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Rete senza regole

Google, le isole e la fuga dagli Stati

01 Novembre 2013 di  Nicola Castaldo

La “multinazionale della memoria” sta costruendo due isole galleggianti e sta tentando di depistare le ipotesi sul loro reale utilizzo. Se Google… prende il largo la gigantesca banca dati sarà sottratta a qualsiasi legislazione.

Google, le isole e la fuga dagli Stati
Cosa ci fanno due isole artificiali al largo delle coste americane? Una domanda divenuta frequente negli ultimi giorni, da quando due enormi piattaforme galleggianti in metallo sono comparse in mare, una nella baia di San Francisco e l'altra nel Maine, nei pressi di Portland.

Due gigantesche zattere in acciaio di circa 80 metri per 20, su cui poggiano quattro piani di container. Le ipotesi sulle origini e le finalità delle due chiatte si stanno moltiplicando senza sosta ma, fino ad ora, le fortezze galleggianti rimangono avvolte da una coltre di mistero. Il primo “oggetto non identificato”, si è materializzato davanti all’hangar numero 3, sull’isola artificiale che la Marina Usa ha dato in affitto al comune di San Francisco: la così detta “Treasure Island”, dove sono state, verosimilmente, assemblate le strutture poi montate sulle piattaforme galleggianti.

Le isole Google
Una sola certezza sembra emergere con chiarezza dalla nebulosa vicenda: dietro la costruzione delle isole artificiali ci sarebbe Google, l’azienda americana di servizi online con cui abbiamo a che fare ogni giorno, non appena accendiamo il computer per usare il motore di ricerca, il sistema operativo Android, Gmail, Google Maps o YouTube. Ovviamente dalla sede centrale di Google, per ora, arrivano solo “no comment”, ma gli indizi che conducono direttamente a Montain View sono solidi. I primi a segnalare la presenza delle due anomale costruzioni sono stati i reporter del sito internet Cnet e ben presto si è scoperto che Google, nel 2009, brevettò un “data center basato sull’acqua”: un “sistema che comprende un computer data center montato su una piattaforma galleggiante, e una pluralità di unità di calcolo” – si legge nel brevetto – “un generatore elettrico basato sul mare che si connette elettronicamente con le unità di calcolo, e uno o più sistemi di raffreddamento basati sull’acqua”. A depositare il brevetto furono tre persone: Jimmy Clidaras, David Stiver e William Hamburgen che, ad oggi, lavorano per Google. Un altro elemento che prova la presenza dell’azienda di Sergey Brin e Larry Page dietro al misterioso progetto, arriva dalla registrazione delle due isole, effettuata a nome di una compagnia chiamata By and large Llc, a sua volta collegata a Tim Brandon, dirigente Google che si occupa di “gestire tutte le acquisizioni e le attività del portfolio Google nella Silicon Valley”, come si legge nel suo profilo Linkedin. Come se non bastasse il colosso del web ha fatto addirittura firmare un accordo di non divulgazione ad alcuni funzionari del governo Usa. A rivelarlo è Barry Bena, portavoce della Guardia costiera americana che ha raccontato di almeno un militare del suo corpo che ha firmato un patto di riservatezza con Big G.

“Scopi tecnologici”
Se la paternità dell’opera sembra oramai accertata, nulla si sa di certo circa gli scopi a cui serviranno le due isole né sulla loro destinazione finale: rimarranno dove sono o saranno spostate? Tutto quello che trapela dalla Silicon Valley è che saranno usate per non meglio precisati “scopi tecnologici”. Un’ambiguità che ha fatto nascere numerose ipotesi circa il destino finale dei due colossi galleggianti, alcune decisamente fantasiose: si va dall’”arca di Noè” tecnologica per salvare i dati in caso di catastrofi più o meno naturali, ai router giganti per attivare una rete wireless planetaria. L’ultima ipotesi, in ordine di tempo, vuole che le due isole artificiali siano addirittura due mega store dove l’azienda di Montain View venderà il suo nuovo prodotto: i famosissimi Google Glass, gli occhiali per la “realtà aumentata” pronti, ormai, ad invadere il mercato. L’ipotesi, avanzata da Kpix, emittente televisiva locale della Cbs, sembra trovare conferma dalle indiscrezioni provenienti da fonti vicino a Google. Tuttavia questa spiegazione, è proprio il caso di dirlo, fa acqua da tutte le parti. Sembra infatti assai improbabile che siano stati investiti così tanti soldi esclusivamente per mettere su dei negozi un po' eccentrici. Anche nell’ottica di una spietata competizione con gli Apple Store sembra improbabile che Big G. abbia deciso di vendere i suoi occhiali solo in prossimità dei corsi d’acqua, tanto che c’è chi pensa si tratti solo di un depistaggio per sviare l’attenzione dalla vera finalità delle avveniristiche costruzioni.

