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Fecondazione artificiale

I figli dello scambio

02 Maggio 2014 di  Nicola Castaldo

Lo scambio di embrioni avvenuto all’ospedale Pertini di Roma e la sentenza della Consulta che ha abolito il divieto di fecondazione eterologa per le coppie sterili dovrebbero indurre a ridiscutere seriamente le norme sulla procreazione assistita.

I figli dello scambio
Uno dei temi più controversi, capace di infiammare il dibattito pubblico italiano ogni volta che torna alla ribalta delle cronache è la fecondazione artificiale. Una questione complessa che coinvolge aspetti legati non solo al diritto ma anche ai principi etici. La discussione sul delicato argomento dura da decenni e si è ulteriormente complicata alla luce dei recenti fatti di cronaca.

L’ultimo della serie è il caso dell’ospedale Pertini di Roma dove una coppia è in attesa di due gemelli dopo essersi sottoposta ad un intervento di procreazione assistita. Tutto come da programma a parte un piccolo dettaglio : i due gemelli non sono figli della coppia, almeno dal punto di vista biologico. Il test del Dna ha infatti confermato che i profili genetici dei nascituri non sono compatibili con quelli dei genitori ufficiali e l’ipotesi di uno scambio di embrioni è divenuta certezza. Il 4 dicembre dello scorso anno cinque donne si sono sottoposte al prelievo degli ovociti per la procreazione assistita presso l’ospedale “Sandro Pertini” di Roma, noto per le cure contro l’infertilità. Successivamente gli ovociti prelevati dalle donne sono stati fecondati con gli spermatozoi dei rispettivi mariti ma poi qualcosa è andato storto. Complice il cognome molto simile di due delle signore sottoposte alla terapia, gli embrioni sono finiti nell’utero della donna sbagliata. Lo scambio del materiale genetico è avvenuto per una fatalità a cui ha contribuito una catena di distrazioni umane che un’inchiesta della Procura sta ora vagliando alla ricerca delle responsabilità civili o penali.

Neonati contesi
Nell’attesa che la giustizia faccia il suo corso rimangono tutti gli interrogativi sollevati dalla vicenda che si presenta come uno dei casi più intrigati di sempre. Di chi sono i gemelli di cui è incinta la vittima dello scambio di embrioni? Dal punto di vista genetico non ci sono dubbi: i gemelli non sono figli della donna che li porta in grembo bensì di un’altra coppia che, come la signora incinta e suo marito, si era sottoposta al trattamento per la fecondazione assistita. Il codice civile italiano del 1942 dice che chi partorisce il bambino è la madre del bambino. La maternità viene dedotta dall’atto del parto perché, nell’epoca in cui fu scritto il codice, non esisteva la possibilità di impiantare embrioni in uteri diversi da quelli dove venivano concepiti. Per questo motivo un caso come quello verificatosi a Roma non è contemplato dal codice civile che invece prevede l’eventualità che chiunque abbia un interesse possa ricorrere per “sostituzione di neonato” secondo l'art. 248. E tuttavia ciò che è stato sostituito, sia dal punto di vista scientifico che dal punto di vista logico, non è un neonato. Ma è un non(ancora)nato. Anche la legge 40 del 2004, che disciplina la fecondazione assistita, non prevede un caso del genere e dice espressamente che i figli appartengono a chi li mette alla luce e chi fornisce i gameti non può pretendere nessun diritto nei confronti dei nascituri. In questo caso però non si tratta di una fecondazione eterologa, a cui la norma si riferisce, bensì di una fecondazione omologa (con materiale genetico della stessa coppia di genitori) diventata eterologa (con gameti di una coppia di sconosciuti) solo per un errore e c’è dunque, quantomeno, un vizio di consenso informato.

Una matassa difficile da sbrogliare e, mentre i giuristi provano a risolvere la questione dal punto di vista legale, è evidente che le incertezze legislative di fronte alle quali ci si trova oggi vanno colmate rapidamente perché casi come quello del Pertini di Roma potrebbero ripetersi ancora in futuro. Per un singolare scherzo del destino l’episodio dello scambio di embrioni si è verificato a pochi giorni dalla sentenza del 9 aprile scorso con la quale Corte Costituzionale ha abolito il divieto di fecondazione eterologa per le coppie affette da sterilità. Una decisione attesa da tempo che fa cadere un altro paletto della contestata legge 40 che dal 2004 regola le modalità di accesso alla procreazione assistita in Italia. Una vera e propria rivoluzione per le coppie affette da sterilità che potranno ricorrere ai gameti (ovociti o spermatozoi) di donatori terzi per la fecondazione. È notizia di queste ore l’“assalto” ai centri di fecondazione assistita per utilizzare questa tecnica ora consentita. Una nuova possibilità che porta con sé nuovi interrogativi.

