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Da Breaking Bad a Don Matteo

L’Italia, la fiction e l’alibi della povertà

22 Novembre 2013 di  Simone Morano

Dire che le fiction italiane devono rinunciare alla qualità per la mancanza di fondi è una scusa per giustificare la mediocrità. È come dire: “Non so cucinare perché non ho i soldi per comprare il caviale, l’aragosta e i tartufi”.

L’Italia, la fiction e l’alibi della povertà
La tv italiana poggia su tre principi fondamentali: Pippo Baudo è un professionista; non ci sono soldi; quasi tutte le nostre fiction sono brutte. Di solito, il secondo principio serve a giustificare il terzo (la professionalità di Baudo, invece, è un dogma che – in quanto tale – non può essere discusso).

La scarsa qualità dei telefilm nostrani, quindi, dipende esclusivamente dalle modeste risorse finanziarie a disposizione? Non può esistere una via di mezzo tra Breaking Bad e Don Matteo?
(Per chi non lo conoscesse, Breaking Bad è un telefilm americano in cui si parla di un uomo che, ormai vicino alla morte, decide di compiere azioni illegali per assicurare un futuro ai propri figli – è incredibile come le similitudini con Berlusconi riescano a infilarsi dappertutto)

Dire che le fiction italiane devono obbligatoriamente rinunciare alla qualità a causa della mancanza di fondi è una scusa usata da produttori e sceneggiatori per giustificare la mediocrità. È un inganno. È come dire: “Non so cucinare perché non ho i soldi per comprare il caviale, l’aragosta e i tartufi”. Vero, ma anche un piatto di pasta e fagioli può essere eccezionale. A patto, però, di saperlo fare.
Perché alla fine il discorso sta tutto lì. Nessuno pretende che in Italia si spendano tre o sei milioni a episodio (come per Breaking Bad o per Game of Thrones) o venti milioni per un pilot (come per Terra Nova). Si pretende, però, che gli sceneggiatori sappiano scrivere. Perché negli Stati Uniti vengono prodotte ogni anno decine di sit-com e comedy divertenti, ironiche e intelligenti, e in Italia no? È possibile che in America si realizzino serie spassose con protagonisti amici (How I met your mother), coppie (Mike & Molly), vedovi (Go on), alieni (The Neighbors), famiglie gay (Modern Family), pubblicitari (The Crazy Ones), cameriere (2 broke girls), astrofisici (The Big Bang Theory), psicologi della rabbia (Anger management) e malati di Parkinson (The Michael J. Fox Show) e in Italia si rimpianga ancora Finalmente soli con Gerry Scotti e Maria Amelia Monti (sit-com divertente, peraltro; ma finita nel 2004)?

Nelle sit-com non è questione di soldi: le riprese sono quasi tutte in interni, ogni puntata dura venti minuti. È questione di scrittura: o sei capace di far ridere, o non sei capace. In Italia, evidentemente, non siamo capaci.  
Il problema è che il confronto è impietoso non soltanto con la tv della lontana America: ma anche con la tv del vicino Regno Unito. Negli ultimi anni in Gran Bretagna sono stati prodotti telefilm così acuti e sagaci da suscitare stupore. Perché è facile fare Montalbano con i panorami e le luci della Sicilia; un po’ meno facile è riuscire ad attirare l’attenzione del pubblico con i pub e le giacche a vento inglesi.
Un piccolo capolavoro è, per esempio, Moone Boy, comedy irlandese in onda dal 2012 sulla Sky britannica, che mette in scena la vita di un dodicenne, Martin Moone, nell’Irlanda della fine degli anni Ottanta. Luci e atmosfere di oltre vent’anni fa si sposano in episodi appassionanti e spassosi (grazie anche a Sean, l’amico immaginario di Martin) in cui nessun ambiente educativo (dalla famiglia alla scuola, passando per la chiesa) svolge il proprio ruolo in maniera decente.

Ha preso il via solo poche settimane fa, invece, The wrong mans, comedy thriller trasmessa dalla BBC Two, che racconta di come due modesti impiegati si ritrovino, loro malgrado, invischiati in affari misteriosi che coinvolgono Servizi Segreti e criminali russi, tra omicidi, droga e riciclaggio di denaro. Il Daily Mirror ne ha parlato così: “Imagine 24 written as a sitcom with Corden taking on the Kiefer Sutherland role”, “Immaginate 24 scritto come una sit-com con James Corden (uno dei due protagonisti, ndr) nel ruolo di Kiefer Sutherland”. Se è difficile far ridere ambientando un telefilm in una casa o in un ufficio, immaginate quanto possa esserlo nel momento in cui le gag si inseriscono tra inseguimenti d’auto, festini, tentativi di avvelenamento e agguati. Il tutto, peraltro, in maniera tremendamente realistica.

Ma, se volete un esempio di telefilm realizzato in Europa che in Italia non produrremmo mai, date un’occhiata a London Irish, in onda su Channel 4: quattro irlandesi tra i venti e i trent’anni alle prese con alcol, fumo, sesso e disoccupazione. Una serie provocatoria e rivoluzionaria? Assolutamente no: alcol, fumo, sesso e disoccupazione fanno parte, bene o male, della vita della maggior parte dei giovani. È che in Italia non ce ne siamo ancora accorti.
Simone Morano
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Simone Morano
Simone Morano
Informazioni sull'autore
Nato a Seregno nel 1987, laureato in Linguaggi dei Media. Web writer, collabora con Lettera43 e GuidaConsumatore, ed è uno degli analisti della trasmissione di Raitre Tv Talk. Nel 2010 per Fermenti Editore ha pubblicato la raccolta di poesie "Hai perso una goccia".
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