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È l’ora della Big Society

03 Aprile 2011 di 

Cameron punta sul welfare locale: decentramento, ma senza fondi statali e con più controllo sui politici

Cameron Diaz presenta la Big Society Cameron Diaz presenta la Big Society

La fortuna di certe parole è incredibile. David Cameron era appena diventato primo ministro grazie all’entusiasmo suscitato per il progetto conservatore “Big Society”, che il ministro italiano del Lavoro Maurizio Sacconi già confezionava, il 23 agosto 2010, un Manifesto per la sussidiarietà e l'antropologia positiva ispirato a “l’ambizioso e lodevole esperimento politico di Cameron”.

 



Secondo Sacconi, con il federalismo si otterrebbe ciò a cui punta anche il governo Cameron: sostituire la sussidiarietà verticale dello Stato con una orizzontale, proveniente direttamente dalla “comunità”.
Rinforzare il tessuto sociale, eliminare la dipendenza economica di Regioni, Provincie e Comuni dal potere centrale e potenziare lo strumento elettorale, mettendo i cittadini in condizione di valutare se i contributi versati alle amministrazioni pubbliche sono stati ben allocati: tutti obiettivi del federalismo fiscale congiunti, a detta di Sacconi, alla riforma inglese, che questa però persegue con mezzi ben diversi.
Cameron, infatti, pur senza la maggioranza assoluta, ha cominciato sin da subito a dare forma al suo manifesto elettorale, sostenuto dalle ricerche di Phillip Blond e la sua think-tank Res Publica; e il 13 dicembre scorso ha presentato alla House of Commons il Localism Bill, tassello fondamentale della Big Society, al momento ancora in discussione dal 17 gennaio 2011. Ma cosa vuol dire Big Society? Quando ne presentò le linee guida, al congresso nazionale del partito conservatore del 2009, David Cameron espresse così l’importanza di costruire una “grande società”: “La nostra alternativa a un governo forte è una società forte, poiché crediamo che questa risolverà i nostri problemi in modo più efficace di quanto un governo interventista è stato o sarà mai in grado di fare”. Convinzione che ha ribadito un anno dopo, in campagna elettorale.
Per far fronte agli inevitabili e profondi tagli che avrebbero dovuto sanare un deficit statale ammontante a 4,3 miliardi di sterline, Cameron ha proposto ai suoi concittadini di ristrutturare i rapporti tra pubblico e privato, e superare finalmente quel modello di Stato assistenziale e centralizzato che ha caratterizzato il secondo dopoguerra. E questo ha convinto gli inglesi a cambiare i colori al numero 10 di Downing Street e a consigliargli le chiavi dell’alloggio.
Nel testo del Localism Bill, l’idea centrale della Big Society di “dare ai cittadini, alle comunità, ai governi locali ogni potere e strumento di cui hanno bisogno per marciare uniti, risolvere i problemi e costruire la Gran Bretagna che vogliono”, si è tradotta nell’introduzione di un “potere generale di competenza” a favore delle autorità locali, e di nuovi schemi di pressione dell’elettorato sulle decisioni dei propri governatori. Il risultato è che l’amministrazione pubblica – come ha chiarito Grant Shapps, Minister for Housing and Local Government - “potrà fare tutto quello che vuole nella misura in cui incontra le esigenze dei cittadini, e nel rispetto delle leggi”. Clive Betts, Chairman of the CLG Committee, preoccupato per la vaghezza del disegno di legge, ha invitato il governo ad esprimersi meglio sui limiti e le concessioni di questa decentralizzazione, altrimenti “il rischio è quello di finire in azioni legali”.
L’opposizione si è rivelata ancora più scettica sulla validità di un così ampio potere di azione, senza (o quasi) fondi statali e senza autonomia impositiva fiscale. Il budget messo a disposizione dei local governments, da cui questi sono interamente dipendenti da decenni, sarà infatti ridotto del 27% annuo, da oggi fino al 2015. Né il disegno di legge prevede particolari imposte locali o il mantenimento di quelle già esistenti, come i tassi di attività; per di più, i cittadini avranno diritto di veto sulle proposte di aumento della pressione fiscale tramite referendum.
La decentralizzazione è, insomma, solo apparente. Cameron non vuole semplicemente alleggerire il governo centrale; il centro della sua rivoluzione sono i cittadini, nella doppia veste di elettori e imprenditori.