Se Big G. prende il largo
Che senso ha dunque costruire due isole di metallo in mezzo al mare? E che cosa può significare l’estremo riserbo attorno a tutto il progetto? Una possibile risposta a questi interrogativi ci viene dall’attualità. Il datagate infuria e, assieme al Governo Usa, le principali web company del pianeta sono sotto accusa per aver usato a proprio piacimento i metadati relativi alle comunicazioni dei cittadini e dei leader europei. Così, mentre il Parlamento Europeo vara un nuovo regolamento sulla privacy, anche negli Stati Uniti presto potrebbe esserci una vera e propria stretta sulla possibilità di utilizzare i dati della navigazione web da parte di Google e delle altre Corporation della rete. A questo punto la spiegazione più logica potrebbe essere che Google si stia preparando a spostare server e banche dati in mare per sfuggire alla legislazione degli Stati. Le isole galleggianti per ora sono nei mari americani, ma il prossimo passo potrebbe essere quello di spostarle in acque internazionali e trasformarle in veri e propri Stati sovrani galleggianti battenti bandiera di Google. Isole indipendenti che potrebbero tranquillamente infischiarsene delle strette sulla privacy imposte dai Governi, e, in fin dei conti, anche delle tasse: Google, insieme agli altri giganti del web, sfuggono da anni alle proprie incombenze fiscali più onerose, mentre l'Unione Europea e i singoli Stati non sono in grado di contrastare questo fenomeno.
Se a prima vista può sembrare fantascientifica, l’ipotesi di una “fuga dagli Stati” è tutt’altro che infondata. Basti pensare alla storia delle grandi corporation americane e alla loro lenta ma inesorabile trasformazione. Nate nella seconda metà del XVIII secolo, durante la rivoluzione industriale e assieme agli Stati moderni, erano, inizialmente, delle società con degli statuti regolamentati dalla legge che ricevevano commesse per costruire opere di interesse pubblico. Avevano delle licenze delimitate in modo molto preciso dallo Stato in cui esse operavano e svolgevano a tutti gli effetti un ruolo di servizio pubblico. Negli ultimi due secoli però, le grandi compagnie si sono gradualmente emancipate dal controllo dello Stato, a suon di accordi legali stipulati dai loro avvocati dinanzi ai giudici, diventando infine delle vere e proprie persone giuridiche con più poteri e diritti dei cittadini in carne e ossa ma con molti meno vincoli. Negli Usa questa realtà è affermata da tempo e, con la globalizzazione, è divenuta un processo inarrestabile anche in Europa. Oggi le grandi multinazionali del web, come Google condizionano, sempre di più, la politica e le scelte degli Stati stessi di cui, ormai, non hanno più bisogno. Un esempio fra tanti: nel 2012 Apple ha superato il Pil della Svizzera: 648 miliardi di dollari contro i 636 della confederazione elvetica. Così mentre gli Stati, e i cittadini pagano, letteralmente, il conto della globalizzazione, le multinazionali del XXI secolo sono libere di spostarsi dove più conviene perché non sono più legate ad un luogo fisico. Un dato di fatto ancora più evidente se parliamo di web company: Facebook, Google, Amazon & co. oggi corrono al passo veloce della rete e delle nuove tecnologie, mentre gli Stati e l’U.E. arrancano, inseguendole con le regole della loro farraginosa burocrazia. Per questo oggi la trasformazione di una grande multinazionale in una vera e propria entità sovrana non è fantapolitica, anzi, si tratterebbe solo del passo conseguente nel processo di autonomia e di egemonizzazione che le corporation hanno intrapreso da tempo nei confronti della società e degli stessi Governi. Come i cari vecchi Stati Nazionali sono nati come entità non naturali, artificiali e hanno imposto con la forza militare la propria egemonia, la stessa cosa avviene oggi con i giganti dell’economia digitale la cui forza, però è prevalentemente economica, perché, se c’è da sporcarsi le mani con l’uso della forza conviene sempre che siano i Governi a farlo. Nei nuovi “dei mortali” che, come il Leviatano di Hobbes, detengono un potere assoluto e, nel caso delle multinazionali senza confini. Un potere alla cui base, però, non c’è nessun patto, implicito o esplicito, con la comunità o con la società, ma unicamente la ricerca del profitto.
Nicola Castaldo
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Nicola Castaldo
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Informazioni sull'autore

Mi chiamo Nicola Castaldo, ho 30 anni e una laurea in Filosofia. Nato a Napoli, ho vissuto e studiato nel Sannio fino all'università per la quale mi sono trasferito a Napoli. Oggi vivo fra Napoli e Benevento dove attualmente edito, come presidente di un'associazione, un magazine online di cultura e attualità: magmazone.it. Dopo la laurea in Filosofia nel 2006 ho avuto varie esperienze di lavoro nel campo della formazione, dell'istruzione e del giornalismo. Dal 2008 al 2009 ho collaborato presso una casa editrice: Di Salvo Editore, imparando i rudimenti dell'Ufficio stampa. Dal 2009 al 2010 ho collaborato con un quotidiano locale: “Corriere del Sannio”.Successivamente ho deciso di fondare un magazine che colmasse il vuoto lasciato dalle testate locali nel territorio in cui risiedo.

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