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Apulia Film Commission, questione d’onore e precisazioni

31 Agosto 2012 di 
Apulia Film Commission, questione d’onore e precisazioni
Preso atto delle molto benvenute Precisazioni che la Fondazione Apulia Film Commission ha inviato alla nostra testata, “per difendere l’onore della Fondazione e dei suoi amministratori” altrimenti “costretta ad adire le vie legali presso il Tribunale competente” - e già qui il lettore riconoscerà metodi e linguaggi familiari e tristemente noti di questi anni in cui a parole si invoca la libertà di stampa e nei fatti la si teme o la si minaccia – lieti di pubblicarle contestualmente (il testo integrale della lettera di precisazioni è nei documenti correlati a questo articolo), varrà la pena di ricordare, anche a beneficio dei diretti interessati - alcuni punti di per sé già abbastanza chiari dell’articolo pubblicato in data 24 agosto 2012. Articolo cui tuttavia si rimproverano una “serie di inesattezze” e un’espressione, “compravendita”, adoperata solo nelle Precisazioni, non nell’articolo che magari qualche legittima perplessità – diciamo così, a scanso di equivoci - sulla vicenda nel suo complesso avrà pure il diritto di esprimerla:
1. Non risulta che nell’articolo si entri nel merito della legittimità della Fondazione in oggetto di produrre film per proprio conto, oltretutto secondo statuto. Si sostiene invece essere piuttosto discutibile il buon gusto della stessa di produrre film direttamente ideati e scritti dai propri attuali vertici. Cosa che lede il rivendicato “onore” della fondazione ben più di un articolo che altresì si limita a far notare la sovrapposizione di ruoli e funzioni di controllori e controllati.

2. L’articolo dà notizia di un Bando pubblico per figure professionali rilevanti, prevedendo che tra i requisiti di alcuni dei profili richiesti ci sia il diploma di scuola superiore e non la laurea. Ove sarebbe stato viepiù “onorabile”, lungi dal dare adito a “maldicenze, solo maldicenze” (citiamo testualmente), limitarsi senza grande sforzo immaginativo a esigere per tutti i profili professionali richiesti dal Bando in questione semplicemente il più comune dei titoli ormai richiesti dappertutto, vale a dire la laurea, anche per rispetto verso i tanti giovani e meno giovani che studiano o hanno studiato con impegno e sacrificio nella speranza che questo aumentasse le occasioni di entrare nel mondo del lavoro.

3. L’articolo dà notizia di una circostanza, a dir poco curiosa, dell’unico vincitore, che – al di là delle sue altre qualità professionali – manca “casualmente” – sempre per citare il suddetto articolo - di tale requisito. Tanto che qualora - sempre per caso - l’onorata fondazione avesse richiesto in tale circostanza il più comune dei requisiti di ammissione, la laurea, l’attuale unico chiamato per il colloquio finale su oltre cento partecipanti al Bando, e presunto vincitore, sarebbe rimasto escluso. Ma se, eventualmente, nella presunta “serie di inesattezze” fossero comprese le seguenti: a) Angelo Amoroso d’Aragona è in possesso del titolo di laurea; b) non risulta essere l’unico candidato ammesso al colloquio; c) non è risultato – di conseguenza, legittimamente, - vincitore, sarà nostra premura da informatori male informati fare ammenda e chiedere pubblicamente scusa.

4. L’articolo non entra minimamente nel merito di quando il progetto della Nave dolce è entrato in produzione, ma di quando il filmmaker Angelo Amoroso d’Aragona ha avviato il suo consimile Lo stadio della Vittoria, ovvero nel 2007, per non parlare del premiato cortometraggio Vlora 1991 addirittura antecedente. Si fa notare inoltre che il cortometraggio Vlora 1991, quindi il successivo progetto di lungometraggio documentario Lo stadio della Vittoria, nonostante il titolo di quest’ultimo, esattamente come il presente La nave dolce “non racconta le sole vicende dello Stadio della Vittoria, ma la complessa vicenda della nave ‘Vlora’”. Lo si evince anche da quanto è possibile vedere su Youtube. Dunque, con buona pace della “serie di inesattezze” presunte contenute nell’articolo, manterrebbe intatto il suo valore di evidenza la pacifica constatazione – e che non dovrebbe urtare o intaccare il fondamentale “onore” di nessuno - che il progetto de Lo stadio della Vittoria era di gran lunga precedente a quello de La nave dolce. A meno che non si riesca a dimostrare invece che quest’ultimo è stato messo in cantiere prima del 2007 o almeno in quello stesso anno, in cui la Fondazione nasce.

