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Dalla Cina col furgone: la contraffazione dalla bancarella alla farmacia

25 Giugno 2012 di  Paolo Maria Addabbo

Quando si parla genericamente di falsi e frodi commerciali vengono subito in mente i prodotti che si acquistano da improvvisati ambulanti, primi fra tutti quelli dell’abbigliamento e dell’audiovisivi. Ma c’è anche un’altra emergenza: la salute.

Dalla Cina col furgone: la contraffazione dalla bancarella alla farmacia
Un primo e noto pericolo per l’incolumità dei consumatori è quello dei metalli pesanti, come il piombo e il mercurio, che si combinano alle più disparate sostanze nocive: dovranno sparire dagli elettrodomestici nel giro di pochi anni secondo una normativa europea, ma si trovano anche in tantissimi altri prodotti, e molte volte in quantità esorbitanti rispetto a quelle consentite dalle leggi: si trovano nei cosmetici come rossetti e ombretti, negli indumenti di tutti i tipi compresi quelli intimi oltre che negli elettrodomestici che, se non realizzati secondo le regole, si surriscaldano sprigionando misture aeriformi dal vago odore di petrolio.

CARRELLATA PERICOLOSA: NON SOLO CINA

Sono proprio le sostanze pericolose che riescono ad abbattere il prezzo, insieme allo sfruttamento della manodopera. Sono i rifiuti dell’occidente (come quelli contenuti in alcuni container sequestrati lo scorso dicembre a Taranto), soprattutto scarti elettronici e materie plastiche, che diventano la materia prima per le merci contraffatte e pericolose che poi, in un illecito ciclo dell’immondizia, vengono riciclati con pericolosi solventi nel terzo mondo asiatico.

Grazie al materiale scadente si possono realizzare copie contraffatte a buon mercato o, molto spesso, perfino esemplari originali commissionati legalmente ma sempre “low-cost”, di computer, telefonini, telecamere e articoli delle marche più prestigiose: un prezzo così basso induce il consumatore a dimenticare i potenziali pericoli che si nascondono. E d’altronde, pensano in molti, chi dice che lo smartphone di marca non è realizzato con gli stessi materiali scadenti? E allora ecco che gli I-phone 4S cinesi impazzano, anche su ebay (e in questo il web sembra confermarsi come uno spazio in cui realizzare “pacchi” virtuali, ma senza i famosi mattoni che venivano trovati dal malcapitato nella scatola): niente a che vedere con l’originale dell’Apple, anche perché il sistema operativo è taroccato e in realtà è un “Android”, ma costa solo 100 euro e ci sono perfino dei forum che spiegano, anche in italiano, come si può cancellare la tastiera con gli ideogrammi cinesi e inserire la “qwerty”, e quindi come avere l’ultimo I-Phone “pezzottato” (così si dice in napoletano) per pochi spicci… E poi è identico all’originale, almeno fino a quando non comincia a bloccarsi e a dare problemi.

Ma la moda e l’elettronica sono solo i settori più noti del “tarocco”: non ci sono solo le pellicce di cane spacciate per chissà quale raro animale, ma si trovano anche materiali e componenti vari utilizzate in edilizia come i rubinetti stracolmi di metalli pesanti che si corrodono o cambiano colore con un nulla;
i preservativi esteticamente identici a quelli prodotti dalla più famosa casa ma, che a detta dell’azienda, si rompono dieci volte più facilmente degli originali e rappresentano un rischio per la salute, e che sarebbero riconoscibili da un inconfondibile odore di plastica, mentre quelli originali sarebbero inodori;
oggetti religiosi realizzati con gli stampini dei giochi per bambini come le statuette e gli innumerevoli gadget di Papa Woytjla rinvenuti a frotte negli scantinati della capitale in occasione della sua beatificazione o come i container pieni di statuette di padre Pio maledette dagli artigiani di San Giovanni Rotondo e Pietrelcina.
Quello delle statuette di padre Pio è un esempio “locale” della potenza della contraffazione nell’era della globalizzazione: si sconvolge una realtà artigiana locale con una sagoma di Padre Pio che inserita in uno stampino cinese si trasforma in container pieni della figura sacra che faranno fare affari in un’altra parte del Mondo, distruggendo i piccoli artigiani locali.
Un altro esempio è quello dei biglietti del treno che collega l’aeroporto di Fiumicino con la stazione Termini: 30 milioni di euro sequestrati pochi giorni fa a Livorno, però in comodi 2 milioni e 50 mila biglietti falsi camuffati in mezzo a un carico di mobili, sarebbero stati venduti a 15 euro cadauno per un danno erariale di circa 2 milioni. Questi sì provenivano dalla Cina, e oltre a essere il primo esempio di un caso del genere rappresentano anche la “versatilità” della criminalità cinese, dichiara all’Ansa Francesco De Leo, procuratore di Livorno. Ma non sono certo il primo caso di contraffazione di biglietti: proprio a Roma è stato scoperto un dipendente dell’Atac, l’azienda di trasporto pubblico, che aveva rubato una stampante aziendale e rivendere biglietti “fuori circuito” attraverso commercianti compiacenti.

