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Malattie veneree e cronaca nera

Quando il sesso non fa audience

16 Maggio 2014 di  Paolo Maria Addabbo

La punibilità della diffusione di malattie a trasmissione sessuale. Le differenze tra l’ordinamento giuridico italiano e quello di altri Paesi. Il dolo e la colpa. Informazione e leggende metropolitane.

Quando il sesso non fa audience
Le cronache nere e giudiziarie sono piene di avvenimenti che riguardano la sfera sessuale: tuttavia, ci sono degli argomenti che sembrano essere molto imbarazzanti e non attirano il grande pubblico perché non parlano direttamente di sesso, non lo mostrano, oppure perché non richiamano esplicitamente l’atto in concreto ma solo possibili lati spiacevoli di questo: un esempio particolare è rappresentato dai problemi morali e legali legati alla punibilità per aver trasmesso malattie veneree.
 
“Sesso, Sangue e Soldi”: non considerando lo “Sport”, quarta parola che inizia per “S” e che, secondo il noto motto, si riferisce agli argomenti più seguiti dal pubblico (o popolo?), e che più potrebbero essere usati con demagogica malizia per parlare direttamente alla pancia dei lettori (o elettori?), sono temi che ricorrono tutti nelle nostre vite, anche se solo uno ne rappresenta le fondamenta in senso puramente biologico...
Non è un caso che amore e sesso dominino il mercato editoriale e ispirino gran parte della narrativa da millenni, oltre ovviamente a influenzare la storia: gossip da parrucchiere, vicende familiari, carriere politiche rovinate (o almeno così dovrebbero essere) da comportamenti sessuali incoerenti con valori e politiche propugnati, se non addirittura illegali... Dall'amore letale di Cleopatra al marciume di casi mediatici, politici e giudiziari come quelli di “Ruby” e “Brenda”; da un simbolo degli amori impossibili come Giulietta e Romeo fino alla grottescamente stuzzicante Commedia all’italiana, passando per i testi antichi come il Kama Sutra e perfino ritrovamenti archeologici direttamente dal più intimo e tragico quotidiano dei nostri avi, come gli scavi a “luci rosse” di Pompei...
 
DA PLAUTO ALLE LEGGENDE METROPOLITANE PASSANDO PER LA CRONACA GIUDIZIARIA
È la cronaca a influenzare la narrativa o viceversa? A volte, leggendo di processi e scandali, possono venire in mente commedie plautine o greche, in cui il topico giovane elemosina soldi al padre per riscattare una sfortunata ragazza magRubyna dal lenone, personaggio che di solito organizza anche spettacoli teatrali e che in alcuni testi, rintracciati da un noto bibliofilo attualmente in esilio sanitario libanese e dei quali però la paternità del commediografo romano non è certa, ha un nome ricorrente: "Leno Mora"
 
E naturalmente, arrivando alla cronaca giudiziaria, alla narrativa “no-fiction” nera, oltre che gli scandali politici a cui si è fatto cenno, ci sono anche tanti avvenimenti tragici intrecciati alle dinamiche della carnalità: c’è tanto sangue oltre che il surrogato del potere: il danaro, naturalmente. Ci sono le storie terribili di violenze sessuali, ideali per un articolo “splatter” in stile new journalism, discendenti di antiche tragedie. Alcune di queste farebbero sembrare barzellette una scena da inferno dantesco come quella del Conte Ugolino.
Infatti, teatro antico e scandali contemporanei a parte, per gli amanti dell’orrido o per chi è costretto a lavorarci, non mancano mai storie talmente truci che bisognerebbe scrivere un messaggio informativo magari tramite una finestra pop-up per avvertire i lettori, che reciti qualcosa come: “ATTENZIONE, CONTENUTO NON ADATTO A PERSONE SENSIBILI O DEBOLI DI CUORE: STORIA TRUCE E PIENA DI SANGUE. Se invece gli speciali di Vespa e Mentana sul caso Franzoni ed Erba vi hanno appassionato, continuate nella lettura, trovate quello che fa per voi!”.
 