Non a caso il referendum è lo strumento chiave della riforma. È stata prevista una semplificazione e un abbattimento dei costi dell’iter per la  richiesta di consultazione popolare, ora aperta a qualsiasi argomento di pubblica utilità, sia pure dal risultato a carattere non vincolante. Il pieno diritto di controllo sui propri politici è in più garantito dall’obbligo di pubblicazione on-line dei redditi e degli stipendi della classe dirigente (la cosiddetta anagrafe pubblica degli eletti). La legge prevede anche sanzioni penali (compresa l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni) per chi occultasse propri interessi rilevanti o sfruttasse ai fini personali la carica pubblica, con l’aggravio dell’imputazione di dolo in caso di fallimento.
Il governo inglese ha sostanzialmente rimesso agli elettori il compito di tutelare i propri interessi, poiché è loro “diritto e responsabilità determinare chi li rappresenta”. Dal 2000, invece, ogni autorità locale si trovava sotto il controllo di un Comitato, incaricato di vigilare sul rispetto del Codice di Condotta per l’amministrazione pubblica, emanato dalla commissione parlamentare Standards of England. Questi Comitati, che lavoravano in stretta collaborazione con il tribunale speciale del First-tier Tribunal, istituito per l’occasione, erano stati dotati di fortissimi poteri, compreso quello di sospensione dalla carica.
Questo sistema (lo “Standards Board”) si è rivelato “un veicolo di denunce vessatorie per motivi politici” a dire di Bob Neil, Under Secretary of State at the Department of Communities and Local Government; pertanto, se il Localism Bill passerà, verrà abolito. Solo se lo vorranno, le autorità assumeranno dei propri regolamenti e istituiranno organi di controllo.
L’obiettivo della riforma è incentivare a tutti i livelli l’impegno personale a favore della comunità; ed è qui che entra in scena la Big Society. Le associazioni di volontariato, le imprese sociali, altri enti pubblici, possono “sfidare” l’autorità locale che garantisce ed eroga i servizi per farsene assegnare la gestione. Chiunque può improvvisarsi piccolo imprenditore: l’esempio più suggestivo è quello delle scuole semi-private, organizzate da genitori e insegnanti.
Il governo sta favorendo in molti modi il finanziamento e lo sviluppo del settore privato, tramite agevolazioni fiscali, tagli sulla tassa di successione per chi donerà a enti di beneficenza il 10% del patrimonio immobiliare ereditato, e soprattutto tramite l’istituzione della Big Society Bank, dotata di circa 400 milioni di sterline grazie all’espropriazione dei conti correnti dormienti, cioè quelli su cui non si registrano operazioni effettuate da almeno dieci anni. Nodo poco chiaro della riforma sono i criteri di assegnazione dei fondi.
Da una parte, è vero che la forte dipendenza economica delle amministrazioni locali non può essere più sostenuta da uno Stato con due milioni e mezzo di disoccupati, un’inflazione tra il 4 e il 5% e un debito pubblico che raggiungerà i 147 miliardi di sterline a fine 2011. Una situazione quasi ingestibile, che ha portato Cameron a fare alcuni passi indietro: se in campagna elettorale aveva promesso di non intaccare i fondi del servizio sanitario e della pubblica istruzione, nel novembre scorso ha dovuto annunciare un forte aumento delle tasse universitarie (fino a 9.000 sterline annue) che ha scatenato vigorose proteste nel Paese.
Senza possibilità di far leva fiscale, le autorità locali riusciranno a sfruttare questa nuova libertà di decisione e risolvere nel migliore dei modi, con l’innovazione che chiede Cameron, i problemi sociali, seppur penalizzati dai tagli statali e sotto la spada di Damocle delle sanzioni Ue dato che da ora in poi di eventuali inadempienze ne risponderanno direttamente loro anziché il governo centrale? Secondo un editoriale del Financial Times, “senza entrate una democrazia locale è vuota”.
E la società è veramente pronta a farsi carico del vuoto lasciato dall’abolizione quasi totale del welfare? Il passaggio a un sistema interamente sorretto dal settore privato, che sarebbe storico se non ricordasse lo stato liberale dell’Ottocento, è ancora tutto da definire dal punto di vista normativo e fattivo.
Il Localism Bill si avvia così, faticosamente, tra emendamenti e polemiche, verso la fase del “Report Stage”, che riassume quanto detto nelle precedenti discussioni assembleari e in cui saranno ancora possibili modifiche; dopodiché, Cameron e Sacconi sapranno se la Big Society è un progetto raggiungibile oppure un sogno.

 

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