Poi ci sono le automobili, come quel modello di Ferrari d’epoca rinvenuto a Shangai, logicamente falsa e modellata sullo scheletro di un’altra auto, che suscitò anche le proteste dell’allora ministro Franco Frattini per la violazione del “made in Italy” (violazioni che poi, si è accertato, vengono commesse quasi di routine da altre associazioni criminali tutte italiane che “taroccano” utilitarie rendendole fiammanti perle di lusso con qualche problemino per le carte di circolazione…), e ci sono anche i singoli componenti di automobili come i cerchioni identici agli originali, solo esteticamente perché le leghe di metalli sono più scadenti rendendo problematica e pericolosa la guida, senza parlare dei pneumatici low-cost che, a detta di alcuni ambientalisti e delle aziende che puntano sulla “rigenerazione” del pneumatico, comportano enormi costi ambientali dato che smaltire i copertoni costa (e ne sono piene le campagne italiane) ma costa anche di più riciclarli seguendo le opportune procedure: in pratica è più economico comprarli nuovi anche se così si producendo più rifiuti pericolosi.
Si possono citare ancora cosmetici, detersivi e saponi, con i loghi di diverse marche (che come per i vestiti si realizzano con stampanti particolari) ma che spesso contengono un unico liquido come base arricchito in maniera diversa e venduti da promoter “tarocchi”: proprio nella Capitale un caso di contraffazione fu scoperto perché un venditore di falsi saponi prodotti senza rispettare alcuna norma sanitaria e con lo stesso contenuto anche se in flaconi con etichette diverse, aveva contattato supermercati che avevano regolari rapporti commerciali con i veri rappresentanti delle stesse marche. Un po’ come Sosia nell’Anfitrione.
Al pari di borse, scarpe, penne, soprammobili, questi prodotti non arrivano necessariamente dall’oriente, ma di spesso sono realizzati nei sottoscala partenopei, capitolini o della Toscana, ed è in quegli stessi “buchi” che a volte vengono completate o realizzate ex-novo e non necessariamente da asiatici, anche le altre produzioni menzionate in questa carrellata (per esempio delle scarpe contraffatte possono essere anche assemblate in Italia utilizzando i componenti realizzati in India).
Quando si parla di contraffazioni e truffe che danneggiano consumatori e imprenditoria onesta si pensa sempre alla Cina: in realtà è tutto l’oriente (includendo anche paesi come India, Tailandia e Taiwan) ad avere un ruolo preminente in questo ciclo socio-economico.

DRUGS AND THOOTPASTE: RICORDA NIENTE IL DENTIFIRCIO?
E come non parlare dei farmaci e delle droghe? Basta fare un cenno a quelle più importate dall’oriente: il “super-viagra” (in realtà commercializzato sotto diversi nomi e non solo con quello del farmaco più noto contro l’impotenza) cinese è il prodotto più diffuso mentre per le droghe c’è la classica marijuana rilassante tipo “thai”, originariamente importata dai soldati americani ai tempi della guerra del Vietnam (e simili indiscrezioni riferiscono comportamenti analoghi riguardo ai vari contingenti che sono stati in Afghanistan, dove si produce quasi la totalità di oppio del Mondo e anche un hashish molto costoso, del tipo “nero”, prodotto anche in Cina ma in quantità minori) e le super-anfetamine che prolungano per interi giorni gli effetti di quelle “classiche”. Inizialmente consumate in Italia soprattutto dagli asiatici, negli ultimi tempi, come emerge da diverse inchieste, vengono usate anche dagli italiani anche per tagliare la cocaina.

C’è stato poi, circa cinque anni fa, uno scandalo – e un allarme – di proporzioni internazionali poi del tutto dimenticato: partite di dentifricio con pericolosi batteri, in particolare un modello di una nota marca denominato “Maximum Cavity Protection”, e in alcuni paesi circolava anche dentifricio con antigelo, quello delle automobili!
Su quelle confezioni erano riportati indirizzi inesistenti ed errori grammaticali in inglese (che ricordano l’italiano sgrammaticato, da traduttore automatico, che si legge su molti foglietti illustrativi di merci contraffatte, segno che insieme al prezzo esageratamente basso e a particolari piccoli ma importanti come le scatole differenti, anche questi dettagli dovrebbero guidarci negli acquisti). Ancora oggi ci sarebbero, sempre a Roma, delle confezioni di dentifricio simili a quelle e vendute soprattutto in piccoli negozi: le etichette sono in inglese e francese, anche se senza errori ortografici, mentre le norme europee prevedono che i prodotti in vendita debbano istruzioni e ingredienti nella lingua del paese in cui il prodotto è venduto).