5. L’articolo, in tema di pertinente retroattività dei fatti esposti, non entra neanche minimamente nel merito del quando, come e perché l’attuale presidente della Fondazione, la dott.ssa Antonella Gaeta, è entrata nel progetto de La nave dolce. Lascia però intendere altri aspetti della vicenda, questi sì più legati al suo’“onore” professionale e della Fondazione che presiede, e che tutti vorremmo per carità di patria fossero al riparo da equivoci: ovvero che, dal momento in cui ella ha assunto la suddetta carica, avrebbe potuto – pur non essendo obbligata – scegliere di non farsi accreditare nei titoli, se non di tirarsi fuori completamente, onde evitare di suggerire all’esterno ipotesi di conflitti di interesse o almeno a incoraggiare quelle che abbiamo definito appena “maldicenze, solo maldicenze”. O altrimenti rinunciare alla carica a lei proposta. Delle due l’una, essendo preminente l’esigenza del mantenimento agli occhi di tutti di quel prezioso “onore” ora reclamato. Non si è invece assistito a nessuno dei due (ancora) possibili, nobili e trasparenti gesti. Troppo impopolari in un Paese come il nostro dove i ruoli spesso si sovrappongono indignando l’opinione pubblica, l’informazione e le istituzioni? Ripercorrere con insistenza – come avviene nella lista di Precisazioni che la Fondazione Apulia Film Commission ci invia cortesemente - la cronologia del passaggio di consegne ai vertici della Fondazione a fine 2011 è perciò del tutto irrilevante rispetto alla scelta fatta dalla presidente Gaeta. Che forse avremo pure il diritto di non condividere, da liberi informatori in un Paese libero.

6. L’articolo non fa menzione alcuna, e neanche allude ai compensi per l’ideazione del progetto La nave dolce da due degli esponenti di vertice della Fondazione (cioè il direttore e il vicepresidente), visto che essi sono già ben stipendiati per il loro competente e appassionato lavoro, come ci informano sempre le Precisazioni ricevute. Ci mancherebbe che i suddetti avessero persino percepito compensi ulteriori, dopo aver evidentemente nella piena legittimità acconsentito a coprodurre un film da loro stessi – lo ripetiamo – ideato e scritto! Sull’opportunità invece di accettare di percepire un sempre legittimo compenso da parte della attuale, appena menzionata presidente della Fondazione per il contributo professionale offerto a un film (ancorché in epoca antecedente alla sua encomiabile nomina avvenuta a dicembre 2011), ebbene lasciamo che sia ancora una volta la diretta interessata a valutare. Almeno così si evince dalle utili Precisazioni in oggetto, che includono tra i non percipienti compenso solo il direttore e il vicepresidente e non la presidente della Fondazione (citiamo per correttezza di informazione: “Gigi De Luca, Ilir Butka e Silvio Maselli, non hanno percepito alcun compenso anche sotto forma di royalties future, rinunciandovi espressamente”). Per quanto ci riguarda, da osservatori esterni, valgano daccapo per la dott. Gaeta le considerazioni di stile già fatte al punto precedente.

7. L’articolo in questione, riguardo alla persona di Angelo Amoroso d’Aragona, si è limitato a far notare una serie di coincidenze, di anomale ma nondimeno dichiaratamente possibili, cumulative “casualità”, comunque sia spiacevoli, quand’anche non sitomo di malafede. Peraltro, il commento che lo stesso d'Aragona ha "postato" in calce all’articolo, si... commenta da solo.

8. L’articolo non si occupa della qualità artistica del film La nave dolce, non ancora in circolazione. Ragion per cui suona alquanto fuori luogo accampare come contro-argomento rispetto a quelli di altro genere e pertinenza espressi dall’articolo “la scelta del Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di selezionarlo nell’autorevole cornice del Lido”. Nientedimeno che “a conferma” – si legge ancora nelle Precisazioni della Fondazione Film Commission - de “la giustezza della operazione di cui siamo certi i pugliesi tutti e in genere gli amanti di cinema potranno godere”. Che c’entra la selezione veneziana con tutto quello che si è scritto allora e si è ribadito ora?
Giuseppina Belvedere
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Giuseppina Belvedere
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Informazioni sull'autore
Laureta in legge alla Federico II di Napoli, da alcuni anni si occupa di diritto d'autore, in particolare delle difese e delle sanzioni vigenti nell'Unione europea. Ama i gatti e il cinema.
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