana come costruzione demoniaca, che con un solo spinello ti fa diventare psicopatico. Oppure, all’opposto estremo, si crede che la cannabis sia innocua per chi guida veicoli, che sia la cura per tutte le malattie e la soluzione alla carenza di energia. Questi “estremisti” del proibizionismo e dell’antiproibizionismo non realizzano che, anche se all’inizio dello scorso secolo gli industriali dei materiali sintetici avevano tutti gli interessi contro la coltivazione di canapa tessile e i suoi svariati usi (pianta della stessa famiglia della marijuana che non è psicoattiva e che è stata poi resa illegale), ciò non implica che sia in atto un complotto contro la cannabis. E nemmeno i problemi dei biocombustibili sono stati causati dagli industriali degli anni ‘20, come quello delle colture dei paesi in via di sviluppo che sarebbero sfruttate per il combustibile ma non per i bisogni della popolazione. Nessuno ha spiegato che le statistiche negli Usa ci parlano di un aumento di incidenti stradali connessi all’uso di cannabis, nonostante sia largamente riconosciuto che questa sia potenzialmente meno pericolosa alla guida dell’alcool, ma il luogo comune da dementi recita “avete mai sentito di qualcuno che ha fumato una canna e fatto un incidente stradale?”, e hanno anche l’ardore di dirlo in canzoni come in “Vado via” di Fabri Fibra.
E anche sulle proprietà curative di questa, sempre oggetto di teorie fantacomplottistiche, pochi ricordano che le sperimentazioni più all’avanguardia e controverse riguardano i cannabinoidi che non hanno effetti psicoattivi, come il CBD. Chi invece crede che la cannabis possa risvegliare patologie psicologiche incatenate dalla nostra mente e dalla nostra educazione, ha ragione, anche se è contro la scienza affermare che un singolo spinello può portare alla follia, perché sarebbe come dire che con un bicchiere di vino si diventa alcoolizzati e cirrotici, certo è però che se mai si prova qualcosa non ci sarà mai una seconda tentazione, e questo giustifica quei paesi che hanno una tolleranza zero verso le droghe, e in cui come in Italia prima del referendum del ’94, non si distingue tra consumo personale e commercio.

E soprattutto la droga non è più, o forse non è mai stata, un problema che riguarda una minoranza della società, non riguarda più solo le classi più svantaggiate o le ricche elite: le droghe, legali e illegali, permeano sempre di più il nostro quotidiano, prepotentemente si espandono in tutti i livelli della società, influenzano medici senza scrupoli nelle sale operatorie, danno la “carica” ai lavoratori, possono ispirare le menti creative e mandarle in rovina allo stesso tempo... Ignorare ciò significa anche dimenticare che sempre più giovanissimi portano tra i banchi di scuola il passatempo più redditizio delle mafie e il welfare dei piccoli spacciatori, significa che gli adulti di domani devono affrontare problemi di dipendenza e criminalità sempre più gravi che, in tenera età, si radicano nel profondo dell’animo, diventano abitudine quotidiana... e proliferano come erbaccia, come “weed”.
Paolo Maria Addabbo
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Paolo Maria Addabbo
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Informazioni sull'autore

Paolo Maria Addabbo crede di nascere sulla luna, anche per la sua ingenuità. Civilmente nasce nel 1989 in Campania, a Benevento. Studia umanistica (ha una laurea triennale italo-terrestre in “Studi Italiani), appassionato del web (badate che è una cosa diversa da Internet) e dei motori di ricerca, gli piace romanticamente definirsi “filologo del web”. Ha iniziato, non ufficialmente, la carriera di pubblicista intorno ai 15 anni, collaborando con un testata della sua cittadina e iniziando con le brevi di sport, facendogli gradire ancora meno lo “sport show business”, ma non lo sport. La passione per la cronaca nera era un percorso obbligato, dato che crimini formali e non sono ricorsi nella sua vita, come in quella di “molti” della classe borghese (c'è davvero la media o l'alta ancora?) campana, per certi versi inevitabile. L'interesse per la giurisprudenza (ma anche per la base dell'educazione civica, nella quale ha molte lacune che vuole colmare) da un lato, sono necessari al proseguimento della sua carriera, di cui Golem che ha sempre garantito la sua indipendenza, e il voler andare oltre l'informazione anche alla base di questa rappresenta un pilastro. L'interesse per il web programming nasce, oltre che dalle inchieste realizzate senza la mediazione di “fonti” ma andando direttamente alle fonte ufficiali, (metainformativamente e cercando la documentazione ufficiale online e non), anche dalla tesi di laurea triennale intitolata “Il metodo di Lachmann ai tempi di Google”. Crede che una delle cose più importanti per “cambiare” davvero sia avere meno paura possibile (idealisticamente non averne) delle proprie debolezze, delle paure in generale, e del senso del ridicolo, andando più nel particolare... Comunque, nel giornalismo, cerca di tenere a freno la creatività e le “passioni”, con un po' di crudezza, esaustività, e ignoranza “socratica” che sà almeno di non sapere e ricerca incessantemente la verità, cercandola nella maniera più analitica ed esprimedola nella maniera più esaustiva e semplice possibile... 

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