In Olanda nel 2008 venivano condannati tre uomini, definiti dalla stampa come una gang di omosessuali, rispettivamente a un anno e mezzo, cinque e nove per aver tentato di infliggere lesioni gravi aggravate da possesso di droga, aggressione e violenza sessuale. Ma secondo l’accusa i colpevoli sarebbero andati ben oltre i meri tentativi, anche se le evidenze non erano abbastanza per provare le decine di casi in cui sarebbero riusciti anche a trasmettere il virus dell’HIV tramite iniezioni di sangue infetto, dopo aver drogato le vittime a festini a luci rosse organizzati via web.
E le violenze si affastellano tra le pagine delle cronache innumerabili, spesso strumentalizzate dalla stampa per dirigere la rabbia verso determinati gruppi etnico-sociali nonostante le statistiche ci dicano che la maggioranza di episodi sanguinosi contro donne e minori, avvengono tra le confortevoli mura domestiche nostrane... E poi ci sono i “mostri” di Firenze o i meno noti clan che acquistano donne con le quali generare nuove generazioni di cuccioli criminali, e si dice cuccioli perché di umana prole non si parla e la colpa non è nemmeno addebitabile completamente a loro se in quel contesto ci sono nati e cresciuti; anche se, bisogna dire, almeno loro non lo fanno per la ricerca  dell’ariano perfetto, per i criminali semplici è solo un bisogno simile a quello di alcune coppie o single che ricercano paternità e maternità non potendola avere in una maniera naturale, una sorta di “adozione”, o meglio “fecondazione assistita” forzata secondo la burocrazia dello stato parallelo, dei regni delle due Sicilie e di Padania uniti..
Una realtà splatter difficilmente distinguibile dalle leggende metropolitane, diffuse largamente via e-mail ma che, notano gli studiosi, circolano già dagli anni ’90 in svariate forme, come varianti di una stessa novella che proliferano maggiormente quando la diffusione della malattia è all’apice. Narrano di punture avvelenate, come le frecce di una remota storia di guerra, in club e luoghi pubblici. E raccontano anche di rapporti con passione di morte e desiderio di vendetta, consumati per ammazzare tramite la malattia, per una rivincita contro il partner, contro l’altro sesso ma anche contro il Mondo intero, e viene da chiedersi se sia la realtà a influenzare le leggende o viceversa.
 
PUNIBILITÁ DELLA DIFFUSIONE DI HIV E MST TRAMITE RAPPORTI SESSUALI
Ma ci sono anche maniere più subdole di fare del male a una persona, con diversi gradi di colpevolezza che variano in base alla consapevolezza che si ha riguardo alle malattie in generale e al proprio stato fisico. Infatti ogni anno migliaia di persone in tutto il Mondo vengono condannate per l’equivalente delle lesioni personali italiane (art. 582 e 583 c.p.), dopo aver fatto sesso  senza avvisare i loro partner di pericolose malattie veneree. Un caso da manuale, che raramente fa capolino in qualche trafiletto delle cronache, è quello della prostituta che conscia di avere la sindrome da immunodeficienza acquisita continua a esercitare il meretricio senza usare protezioni (o magari di un "utilizzatore finale" che le persuade a non usare il preservativo sapendo di avere l'HIV).
Bisogna sempre considerare però che qualora si ravvisasse la volontà di uccidere, e quindi non l’aver accettato o corso il semplice rischio di contagiare qualcuno facendo sesso, si configurerebbe l’accusa di omicidio. Si pensi per esempio a qualcuno che pianifichi una vendetta passionale: l’assassinio del partner tramite il contagio di questi, realizzato per mezzo dello stesso veleno che corrode sia anima che carne, anche se fortunatamente grazie alla sensibilizzazione, seppur minima, e alle cure, questo genere di casi estremi inquadrabili come degli omicidi, colposi o dolosi che siano, dovrebbero essere limitati. E ci sono dei casi fuori dall’orbita sessuale che devono essere menzionati per comprendere meglio la sottile linea che può esserci tra lesioni gravissime e omicidio, ma soprattutto quella tra dolo e colpa: si pensi agli incidenti che possono capitare su luoghi di lavoro in cui si maneggia sangue umano, o ancora ai tossicodipendenti che usano siringhe insanguinate come un’arma, se non addirittura la loro saliva mista al sangue: a tal proposito si ricorda che la prima sezione della Corte suprema nel settembre del 2000 affermava che chi sputa intenzionalmente sangue con volontà di creare danno, su altre persone essendo affetto da Aids, ossia il livello finale della malattia causata dal virus dell’Hiv, è colpevole di omicidio colposo.
Nell’ordinamento italiano, come accennato, non c’è un reato specifico per questa fattispecie di crimine, ma l’accusa per chi contagia qualcuno coscientemente per via sessuale è quella di lesioni personali, che possono essere lievi, gravi o gravissime a seconda della malattia trasmessa e possono essere dolose o colpose. Si parlerà infatti di dolo, almeno nella forma indiretta di “dolo eventuale”, quando il reo sapendo di avere una malattia e non avendolo comunicato al partner accetta il rischio che questi sia contagiato (si potrebbe parlare anche di quella più rara di dolo alternativo, che si verifica quando gli eventi cagionanti lesioni sono almeno due e non si prevede esattamente se si possano realizzare entrambi o soltanto uno. Come nel caso di un malato di almeno tre malattie veneree che ne trasmetta almeno una conscio che potrebbero essere trasmesse tutte e tre, anche se in pratica sarebbe difficile provarlo già solo per il fatto che prove certe che la “fonte” di queste malattie sia attribuibile a specifici individui è attualmente possibile solo per alcune patologie). 
Se invece, nonostante il livello di istruzione e le conoscenze permettano all’ammalato di prevedere l’evento ma questi, a differenza di chi ha agito in una forma di dolo “lieve”, credeva di essere in grado di evitarle o fosse certo che non si sarebbero verificate per una qualsivoglia ragione, si parlerà di colpa cosciente, dato che il colpevole non credeva di correre un rischio concreto, non lo aveva accettato. La concretezza e l’accettazione del rischio sono i criteri principali che sono stati usati di più negli anni per distinguere il dolo dalla colpa, fino all’ultima sentenza sostanzialmente confermata dalla Cassazione eccetto per alcune aggravanti da ridefinire, riguardo alla tragedia della Thyssenkrup. Degna di nota è la sentenza della Cassazione n.44712 del 2008 di una donna condannata per lesioni gravissime con dolo eventuale dopo aver trasmesso l'HIV, anche se questa si era giustificata, ricorrendo per l’appunto in terzo grado per quattro diversi motivi tra i quali quello che segue, affermando che non era conscia al 100% della malattia che aveva causato la morte del marito nello stesso anno in cui lei aveva scoperto di averla a sua volta, anche per un fenomeno di rimozione psicologica, che però non ha convinto i giudici che non lo hanno ritenuto credibile.
Insomma, in questi casi non sembra adatto dire che “l’ignoranza non paga”, almeno per i colpevoli, visto che da questi sembra tanto agognata.
 