Domande esistenziali
La tecnica biomedica permette oggi
di separare la figura dei genitori genetici da coloro che mettono al mondo il bambino e presto molte persone potrebbero ritrovarsi con due madri: una biologica e una legale. Il caso del Pertini fa emergere con forza la complessità e l’intrinseca problematicità del fenomeno della filiazione che coinvolge diverse dimensioni fondamentali (la genetica, la gestazione, la sfera affettiva, quella psicologica, sociale e morale) di cui bisognerà tener conto nel momento in cui si tornerà a legiferare su una materia così complessa. Ora che la ratio di fondo della legge 40, che nel bene o nel male regolava le pratiche di procreazione assistita in Italia, è stata smantellata bisognerebbe aprire un dibattito non esclusivamente politico, ma piuttosto giuridico, etico e filosofico per arrivare ad una posizione il più possibile condivisa su temi come quello della nascita della vita. La bioetica è da sempre un terreno di scontro ideologico, etico e religioso all’interno del quale è difficile stabilire dei punti fermi condivisi da tutte le parti in campo. Non si tratta di un discorso che può rimanere nell’ambito della mera scienza intesa come tecnica bio-medica: il disporre della vita umana attraverso la manipolazione degli embrioni, che determineranno il futuro di un nuovo nato, vuol dire discutere e ridefinire il concetto di “persona”. Una disputa che va avanti da anni e che spesso dimentica l’unico punto fermo da cui partire: il codice civile italiano stabilisce all'articolo 1 che la capacità giuridica, ossia la possibilità di essere titolare di diritti e doveri e quindi di essere “persona”, si acquista al momento della nascita. Una norma che evidenzia una concezione più che adeguata al tempo in cui fu scritta ma che alla luce delle nuove possibilità aperte dalla tecnica potrebbe essere integrata. Da quando è possibile manipolare gli embrioni prima del parto ci si è trovati di fronte a domande esistenziali fondamentali: cos’è una persona e in quale momento nasce?

Cos’è una “persona”?
Secondo alcune teorie, riduzionistiche, persona è qualsiasi adulto dotato di sensibilità. Secondo altre definizioni l’essere umano diventa tale nel momento in cui acquisisce le funzioni psichiche, morali o razionali. Queste visoni però hanno portato ad una concezione gradualistica della persona e dei diritti che le spettano: si diventa pienamente umani con lo sviluppo di facoltà sensitive o di stati psichici o della coscienza. Oltre ad accomunare esseri umani e molte specie animali (sensibilità, funzioni cognitive sono prerogativa di molti animali), questa visione rischia di separare il concetto di persona di quello di essere umano perché alcuni esseri umani possono non sviluppare qualcuna o tutte queste caratteristiche e perciò trovarsi esclusi dalla definizione. Una concezione gradualistica dei diritti inoltre implica una riduzione graduale di questi ultimi con l’avanzare dell’età e la conseguente perdita di una o più delle facoltà prima enunciate. Bisogna ritornare a Tommaso D’Aquino, primo teorico dei diritti naturali, per trovare una definizione che riesca a tenere insieme i vari livelli dell’umano: “individuum subsistens in rationali natura” sostiene l’Aquinate richiamando quanto sostenuto da Severino Boezio nel V secolo. Secondo il filosofo latino infatti la persona sarebbe “rationalis naturae individua substantia”. Quindi una natura razionale in una sostanza individuale che include l’elemento biologico, psichico e morale. Tommaso distingue poi fra esistenza in potenza (essenza) ed esistenza in atto (essere). Rifacendosi a questa concezione chi si oppone alla ricerca sugli embrioni, Chiesa cattolica in testa, ritiene che l’embrione sia a tutti gli effetti una persona ancorché in potenza e non ancora in atto e che quindi non si possano effettuare esperimenti o manipolazioni su di esso. Comunque la si pensi va riconosciuta a questa posizione una certa coerenza logico-filosofica. Chi invece chiede di liberalizzare la ricerca sugli embrioni spesso si rifà ad una concezione di neutralità sostenendo che il legislatore non dovrebbe prendere posizione in materie come queste e lasciare libertà di sperimentazione sugli embrioni. Ma il rimanere neutrali, in questo caso, vuol dire sostenere una posizione e ritenere che l’individuo umano possa essere considerato tale dopo la nascita. Qualsiasi posizione si sostenga non è possibile rimanere neutrali su questi temi. La legge 40 fu il frutto di un accordo fra i vertici della politici e quelli vaticani che diede vita ad una legge approvata con una sola lettura alla Camera: una risposta frettolosa e parziale ad un problema reale. Oggi che la legge 40 è, di fatto, stata smantellata sarebbe auspicabile inaugurare quel dibattito approfondito che non fu possibile instaurare dieci anni fa. 
Nicola Castaldo
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Nicola Castaldo
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Informazioni sull'autore

Mi chiamo Nicola Castaldo, ho 30 anni e una laurea in Filosofia. Nato a Napoli, ho vissuto e studiato nel Sannio fino all'università per la quale mi sono trasferito a Napoli. Oggi vivo fra Napoli e Benevento dove attualmente edito, come presidente di un'associazione, un magazine online di cultura e attualità: magmazone.it. Dopo la laurea in Filosofia nel 2006 ho avuto varie esperienze di lavoro nel campo della formazione, dell'istruzione e del giornalismo. Dal 2008 al 2009 ho collaborato presso una casa editrice: Di Salvo Editore, imparando i rudimenti dell'Ufficio stampa. Dal 2009 al 2010 ho collaborato con un quotidiano locale: “Corriere del Sannio”.Successivamente ho deciso di fondare un magazine che colmasse il vuoto lasciato dalle testate locali nel territorio in cui risiedo.

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