DOPO NAPOLI, TARANTO, LIVORNO E GIOIA TAURO ANCHE CIVITAVECCHIA
All’inizio dell’anno giudiziario il sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia, Diana De Martino, lanciava un appello a non sottovalutare il ruolo della criminalità cinese e la sua influenza nell’economia legale fatta di money transfer-lavanderie, a porre attenzione alle possibili connessioni tra le cosiddette “Triadi” (la mafia cinese) e la camorra e al pericolo di Civitavecchia come nuovo sbarco privilegiato per i traffici con l’oriente. Analogamente, negli anni scorsi, La Dda aveva richiamato l’attenzione sui porti di Gioia Tauro e Reggio Calabria.
A inizio giugno infatti è stato inaugurato l’ampliamento del porto di Civitavecchia che punta a intercettare circa mezzo milione di container provenienti da Shangai che adesso sbarcano tra Napoli e Livorno e poi a Roma, dove finiscono anche le merci contraffatte che, passando da un camion a un furgone in qualche periferia, arrivano sulle bancarelle e nei negozi: dire che è un’occasione ghiotta per gli appetiti illegali che gettano fango su tanti operatori onesti è banale, come lo sono certe leggende metropolitane sui traffici di cadaveri cinesi. Roberto Saviano apre il suo libro Gomorra con l’immagine splatter di un container di cinesi che rovescia cadaveri (avvenimento al quale si assume abbia assistito un anonimo portuale). Si sarebbe trattato di cinesi morti che venivano rispediti in patria e che lasciavano i propri documenti ai connazionali, vivi, rimasti in Italia. La suggestiva immagine si fonda sul luogo comune secondo il quale non si vedono mai funerali di cinesi in Italia…
Peccato che i creduloni dell’ultima ora non facciano caso al fatto di non aver mai visto nemmeno funerali di marocchini o senegalesi, e non pensino che i cinesi, depositari di un’antichissima cultura della medicina e della morte, preferiscano farsi curare, ed eventualmente morire, in patria mentre gli immigrati che restano qui sono – per ovvie esigenze anche di lavoro – giovani e in salute.
Forse le leggende metropolitane, anche per caso, nascondono un po’ di realtà: alla contraffazione e al traffico di stupefacenti (che può rendere molto meno, ad esempio, del traffico di farmaci contraffatti o non lavorati adeguatamente) si collega quello degli esseri umani…
Nel 2000 vennero trovati 60 cinesi morti asfissiati in un camion giunto in Gran Bretagna dal Belgio: solo un esempio dei tanti viaggi della speranza e dell’orrore, quando anche le persone diventano merci trasportate di nascosto proprio come quelle contraffatte. 

E ricordando che sofisticazioni e disonestà non hanno razza, ma una provenienza dettata da fattori sociali e criminali, si ricordano anche le truffe in ambito alimentare, di cui si parla nell’articolo allegato che si trova nella colonna destra di questa pagina.
Paolo Maria Addabbo
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Paolo Maria Addabbo
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Informazioni sull'autore

Paolo Maria Addabbo crede di nascere sulla luna, anche per la sua ingenuità. Civilmente nasce nel 1989 in Campania, a Benevento. Studia umanistica (ha una laurea triennale italo-terrestre in “Studi Italiani), appassionato del web (badate che è una cosa diversa da Internet) e dei motori di ricerca, gli piace romanticamente definirsi “filologo del web”. Ha iniziato, non ufficialmente, la carriera di pubblicista intorno ai 15 anni, collaborando con un testata della sua cittadina e iniziando con le brevi di sport, facendogli gradire ancora meno lo “sport show business”, ma non lo sport. La passione per la cronaca nera era un percorso obbligato, dato che crimini formali e non sono ricorsi nella sua vita, come in quella di “molti” della classe borghese (c'è davvero la media o l'alta ancora?) campana, per certi versi inevitabile. L'interesse per la giurisprudenza (ma anche per la base dell'educazione civica, nella quale ha molte lacune che vuole colmare) da un lato, sono necessari al proseguimento della sua carriera, di cui Golem che ha sempre garantito la sua indipendenza, e il voler andare oltre l'informazione anche alla base di questa rappresenta un pilastro. L'interesse per il web programming nasce, oltre che dalle inchieste realizzate senza la mediazione di “fonti” ma andando direttamente alle fonte ufficiali, (metainformativamente e cercando la documentazione ufficiale online e non), anche dalla tesi di laurea triennale intitolata “Il metodo di Lachmann ai tempi di Google”. Crede che una delle cose più importanti per “cambiare” davvero sia avere meno paura possibile (idealisticamente non averne) delle proprie debolezze, delle paure in generale, e del senso del ridicolo, andando più nel particolare... Comunque, nel giornalismo, cerca di tenere a freno la creatività e le “passioni”, con un po' di crudezza, esaustività, e ignoranza “socratica” che sà almeno di non sapere e ricerca incessantemente la verità, cercandola nella maniera più analitica ed esprimedola nella maniera più esaustiva e semplice possibile... 

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