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La Rapida Accoglienza Medica dell’ospedale di Lodi

08 Dicembre 2011 di  Luigi Morsello

Pubblichiamo la testimonianza di un nostro collaboratore, Luigi Morsello, sulla qualità del servizio ospedaliero in una delle regioni che, secondo la Lega Nord, rappresentano il simbolo della civiltà.

La Rapida Accoglienza Medica dell’ospedale di Lodi
Caro Direttore,
durante la mia permanenza a Lodi, sia come direttore del carcere locale che, dopo il febbraio 2005, come pensionato, mi è accaduto di aver bisogno, in regime di Pronto Soccorso, delle strutture sanitarie locali, ricevendone una impressione sostanzialmente positiva anche se era lampante l’insufficienza dei locali.

Poi si è costruito, ali nuove fiammanti. Una di queste viene denominata con acronimo (R.A.M.) ed una espressione (Rapida Accoglienza Medica) propiziatoria di efficienza.
Vi sono stato ricoverato dal 2 al 7 dicembre, in regime di pronto soccorso che avrebbe motivato l’accoglienza di Cardiologia. Il 7 dicembre mi sono auto-dimissionato. Dirò dopo il perché.
Le giornate e le nottate sono lunghe da trascorrere, in ospedale come in carcere, per cui si è attivata la mia capacità di osservazione, con risultati sorprendenti. La prima sorpresa è nell’aver constatato che in questo reparto sono ricoverati, senza discriminazioni, malati di varie patologie, di cui mi sfuggiva la logica. Un malato di una patologia dichiaratamente psichiatrica, una persona anziana, ha gridato, urlato, inveito ininterrottamente giorno e notte, per effetto delle sue ossessioni mentali. Quando ho chiesto al personale infermieristico mi è stato risposto che lì si accoglievano anche questo tipo di malati.
Ebbene direttore, ho riflettuto. Io sono ammalato di epatite C correlata, dividevo la stanza con un paziente, sopravvenuto, ammalato di soli problemi gastrici. In questo caso specifico, l’ammalato è rimasto allettato per una pregressa frattura ad una spalla, in via di guarigione, i propri bisogni li faceva a letto, per cui il W.C. per quella stanza serviva solo me, che nel lavarmi, ad esempio i denti perdevano sangue dalle gengive, era sangue infetto! Ora, le pulizie venivano fatte dalle sei del mattino, con prodotti disinfettanti, ma v’era la maggior parte del giorno in cui i sanitari, il lavabo in particolare, restavano infetti ed è noto che la quantità di sangue per infettare nell’epatite C è minima, anche se la trasmissione del virus allo stato degli studi anche statistici è solo per via ematica. Questa promiscuità fra ammalati e malattie non comporta forse il rischio della propagazione delle malattie, dovute a batteri o a virus, nell’ambito del settore e verso altri settori presso i quali gli ammalati potevano essere trasferiti? Io credo che stia nella natura della utilizzazione del settore (ricordo: “Rapida Accoglienza Medica”) risolvere l’accoglienza rapida e destinare gli ammalati ai settori specialistici.
Ora dopo ora la mia attenzione si spostava sul comportamento del personale, medico e paramedico, di quel centro, ivi compreso alle addette alle pulizie, servizio forse esternalizzato.
L’impressione generale, ribadisco impressione, era che il rapporto col paziente, appariva essere oltre il prevedibile di natura autoritaria.
Io sostengo da sempre, caro direttore, che quando si va a lavorare i problemi vanno lasciati fuori la porta. La mia impressione è che lì così non fosse, anzi ho ricevuto la sensazione che alcune unità i problemi li trovassero nel tipo di lavoro svolto, il che è umanamente comprensibile ma non basta a giustificare comportamenti bruschi, com’è accaduto a me.
Fra il personale infermieristico ho potuto osservare persone di grande umanità, ma in genere tale personale giocava e scherzava durante la giornata lavorativa, come non si rendessero conto delle sofferenze altrui. La situazione è aggravata dalla circostanza che molti malati erano anziani.
In genere però il comportamento era accettabile, anche se personalmente sono stato oggetto di toni bruschi.
Dal punto di vista terapeutico mi aspettavo visite specialistiche di epatologi, cardiologi, urologi e di medicina polmonare. Niente di tutto questo, anzi la mia denuncia di sintomatologia agli arti superiori e inferiori (tremore incontrollabile specie nei movimenti di precisione delle mani, improvvisi cedimenti alternativamente delle gambe) restava del tutto inascoltata. Venivano effettuati quotidiani prelievi di sangue e somministrazione di farmaci (non so quali), l’unico esame specialistico (ecolor doppler cardiaco) risultava del tutto inutile in quanto fatto da me presso la Clinica Sanitas il 21.11.2011, con comprensibile disappunto della radiologa.
A questo punto decidevo che ne avevo abbastanza, sentendomi peraltro nuovamente bene, per cui lo facevo presente ai tre medici addetti alla visite quotidiane. Le mie richieste rimanevano inascoltate per cui decidevo di parlare con altri due medici probabilmente ad essi sovrordinati.
Ebbene, caro direttore, non ci crederà, sono stato strapazzato come mai in vita mia. Uno di essi, che stava operando nel corridoio con una o due infermiere, anziché in ambiente proprio, mi intimava di allontanarmi perché stavo violando la privacy (in un corridoio!) nei confronti dei pazienti. Naturalmente, in me si ingigantiva il disappunto ma facevo qualche passo indietro, sempre aspettando che il primario (?) terminasse il suo daffare, ma lì dentro, nell’ufficio del primario (?) se la prendevano comoda, per cui decidevo di entrare nell’ufficio (aperto) dopo avere bussato e a questo punto interveniva una specie di Erinni in camice bianco che mi diceva con asprezza, a voce altissima (non più della mia però!) che non avevo ricevuto il permesso di entrare (nel frattempo la porta mi era stata chiusa letteralmente in faccia!), che dovevo riferire a lei (non aveva la targhetta di medico). E no, caro Direttore, durante 40anni di servizio ne avevo viste di tutti i colori, non sarebbe stata quella donna e quegli uomini ad umiliarmi. Quindi, declamavo che sarei andato via anche senza dimissioni (lo avevo peraltro già fatto presente). A questo punto la situazione diveniva comica. Io avrei dovuto firmare le dimissioni volontarie in calce alla cartella clinica che però non saltava fuori! Giocoforza ho dovuto scrivere di pugno su un foglio bianco la seguente dichiarazione: “Il sottoscritto dr. Luigi Morsello … ispettore generale dell’amministrazione penitenziaria, a riposo … oggi 7 dicembre 2011 dichiara di rinunciare alla prosecuzione delle cure a suo favore presso … Solleva pertanto l’amministrazione ospedaliera da ogni responsabilità in ordine alle mie auto-dimissioni.”
Come ultima notazione devo dire che ho avuto l’impressione che il personale infermieristico non avesse nessun rapporto di gerarchia con quello medico. Se un carcere funzionasse così …
Luigi Morsello
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Luigi Morsello
Luigi Morsello
Informazioni sull'autore
Ispettore generale dell’amministrazione penitenziaria, ora in pensione, è stato direttore di carceri tra il 1969 e il 2005. Autore del volume “La mia vita dentro – Memorie di un direttore di carceri” (Infinito Edizioni), cura il blog “Il giornalieri”
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