Situazione simile nell’ordinamento inglese e nei paesi anglosassoni, dove il delitto doloso si distingue in genere dalla “reckless transmission” (ossia contagio colposo). Nel 2008 in Regno Unito c’è stata la prima condanna per un virus che non era l’HIV, ma l’epatite B, e anche se in alcuni degli Stati Uniti viene considerato un reato minore trasmettere coscientemente una malattia, o anche solo avendo il sospetto di averla, i risarcimenti sono arrivati fino ai 12 milioni di dollari per una donna californiana che aveva contratto il virus dell’immunodeficienza dal marito.
Solo alcuni paesi non ancora industrializzati, del cosiddetto terzo Mondo, non perseguono ancora chi deliberatamente diffonde il virus dell’immunodeficienza e altri tipi di malattie, primo tra tutti la Tailandia, sfortunatamente noto soprattutto per il turismo sessuale, per l’appunto.
 
In Italia si straparla di sesso, siamo invasi dalla cronaca nera che mischia danaro, violenza e carnalità, ma in concreto si fa poco per educare le future generazioni: fortunatamente, oltre a quella di sfruttare l’immagine e il corpo delle donne soprattutto per fare audience, c’è anche la libertà di parlare di problemi più imbarazzanti e nascosti iniziando a fare qualcosa, come assumersi le proprie responsabilità, sfidare le proprie paure e fare test gratuiti nella propria Asl... L’alternativa è giocare d’azzardo ed eventualmente provare a dire “non sapevo, non ne avevo la più pallida idea”, conseguenze morali e penali a parte. E forse anche il mondo dell’associazionismo non potrà più dire che si criminalizzano i malati. C’è bisogno forse di più rispetto verso i malati e di educare chi infetta il prossimo o si infetta a vicenda, anche se la tecnologia ha quasi reso innocue alcune malattie e forse queste, si spera, non si considereranno più come un omicidio o gravissime lesioni personali, ma magari solo “questioni” personali.
Paolo Maria Addabbo
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Paolo Maria Addabbo
Paolo Maria Addabbo
Informazioni sull'autore

Paolo Maria Addabbo crede di nascere sulla luna, anche per la sua ingenuità. Civilmente nasce nel 1989 in Campania, a Benevento. Studia umanistica (ha una laurea triennale italo-terrestre in “Studi Italiani), appassionato del web (badate che è una cosa diversa da Internet) e dei motori di ricerca, gli piace romanticamente definirsi “filologo del web”. Ha iniziato, non ufficialmente, la carriera di pubblicista intorno ai 15 anni, collaborando con un testata della sua cittadina e iniziando con le brevi di sport, facendogli gradire ancora meno lo “sport show business”, ma non lo sport. La passione per la cronaca nera era un percorso obbligato, dato che crimini formali e non sono ricorsi nella sua vita, come in quella di “molti” della classe borghese (c'è davvero la media o l'alta ancora?) campana, per certi versi inevitabile. L'interesse per la giurisprudenza (ma anche per la base dell'educazione civica, nella quale ha molte lacune che vuole colmare) da un lato, sono necessari al proseguimento della sua carriera, di cui Golem che ha sempre garantito la sua indipendenza, e il voler andare oltre l'informazione anche alla base di questa rappresenta un pilastro. L'interesse per il web programming nasce, oltre che dalle inchieste realizzate senza la mediazione di “fonti” ma andando direttamente alle fonte ufficiali, (metainformativamente e cercando la documentazione ufficiale online e non), anche dalla tesi di laurea triennale intitolata “Il metodo di Lachmann ai tempi di Google”. Crede che una delle cose più importanti per “cambiare” davvero sia avere meno paura possibile (idealisticamente non averne) delle proprie debolezze, delle paure in generale, e del senso del ridicolo, andando più nel particolare... Comunque, nel giornalismo, cerca di tenere a freno la creatività e le “passioni”, con un po' di crudezza, esaustività, e ignoranza “socratica” che sà almeno di non sapere e ricerca incessantemente la verità, cercandola nella maniera più analitica ed esprimedola nella maniera più esaustiva e semplice possibile... 

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